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mercoledì 27 marzo 2019

Lettera a Verona: Gay-friendlyness e mercato del lavoro.


Uno dei momenti più divertenti dei miei interventi alle platee di giovani (e meno giovani) in cerca di lavoro o che provano a riflettere sullo sviluppo del loro brand personale è quando si arriva a discutere l’impatto  dell’uso dei social media nei percorsi lavorativi e della trasparenza che questi concedono ai selezionatori sugli orientamenti religiosi, politici, sessuali dei candidati.

La vostra bacheca Facebook, le foto che postate su Instagram, dicono tutto di voi anche se non volete. I film che vedete, i libri che leggete e la musica che preferite tratteggiano tutto i voi con una minima possibilità di errore.” Normalmente qui ci scappa il brusio e l’attesa per quello che viene. “Non è di per sé positivo  o negativo dare al mondo queste informazioni: lasciar sapere che siete buddisti, o gay, vegetariani, di destra o sinistra. C’è un mercato per tutti, anche nel mondo del lavoro. A volte mettere certe carte in tavola dal principio è anche un modo per evitare poi mobbing e fenomeni simili.”

So che è quella dell’orientamento sessuale la questione che incuriosisce di più e la domanda viene spesso dai ragazzi (la politica e la religione non hanno lo stesso appeal). Io vado dritto, “ L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nell’8% i non etero nel mondo, distribuiti ovunque, concentrati nelle grandi città dove l’apertura alle diversità è maggiore, così come l’anonimato.”
Lì li ho presi, perché cominciano a moltiplicare questo parametro con il numero dei compagni di classe, i condomini, quelli con cui si schiacciano sui bus all’ora di punta, con i presenti nell’aula dove siamo riuniti. “Le aziende capaci di trasformare le diversità in ricchezza misurano la vostra ‘gay friendlyness’ durante i colloqui, che poi significa capire come reagite davanti a due uomini o donne che si tengono per mano entrando in negozio, che provano le molle di un letto, che discutono dell’abbigliamento per il figlio. E vogliono capire se vi girate, arrossite, vi disturba, siete spiritosi. Vogliono capire se sapete arrivare alla sostanza delle persone.

E i presenti lì si sciolgono.

Se avessero un fumetto dei loro pensieri quello di molti direbbe ‘Sono proprio uno scemo ad avere dei pregiudizi: io sto bene in questa città, sull’autobus, in classe, con i miei vicini di casa.’ Alcuni direbbero, “Allora non sono così solo!”, qualcuno “Chi non mi ama allora non mi merita, neppure sul lavoro.

I pochi rimasti che scappino pure a Verona, inseguiti da se stessi e dall’8% di umanità che gli è rimasto dentro, perdenti  davanti alla potenza della logica e alla forza del libero arbitrio.

domenica 3 marzo 2019

L'Italia e i suoi Stati.


Per lavoro ho l’opportunità di viaggiare parecchio per l’Italia. Dove mi chiamano, quasi sempre mi occupo di lavoro, disoccupazione, sviluppo locale, cultura, e dunque entro per quanto possibile in temi che caratterizzano la costruzione di una democrazia e l’affermazione della felicità dei singoli e delle comunità.
Quello che vedo è un Paese che non è per niente un solo Paese. Ogni volta, scendendo dal treno, mi sembra di essere all’estero.
Esiste una diversità che è ricchezza se sviluppata dentro un progetto unificante e una diversità che è zavorra individualista se non tiene conto né della realtà né del proprio vicino: mi trovo molto più spesso nel secondo caso.

Arrivare a Milano è recarsi uno Stato a parte. Va ad una velocità tutta sua, con pensieri e azioni che riguardano solo se stessa, in gran parte luminosi e visionari e in altra parte profondamente egoistici. In pratica batte moneta, detta la linea, non si guarda indietro, macina novità in maniera bulimica scommettendo che nella quantità si produca la qualità. Esprimerà presto la classe dirigente e politica del resto d’Italia. È nel XXI secolo, da sola. Bologna non riesce invece a fare i conti con se stessa, decidere se essere una città o un’idea, stenta a capire come e perché è cambiata e dove vuole/rischia di essere tra dieci o quindici anni. Ha anime che cooperano perché credono nel valore della condivisione, e interessi che ne minano l’anima; in una tensione che percepisci lama sottile e dagli effetti imprevedibili. Napoli ti salta addosso e tutto lì ti pare eccessivo, nel bello e nel brutto, impedendo di pensare. Perde qualsiasi treno antecedendo a qualsiasi progettualità la frase “Non si può fare perché a Napoli le cose sono diverse…” e per ‘cose’ intendono leggi, sogni, idee, regole civili. Bella per le foto con Pulcinella tristi come il paesaggio devastato che la circonda da ogni lato e le voragini sociali che ne assorbono le energie.  Reggio Calabria annienta ogni speranza, di chi ci vive e di chi ci passa. Lei e la sua regione paiono il buco nero del resto d’Italia, un luogo che non ha l’attenzione di nessun altro, inclusi i suoi abitanti. Quando la frequenti la ami come si fa al capezzale di un’amica sofferente e ti chiedi perché nessun altro sia lì a immaginare prognosi e cure in grado di cambiarle il destino. Genova invecchia con i suoi abitanti, avvizzendo idee e slanci in una lotta impari contro le scempiaggini che gli uomini che la abitano hanno fatto a se stessi martoriandone territorio e ideali. Non si ama e non ama. Lì essere giovani pare quasi una colpa e la cosa migliore per espiarla è il non dare fastidio o andarsene. A Cagliari e in Sardegna sei in un altrove da sempre, in un Paese bellissimo e enigmatico dove la differenza culturale si erige a barriera e non a valore, che ammette di esistere quando scopre di non poter essere isola fino in fondo e di dover esportare latte senza importare mercato; in una regione felice perché la retrocessione economica le farà prendere più fondi europei destinati ai territori non sviluppati. C’è la sosta a Torino che per un po’ ha creduto di esistere anche fuori dai propri confini, di poter fare e cambiare, di poter uscire dall’isolamento un po’ vezzoso grazie alla laboriosità innata dei suoi abitanti e anche grazie alle Olimpiadi e alla TAV. L’asfissia delle idee e la pressapochezza della politica l’hanno invece molto rallentata.
Anche il posto dove vivo, Roma, è a suo modo all’estero. Lo è rispetto all’Europa che funziona, che traina pensiero ed economia, che reputo l’unica casa possibile per tutti. Una Capitale di serie B arenata nelle opportunità non colte, senza un’idea di futuro e neppure di presente. Dove la domanda inespressa da tutti è “Che ffamo?” e la responsabilità individuale segnata dagli “’Sti cazzi.” 
Dove ogni riflessione politica si arena presto in chiacchiere da stadio o in vaffa’ generici che tengono al sicuro le proprie rendite di posizione. Un posto dove la risposta non è neppure dentro di sé perché lì non albergano neanche le domande.
Ovunque non manca energia, migliaia di persone provano per bisogno o per missione a risolvere problemi rimboccandosi le maniche. Quasi tutti pensano di farlo senza la pubblica amministrazione considerata essa stessa un problema e mai una soluzione, spesso disdegnando anche il denaro pubblico per la sua inefficienza e ottusità di obiettivi.

Eccolo, il post politicamente scorretto, per dire anche a me stesso che così non può funzionare, che non si può continuare a procedere con occhi e orecchie chiuse, e che gli spazi per ricostruire sono infiniti, basta volerli abitare con l’intelligenza prima che altri li occupino con la brutalità.

lunedì 14 gennaio 2019

Nessuna scusa: andateci!


Mi sono concesso quattro ore per un’infilata di mostre al Maxxi di Roma culminate con: “Zerocalcare – Scavare fossati, Nutrire coccodrilli” e “La Strada – Dove si crea il mondo”.
Andateci, è la parola definitiva.

Perché “Zerocalcare” vi terrà incollati per ore sul senso, le domande, la rabbia di un autore che è quella di tutti noi. Erede di Andrea Pazienza, integro e ironico assieme, modesto e sognatore, di un’intelligenza citazionista riscontrabile solo in Caparezza. L’allestimento poi è magnifico, luminoso e avvolgente. Ricco di centinaia di tavole/poster/striscioni e – soprattutto – con una lettura per storie degli ultimi 20 anni dell’Italia che nessun altro si è permesso di fare. Da tutto si sente il bisogno che Michele ha di comunicare e la sua fede per la sincerità; tutto è così personale da risultare universale. Erano anni che non vedevo tanto interesse del pubblico per le didascalie e le introduzioni, veri pezzi d’arte letteraria anch’essi.

Poi c’è “La Strada”, una mostra che ti sembra di essere all’estero. Finalmente una mostra prodotta a Roma con la dignità di un pubblico internazionale dove Hou Hanru e il team curatoriale del MAXXI hanno fatto un capolavoro. C’è un’idea forte e semplice assieme (La strada, appunto, come luogo dove il contemporaneo nasce e muore) poi opere d’arte, progetti di architettura, fotografie, performance, interventi site specific e video che ti accolgono in un allestimento sontuoso esaltato dall’architettura del MAXXI con una successione di gallerie che formano una strada lunga centinaia di metri. Ridi, pensi, ti turbi, ti stupisci, ti poni domande: cosa volere di più.

Entrambe le mostre dovrebbero essere rese obbligatorie alle scuole superiori e agli universitari perchè si abituino alla complessità; ai politici perchè scendano dal seggiolone e si confrontino con analisi concrete e soluzioni possibili; alle elite vere e presunte e agli intellettuali perchè smettano di raccontare l'ombelico e guardino alla luna; ai curiosi che gongoleranno; ai dubbiosi che ne usciranno ribaltati; ai coraggiosi che ne verranno esaltati; agli innamorati che cementeranno i loro progetti per il futuro di tutti. 

Quattro ore sono il minimo per godere più volte.
Mi è capitato di rado di pensare subito ‘Qui ci devo tornare! E lo devo raccontare a tutti.

venerdì 21 dicembre 2018

Nel 2018, la Prima Volta che…


Esistono snodi rilevanti nel percorso professionale di un consulente. 
Tra tutti, le ‘Prime Volte’ rappresentano punti di svolta che spesso segnano un nuovo filone di attività, l’emersione di un bisogno di mercato, l’intuizione di cosa succeda sul territorio, e che hai una certa età, e che ‘senior’ significa anche che devi essere utile altrimenti quello che fai è tempo perso.

Più di altri, il 2018 è stato per me un anno ricco di Prime Volte professionali. 
Credo abbia senso raccontarle, sia per confrontare gli input di mercato che colgo, sia per sentirmi magari proporre “Anche io mi muovo in quella direzione, facciamo qualcosa assieme?

Nelle molte cose fatte e pensate spiccano per novità:
  • Sviluppo e realizzazione di un percorso formativo nuovissimo su “Politiche e strumenti collaborativi per lo sviluppo sostenibile del territorio.” In verità, non credevo che avesse un mercato: quando mi sono trovato l’aula piena di funzionari entusiasti ho pensato a come il mondo sia molto meno peggio di quello che ci immaginiamo. Peace and codesign.
  • La scrittura di un’intera campagna di videospot, 12, per raccontare in una storia la filosofia di un marchio, la sua differenza, i vantaggi che crea, la forza dei suoi dipendenti. E pure scrivere un cortometraggio di 12 minuti per una multinazionale che lo userà per formare i propri dipendenti in tutto il mondo ai rischi sul lavoro. Storie che diventano immagini che creano azioni
  • È stata la prima volta anche per un webinar in diretta streaming a oltre 600 funzionari pubblici sullo sviluppo di servizi per l’impiego adatti alle necessità di lavoratori e aziende nel  XXI° secolo. Parlare ad uno schermo sperando di mantenerli svegli…
  • Per la prima volta ho insegnato in un singolo corso per adulti (di storytelling digitale) per oltre 30 giornate. Tantissime per i normali standard. Ho però così la rara fortuna di partecipare all’intero percorso di scoperta, consapevolezza, azione da parte di donne e uomini fantastici in cammino verso la propria autorealizzazione. (… e non è finita ancora…)
  • Ho poi progettato e messo in pratica una piccola offerta di Turismo Esperienziale a Roma per capire come funziona, come si inserisce nei flussi, come contribuisce allo sviluppo, cosa vuole il turista, quali competenze include, cosa significa erogare esperienze e conversazioni. Vorrei che a questo seguisse un libro…
  • Per la prima volta mi hanno scelto come Valutatore di progetti in diversi posti in Italia. È un’esperienza segnata dall’età, occasione preziosa per contribuire alla crescita del sistema e per capire cosa manca sul piano della visione, della capacità di analisi, di progettazione, di lettura dei bisogni. C’è tanto da fare, credetemi. Il livello medio è ancora troppo basso.
  • Ho partecipato assieme a molti pischelli a hackathon dove i cervelli si nutrono uno dell’altro e le cose accadono meglio di come te le saresti mai immaginate (ok, qui non era la prima volta, lo ammetto, ma ogni volta è come se fosse la prima)
  • Ho concluso la scrittura due biografie personali. Quella di Nino (78) e quella di Pina (92), eroi a prescindere, ormai zii acquisiti, capace di aprirmi la mente sul futuro concedendomi l’accesso al loro passato. La scrittura portata a un livello di utilità mai provato prima.
  • Un giorno di novembre, mi sono ritrovato in una assolata città del sud a fare il fratello maggiore a quindici ragazzi in lotta, che vorrebbero un mondo diverso per avere una vita e una famiglia normale. Sono diventato per un attimo il loro specchio, la loro voce e la loro penna. Da allora li ho con me e ascolto attonito la rappresentazione fiabesca che la politica vuol dare della realtà.
  • Sono sbarcato su Instagram. Non un passo memorabile forse, piuttosto un avamposto che diventa una sfida riempire di senso. Portarvi contenuto vitale è come seminare nel deserto.
  • Infine è stato l’anno in cui all’improvviso in molti mi chiedono di essere relatore alle tesi dei master dove insegno, anche là dove faccio una sola lezione. Mi hanno detto che porto ossigeno, forse è un complimento. Forse ho più domande che risposte, e questo serve sempre tanto.

Ora è Natale, sono un po’ stanco e bisognoso di letargo, stupore, cioccolato, coccole e formazione.

Ci leggiamo nel 2019. Auguri a tutti!

sabato 15 dicembre 2018

La famiglia Italia, in Viale Europa 27.


Nel condominio di Viale Europa, la famiglia Italia abita al primo piano. E' un grande edificio, bellissimo, abitato da tante persone, ricco e povero, con i suoi problemi e le sue grandi forze. 

Gli Italia hanno un ampio appartamento che vale almeno  il 12% dei millesimi dell’intero palazzo: sarebbero in grado di orientare tutte le scelte, di aiutare a risolvere i problemi, peccato che alle riunioni non vadano quasi mai e se sono presenti passino tutto il tempo al telefonino o deleghino a votare per loro comparse prezzolate che non hanno idea di dove siano, e pensino solo a chiedere il numero di telefono alle studentesse dell’Erasmus del terzo piano.

Gli Italia escono poco, quindi capiscono anche meno. Sono però iperattivi. Per distrarre i figli che hanno intuito quanto sarebbe meglio conoscere gli altri abitanti il condominio, e tranquillizzare i nonni che si annoiano e parlano solo a quant’era bello quando avevano trent’anni, i denti, i capelli e la pensione regalata, si sono messi a fare  lavori inutili e di grande effetto, come capita nelle migliori gabbie di criceti e negli imperi egizi.

Alza quel muro!” è stato il primo imperativo “Dobbiamo impedire l’ingresso dei gatti randagi dal cortile!” e “Così bocchiamo le correnti d’aria fredda!” e “Impediamo l’ingresso di cibi senza carboidrati!” Poi è venuto  Installiamo un nostro videocitofono!” un bel gadget tecnologico per divertire i bimbi che possano vedere l’esatta posizione dei fattorini prima di lanciare i gavettoni, utile anche a scegliere le badanti in base allo zigomo e i raccoglitori di pomodori in base all’apertura pollice-indice. Ecco poi “Stampiamo i soldi finti come a Monopoli e facciamo finta che siano veri! Siamo ricchi!” cosa che ha divertito un po’ tutti e aumentato per due giorni gli scambi economici nell’appartamento. Ecco allora “Pitturiamo le serrande color cachi!” è stata poi una proposta utile a dare un lavoro inutile ai ragazzi di casa e a lanciare l’hashtag #cachisenzavergogna, per sentirsi trasgressivi e divertire sui social. Infine è arrivato il ferale “Non rispettiamo le regole condominiali! Non ci piegheremo alla dittatura dello zerovirgola!”

Gli Italia sono rumorosi e inaffidabili, si sa, e usano spesso paradossi pensando che grazie alla loro simpatia nessuno li ascolti davvero, però quest’ultima affermazione ha stranito gli altri condomini che hanno cominciato a chiederne ragione, anche perché il cattivo esempio non stigmatizzato è in grado di condizionare anche altre menti semplici nel grande palazzo.
Gli Italia, a cui non manca la fantasia, hanno subito trovato motivazioni fanfaroniche e d’impatto: “Perché in Viale Europa il tempo atmosferico è sempre deciso dagli ultimi piani! Perché non possiamo neppure più russare in casa nostra! Perché siamo belli, furbi e veniamo da lombi nobili e dunque i diritti e i doveri degli Italia sono diversi geneticamente da quelli degli altri! Perché quello che facciamo coi muri in casa nostra, sono solo mattoni nostri, e non ci interessa se siano portanti! Cosa? Dite che c’era un accordo scritto? Di certo a nostra insaputa! Avete ancora da ridire? Noi allora ci infiliamo le dita nelle orecchie e urliamo democraticamente blablabla!  Non vi va bene? Siete fascioidi, antidemocrastici e xanadufobi!
Ecco una montagna di parole sparate a casaccio, scoregge false, rutti utili solo a sollevare polveroni di saliva portatrice di contagio. Con l’obiettivo di convincere i giovani e gli anziani in famiglia che in Viale Europa non li vuole nessuno, che per loro non c’è posto, non c’è aria, non c’è libertà. Per convincerli che sarebbe meglio trasferirsi altrove, in un posto libero dove gli altri non ci saranno, nessuno gli ruba il diritto di piangersi addosso, e non avranno pressioni per guardare al futuro, risolvere i problemi, combattere le mafie, far amicizia e business col vicino di casa, rispettare le leggi ambientali e fiscali. In un posto dove potranno vivere degli ortaggi dell’orto piantato su bei terreni contaminati, ruminare prodotti bioillogici fatti dagli Italia, da maestri del telecomando, orgogliosi della loro bella lingua, anzi liberi di usare un dialetto in cucina, uno in bagno e uno in salotto.

Itala, la più giovane, che è poco interessata a quelle fregnacce e ha già capito che gli adulti alzano il tono quando devono coprire le loro colpe, e parlano di libertà quando sanno di togliertela, chiede “Com’è ‘sta storia di Zerovirgola? L’avete ritrovato? È diventato dittatore di che?”
Ovviamente lei si riferisce al gattino sparito da qualche settimana, in realtà annegato nello sciacquone dallo zio che non ne sopportava i miagolii notturni e per la cui dipartita ha accusato ad arte lo chat del vicino di pianerottolo.
“Grazie per la domanda, piccola Itala, e non farne mai più. Ciò mi consente di parlare d’altro,” i capifamiglia lo spiegano bene alla famiglia riunita sotto l’albero, “Loro, quelli qui di Viale Europa… Loro i gatti li mangiano. Loro non ci vogliono e neppure capiscono che siamo diversi. Ad esempio, noi volevamo indebitarci verso di Loro spendendo il 2,40% di quello che non abbiamo, ma Loro ci hanno guardato male, allora abbiamo detto subito che sarà solo il 2,04% - che poi è la stessa cosa perché sia sa che qualunque numero moltiplicato per zero dà sempre lo stesso risultato . Ma Loro non sono contenti, mai. Loro sono cattivi e non amano la matematica. E noi siamo buoni e. Semplice, chiaro.” Molti annuiscono.

“E Zerovigola dov’è finito?” la bimba è interdetta dai funambolismi illogici dei capifamiglia.
La doppia sberla biguanciale le arriva da entrambe i capifamiglia mentre il terzo riprende  la scena col telefonino e la posta con #cachisenzavergogna #eallorazerovirgola #unatroiettapresuntuosa #vialeeuropacovodiserpi #primagliitaliaepoiildiluvio #ridebenechihaancoraidenti
Con le mani fumanti in bella vista, i capifamiglia riprendono, “Il regalo che vi chiediamo a Natale è consentirci d’abbattere il condominio in primavera, quando si voterà per il nuovo amministratore.”
“Con noi dentro? Siete scemi?” chiede il cugino Italicchio che gli altri trattano come un animale da cortile perché ha preso addirittura la licenza da geometra.

I dettagli non sono importanti: noi siamo gli Italia! Noi i dettagli ce li pippiamo come farina taragna!" e lo mettono a quota 100, gradi nel forno. "Autorizzateci a imbottire i pilastri di casa con bombe! A cambiare tutto! A mettere la realtà aumentata nell’ascensore sociale! A chiudere la bacheca degli avvisi che spreca carta! A accorciare le divise delle stagiste e a impedirgli di abortire! A malmenare chi vuole rimanere in Viale Europa! A abolire la logica, l’università, la cucina fusion, i rapporti tra condomini consenzienti! Fateci rendere obbligatorio l’uso dell’esclamativo al termine di ogni frase! Autorizzateci a tutto, visto che non ci capiamo niente! E sarete sempre più felici di appartenere a questa famiglia!
(continua?)


Dedicato a Antonio Megalizzi.
R.I.P.

lunedì 10 dicembre 2018

Sullo scrivere e sul leggere ai tempi dell’emoticon


Caso 1) Un amico funzionario  in Commissione Europea mi racconta che in un comitato impegnato a trasferire norme di sicurezza e igiene ai parrucchieri di tutta Europa si è sentito dire: “No, non possiamo presentare questi contenuti con una brochure perché i parrucchieri non leggono mai!” Era chiaro come il problema non fosse ‘quella’ brochure ma l’uso di testi in generale.

Caso 2) In uno dei miei corsi di storytelling applicato ai beni culturali abbiamo visitato diversi musei. Abbiamo provato a ragionare sulle didascalie alle opere. Mi sono subito reso conto come l’esercizio non destasse entusiasmo. Il perché mi si è chiarito quando, con schiettezza, un partecipante è sbottato: “Vabbè, Andrea, il fatto è che io non leggo mai le didascalie, per me si potrebbero proprio togliere. Dobbiamo inventarci altro…” In molti annuivano.

Caso 3) Non c’è bisogno di un semiologo per notare come lo spostamento verso Instagram dell’uso dei social non coincida affatto con la capacità di fare belle foto quanto piuttosto con la voglia di senso immediato dato dall'imagine ritoccata, fasulla, patinata. Traspare il totale disinteresse per l’approfondimento, e si nasconde una scarsa capacità di approfondire, quasi che la consapevolezza di non avere gli istrumenti per comprendere la complessità travasi l’attenzione e la dedizione dove non c’è nulla da capire.

Caso 4) Il diluvio di whatsapp vocali e la loro illogica serialità che trasforma ogni affermazione in provvisoria. Svuotato dal contesto di un processo di apprendimento, parlare a Siri, Alexa e Hal9000 diventa più dannoso che spiegare l’Iliade a un cane o conversare con gli alberi (perlomeno questi non danno problemi di privacy). L'Intelligenza Artificiale avrà in futuro decine di fantastiche applicazione ma il suo distaccarci dalla parola scritta ci allontanerà anche dalla necessità di capire concetti complessi e al gusto di considerare alternative meno efficienti ma più costruttive alla soluzione dei problemi.

Vivo scrivendo, scrivo per vivere. Mi ricarico leggendo.
Parte delle mie parole esce in forma di libro edito; quando scrivo biografie personali queste diventano un libro privato in edizione limitata; le mie sceneggiature diventano spot o plot; progetto esperienze che fanno ridere, imparare, piangere, scoprire, in musei, negozi, spazi; poi c’è il blog, il sito, i post, le lettere a chi amo, gli appunti lasciati a macerare nei notes per anni che al momento giusto sanno prendere vita.
Nello scrivere trovo manifesto il coraggio di affermare la propria esistenza, è un continuo mettersi in discussione, affrontare la vita adulta, serve a mediare e a comprendere, lascia inermi, muove energie.

Per quello che scrivo vengo anche contestato, talvolta in modo acceso. E sono tra i momenti migliori, quelli che ti fanno capire come scrivere serva, come io di strada ne debba fare ancora tanta, quanto debba imparare, e di nuovi compagni di strada incontrarne molti.
Spesso chi mi contesta non è in grado di argomentare le sue ragioni e la butta in caciara, in quei casi mi spiace. Vorrei sapesse argomentare meglio, contestarmi meglio, usare delle fonti, separare fatti da opinioni. Perché altrimenti il nostro incontro non serve a nessuno dei due.
Perchè scriversi e leggersi è la migliore via conosciuta per moltiplicare le vite che ci sono concesse.




sabato 10 novembre 2018

"Paganini Rockstar" - Il racconto di una mostra con ambizioni fuori dal comune.


Con la classe del corso di digtal storytelling che tengo a Genova, sono stato pochi giorni fa alla tanto attesa mostra Paganini Rockstar, al Palazzo Ducale. Megaproduzione locale di ambizioni almeno europee. 

Annunciata per mesi con una comunicazione poppissima e intelligente, la possibilità di poterla finalmente visitare elettrizzava tutti noi. L’idea di base è che Paganini ai suoi tempi fosse una star, un virtuoso, un dannato, un marziano della musica come Hendrix.
Il primo, grande, calo di tensione è arrivato già all’ingresso quando la signorina in tailleur – consapevole della eresia che stava dicendo – ci ha invitato a “non fare foto e video, per favore.”  Le ragioni erano di copyright  e dintorni: posso anche capire ma non devono diventare un mio problema e sono tutte cose risolvibili volendo e pagando. Sono anche le ragioni per cui sui social si parla poco e niente della mostra (e forse anche perchè per 2 ore siamo stati quasi gli unici visitatori).
Di colpo siamo tornati in Italia, in periferia, in mano a chi non ha capito nulla del pubblico e di quello che cerca. La partecipazione attiva è la prima cosa che determina il successo e scattare foto per raccontare è il top  (anche perchè poi poco è arrivato in tal senso) …. Con molti corsisti rassegnati  entriamo.

Il primo exibit è il più bello di tutti: su uno schermo parole vanno alla velocità delle battute dei “Capricci” di Paganini. Siamo davvero senza parole.
Approcciando poi i testi sui muri invece ne troviamo troppe: migliaia di parole, verbose e adatte a altri scopi, sicuramente scritte da esperti di musica ma da inesperti di allestimenti e incuranti dei livelli di attenzione e di diottrie di noi umani paganti.

Poco oltre la cosa più malriuscita, che purtroppo si ripete per tutta la mostra. Lungo il percorso ci sono numerose ampie pareti specchiate. Vi sono attaccate, come lavoretti scolastici, centinaia di testi, foto, talvolta con finestrelle video che hanno tutte la stessa caratteristiche: caratteri piccolissimissimi, testi lunghissimi, in contesti buissimi. Poi sarebbero davvero la cosa più interessante perché costruiscono la relazione tra Paganini e Jimi Hendrix. (Quei pochi che sono riuscito a leggere hanno confermato quest’ipotesi)
Ho scritto ‘come lavoretti scolastici’ perché diversi dopo meno di un mese di mostra si stavano staccando per colpa di un biadesivo acquistato in saldo, sotto gli occhi del molto personale che forse è più preoccupato di chi fa le foto piuttosto di che cosa fanno le foto della mostra.

Meglio riuscite le proiezioni su grande schermo: magnifico Bolle che balla su musiche di Paganini, interessante Morgan che ne analizza la musica, e simpatica la Nannini che racconta il suo rapporto col palco. Noiose e ripetute nei format le interviste-testimonianza a una serie di esperti paludatissimi che dicono la loro in un set statico, statici loro e monocorde le loro narrazioni.
Progettate malissimo le postazioni touch dove puoi sfogliare centinaia di pagine digitali di testi e diari che dovrebbero essere interessanti ma sono illeggibili: sarebbe bastato evidenziare o animare delle parti per moltiplicare il nostro interesse.

Il calo della libido da mostra è totale nella sala dove sono mostrati sotto vetro un violino e una chitarra elettrica smembrati in parti (niente di prezioso, kit acquistabili su Amazon). Sono in legno. Vorresti toccarli, sniffarli fare esperienza emotiva del rapporto con tutto ciò ma niente.

Lì accanto, una delle poche cose che ha animato gli studenti: una chitarra elettrica e un violino elettrico a disposizione di tutti. Ovviamente molto graditi a chi suonicchia qualcosa, zero agli altri che magari avrebbero invece apprezzato un tutorial o qualcosa del genere.

In chiusura c’è una piccola parte dedicata a Jimi Hendrix che è quello che ti aspetti: un fantastico videowall dove suona, qualche bell’abito di scena e un’intervista a Ivano Fossati che ne giustifica l’accostamento con Paganini e gli toglie un po’ la scena.

Molte cuffie per ascoltare interviste e musica, tutte di bassa qualità. Dopo la mostra dei Pink Floyd dove avevamo tutti una cuffia Sennheiser da 70 euro, lo standard deve essere posto a un livello decisamente più alto

Il merchandising… penoso come quasi sempre in Italia: la tazza, il catalogo e il magnete da frigo, nient’altro.

Insomma, una mostra con ambizioni pop ma senza il coraggio di osare davvero. Con di certo alto budget ma con poca attenzione a noi visitatori. Con idee ancora poco chiare di come si storicizzi e racconti la musica, la fama, la fatica. Allestita in modo discontinuo e disomogeneo. In bilico tra varie idee di fondo, con forse troppe mani e teste che hanno detto la loro senza mai voler litigare e dunque senza accordarsi su un tono che mettesse al centro le nostre orecchie, i nostri cuori, i nostri sogni. Un discreto punto di partenza per porsi mete più ambiziose.