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sabato 25 gennaio 2020

"La società signorile di massa", di Luca Ricolfi - recensione e qualche dubbio.


La società signorile di massa” di Luca Ricolfi è il libro del momento. Lo leggono è discutono amici e colleghi. Molti di loro me ne hanno parlato con punte inedite di ammirazione per le riflessioni che presenta sull’Italia. Per tutti, me compreso, si tratta di un punto di vista originale sull'economia e sui comportamenti che da essa discendono.
Tutto questo ha giustificato in me la scelta di investire i 18 euro del prezzo di copertina.
Letto e masticato per bene. Appunti, post-it, scritte a margine per fissare le idee.  

L’assunto del libro è che: siamo in una società dove la maggioranza non lavora; tra quelli che lavorano c’è una bella fetta di para-schiavi che consentono agli altri (la maggioranza) di fare i signori vivendo poco di lavoro e molto di rendita; l’accesso a consumi opulenti e non necessari è diventato di massa. E la cosa non può durare più di una generazione o due, poi ci sarà il tracollo.

I giovani fotografati da Ricolfi – spesso figli unici - sono destinatari del patrimonio delle famiglie e se scelgono di non fare niente di produttivo è perché si sono fatti bene i loro conti: "fino a trent'anni traccheggio e poi eredito il bottino."
L’alluvione di dati del libro si sposa spesso con opinioni personali da nonno davanti al caminetto. Che diventa autoindulgente verso la ‘vera’ elite, la società signorile e non di massa, che lui vede (senza portare dati) come quasi ascetica e fuori dal coro e non cafona e sbulaccona come appare davanti al mio caminetto.

Il fondamento che in Italia lavori meno del 50% delle persone abili è un po' buttato lì (e contraddice il 58% di molte statistiche, comunque basso) e dimentica la stima che il lavoro nero pesi tra i 2 e i 3 milioni di teste (tra 7 e 10 %).
L'analisi su come stiamo messi male di Ricolfi tralascia del tutto che la condizione italiana ci porta ad avere un livello di aspettativa di vita tra i più alti del mondo e un tasso di suicidi tra i più bassi; che tutti i reati solo in calo da molto tempo; sussurra solo che abbiamo una bilancia commerciale in forte attivo.

Ricolfi considera la velocità di cambiamento del contesto una questione accessoria, non una concausa. Molti altri ritengono sia una delle variabili che maggiormente condizionano la crisi della scuola, dell’università, del sindacato e del mondo del lavoro in genere.
Lui elude ogni considerazione sulle piattaforme digitali che hanno stravolto dinamiche di relazione, di reputazione, di partenariato, di organizzazione. 
Arriva fin a criticare duramente la scelta di alcuni farsi un ‘anno sabatico’ dopo le superiori per capire il mondo e scegliere con più criterio la propria via (consuetudine anglosassone che lui ignora pur esaltando le doti pragmatiche e protestanti).
  
Imbarazzante la sua leggerezza e lontananza dal reale quando afferma, chissà con quali dati che “Ieri si leggevano i libri, oggi si va alle fiere per veder parlare l’autore. Assai più gratificante che stare a casa da soli, a leggere”.  

Mi trova sul pezzo quando si incaponisce sulla follia che le spese in gioco d’azzardo valgano quanto la spesa sanitaria (circa 110 miliardi annui), è però un po' colpevole di leggerezza quando non dice che oltre 80 miliardi rientrano in vincite ai giocatori stessi. 

Forse il passaggio dove manifesta maggiore pigrizia intellettuale è dove arriva a criticare la recente propensione all’uso piuttosto che al possesso quasi essa sia un limite e non una risorsa, sia in termini di reddito che di relazione. Quasi non sia un modello di crescita culturale responsabile e auspicabile. La variabile ambientale la evita e canzona alquanto chi magari sceglie il bio, la riduzione del superfluo, la sostenibilità. 

Non sopporta proprio che molti italiani facciano movimento, vadano in palestra e simili, vedendo ciò solo come spesa superflua e non come un vantaggio per il corpo, per lo spirito e per le casse della sanità pubblica.

L’impressione generale è che il Ricolfi sia partito da una sua teoria sull’Italia e abbia scelto con cura dati e percorsi utili a dimostrarne la validità. Questa manipolazione è ben fatta e spesso contiene anche guizzi originali. Non ci sono tuttavia elementi sufficienti a confermare che quello che afferma sia vero, inquadri il reale, soprattutto vada in profondità nel cogliere i bisogni su cui progettare soluzioni.

Riprende molti dei concetti già trattati da Bauman con ben altro spessore, e riconduce la vita senza progetti, l’immediatezza del vivere a questo suo concetto di società signorile di massa, senza nulla concedere a temi più profondi come l’incertezza, la paura.
Tocca, ma sempre di striscio, quasi non voglia sporcarsi la penna, il tema del cattolicesimo come limite all’ambizione personale, alla meritocrazia, come la confessione e l’assoluzione siano una bella comodità in caso di evasione fiscale o altre cosette del genere.
Non si pone la questione di un paese per un terzo in mano alla criminalità e del suo impatto reale sul sistema complessivo e sulla politica. La sua analisi delle relazioni Nord – Sud del paese è ipersemplicistica e datata: sud fannullone e dove si regalano i voti a scuola, nord operoso. 'ndrangheta e mafie non pervenute.  

L’impressione forte è che i 70 anni dell’autore lo portino già in una dimensione nostalgica di chi guarda al passato autoassolvedo la propria  generazione. Un passato dove studiavano in pochissimi, si viveva meno e male, le donne e le minoranza stavano al palo della vita, l'elite passeggiava in alpeggio, la fame spigeva all'azione e il ricordo della guerra determinava le decisioni. Mi ricorda in molti passaggi l’abbaglio di un altro libro discutibile, “Gli sdraiati” di Michele Serra di qualche anno fa, che ufficialmente raccontava di un giovane  demotivato e quasi alieno, nel concreto, parlava di un padre che aveva fallito in pieno la sua missione genitoriale.

Insomma, Ricolfi dice che siamo una società signorile di massa e la prima cosa che mi viene in mente alla fine della lettura è : “Mbè? Dimmi qualcosa di utile o ridammi i miei 18 euro.”

martedì 24 dicembre 2019

Di povertà vorrei parlare…

Oltre venticinque anni fa ho iniziato ad occuparmi di progetti e strumenti per la lotta alla disoccupazione. Una dozzina di anni fa mi sono allargato al tema della creazione di lavoro e alle nuove professioni, al recupero spazi e alle nuove economie. Poi mi sono concentrato sul lavoro  le competenze in ambito culturale, anche con progetti specifici di sviluppo territoriale.
Poi nuovi percorsi, forse logici ma anche inaspettati, da quasi un anno  mi hanno portato ad un impegno professionale nel campo della lotta alla povertà.

Ne parlo poco, pochissimo. È la prima volta che lo faccio sul web e sui social media. Il Natale  e la voglia di condividere le opinioni con chi mi segue su questo blog, mi spinge a fare qualche considerazione.
Dopo un anno di lavoro, nella testa si mischiano visi, statistiche impietose, storie di vita, la disperazione delle famiglie, i raggi di speranza per alcuni, e lo scoramento di operatori bravissimi chiamati sempre a svuotare l’oceano con un cucchiaio.
Se contabilizzo con la mente i miliardi spesi per lo scopo e provo a coglierne gli impatti scarto la retorica, scelgo la pragmaticità. Perchè se ne parla e scrive troppo poco.

Il 2019 è stato l’anno del Reddito di Cittadinanza, l’affermazione di un nuovo diritto e del concetto che in una comunità la fratellanza è pilastro di democrazia e include il sostegno  nelle situazioni più disperate. La svolta legislativa è stata epocale

Sì, il sistema era impreparato a uno strumento così ampio e complesso: servizi non all’altezza, software inesistenti, procedure da progettare, leggi e decreti da scrivere, scollamento tra le amministrazioni, operatori travolti dall’incertezza e dall’utenza. Una politica più saggia avrebbe dovuto immaginare 12-18 mesi per organizzarsi. La situazione è in evoluzione, tanto è stato costruito e tanto si sta facendo. Occorre guardare al futuro e apprezzare una base giuridica che non c’era e le opportunità che stanno sviluppandosi. Eccoci allora qua, impegnati a trasformare un magma di casi ed eccezioni in un sistema di supporto ai cittadini, dando del nostro meglio. Tra un anno, ci rivedremo qui per i primi veri bilanci.

Alcune cose le ho imparate velocemente.

Lavorando sulla povertà e sull’esclusione sociale ho compreso come la povertà educativa sia la radice da estirpare. Ragazzi e ragazze che non studiano non hanno chance contro l’esclusione. Quando incontro ventenni inchiodati al dialetto e a solo duemila parole in italiano vedo i loro percorsi in caduta libera. Comprendi subito come la licenza superiore sia il minimo per galleggiare, e a essa andrebbe accompagnata da forme di educazione non formale che passino attraverso lo sport, i gruppi giovanili, la possibilità di viaggiare e magari padroneggiare un’altra lingua.  Miliardi di euro e nuovi approcci vanno calati sul sistema scolastico e sui servizi di supporto alle famiglie.

La seconda componente maligna della povertà è la solitudine. La povertà relazionale è estremizzata nei cittadini senza dimora ma è trasversale a tante categorie, accentuata dopo i 50 anni. È la dimensione in cui ci si arrende, non si ha nessuno per cui impegnarsi, con cui condividere sforzi, sconfitte e successi, e allora, tanto vale, lasciarsi andare.  Lo so, non puoi obbligare a nessuno di socializzare, a curarsi, però puoi agevolarlo. Possono farlo architetti e urbanisti a cui si dia tale mandato nei loro progetti per città, quartieri e aree interne, possono aiutare animatori e artisti sociali. Anche la banda larga e l’educazione digitale sono utili allo scopo.

Il fantasma che ogni tanto intravedo è quello della povertà provocata e dunque evitabile. La percepisci nelle regioni in mano alla criminalità, dove il povero è utile, è manovalanza, è docile, è la piattaforma su cui accumulare ricchezza. Dove le componenti di ignoranza, lavoro nero e solitudine sono al servizio di un disegno più grande che giustifica a ricchezza di pochi sulle spalle dei molti.  

In quest’anno ho imparato che la povertà è un fattore complesso (‘multidimensionale’ dicono i tecnici) e la lotta al fenomeno soffre di semplificazione. È pilatesco affermare ‘basta dare un lavoro’, così come è una semplificazione l’idea che esistano soluzioni valide per tutti. I percorsi hanno senso quando sono individuali, sono lunghi, passano per il recupero della legalità, della speranza, dei fondamentali del vivere civile.

giovedì 1 agosto 2019

Formarsi per trasformarsi. Riflessioni di un docente alla vigilia delle ferie.


Nell’ultimo anno ho fatto almeno 80 giornate di formazione (sono un’enormità e prometto a me stesso che non lo farò mai più). La bellezza della formazione è che consente di entrare in relazione con le persone in un momento cruciale della vita: quello dello sviluppo professionale.
Sono tutti corsi per adulti. Possono essere partecipanti a master, occupati e disoccupati di ogni età in corsi finanziati dalla UE, manager privati, direttori di musei o biblioteche.

Quello che accomuna gran parte di loro è il disorientamento. Come se la velocità a cui si muove il contesto paralizzi la capacità di muoversi senza punti di riferimento; l’assenza di certezze impedisca di tracciare rotte; l’ansia che vedono negli occhi dei genitori o dei partner diventi il fantasma che li impantana se stanno per accelerare.

Incontro spesso talenti formidabili che non hanno mai potuto verificare nel concreto l’utilità di ciò che saprebbero fare. Da parte dei più giovani osservo una profonda critica ai programmi universitari ritenuti obsoleti se non proprio campati in aria.
Io non sono un accademico. Adoro l’aula ma ho bisogno di ‘fare cose’, impastarmi col reale, confrontarle con l’ottimo e i mediocre, elaborarne l’efficacia. Poi, se ho imparato qualcosa, trasformo tutto ciò in un’attività d’aula. Mi appassiona e diverte anche e spero che ciò mi renda un apprezzabile formatore.

Ogni tanto ecco quello/quella (più spesso è donna) che si incaponisce su un’idea e vuole fortemente realizzarla. Spunta il ‘progettino’ che sgomita per prendere forma e perdere il diminutivo. Quando ci riesce, lo sguardo di chi immagina il futuro è diverso: chiede e libera energie. Ci sono casi in cui questo miracolo avviene addirittura durante il corso e allora nasce una contaminazione positiva con gli altri partecipanti, i talentuosi e indecisi che scoprono come si possa osare. Il progetto allora diventa più di uno, alcuni si fondono, si scontrano, si arricchiscono a vicenda. Tutti imparano e si trasformano.

Sullo sfondo, gli enti di formazione: tolte brllanti eccezioni, soffrono la pesantezza burocratica, la difficoltà a interpretare il contesto, faticano a dare senso ai loro corsi, anche perchè quasi mai conoscono davvero i corsisti, raramente interagiscono con i docenti, tantomeno li coordinano. Fanno un lavoro per cui occorre una vocazione ma raramente riescono a vedersi come tali. Anche se formare gli enti formatori è un po' come spingere gli spingitori di guzzantiana memoria, dovrebbe essere fatto.

So che molti dei partecipanti alle mie aule leggeranno questo post e non mi spiacerebbe confrontarmi ancora con loro su questi temi.

mercoledì 15 maggio 2019

Il Salone del Libro di Torino per chi non c’era: dalla A alla Z


  •  A – Alberto Angela, presidente del consiglio dei saggi per acclamazione, atteso da una fila immensa. Evocato già dai perquisitori (quelli che all’ingresso ti tolgono le bottiglie d’acqua perché tu possa comprare l’acqua nei bar interni). Sbrilluccicante negli occhi glitterati delle signore phonate. Santo subito.
  • B – Bella Ciao, password popolare che apriva l’accesso alle teste altrimenti rinchiuse nella paura di un forte fascismo percepito. Era scritta sulle spilline indossate dagli editori, appesa agli stand, fischiettata nei bagni e nei corridoi. Mi son svegliato.
  • C – Code, una costante nel paesaggio. Migliaia di bipedi disposti a aspettare per ore in coda la presentazione di Salinger Jr., la dichiarazione di Saviano, la battuta di Pannofino. Code per mangiare, pisciare, pagare. Code.
  • D – Disegnetto, è il miglior modo di vendere libri se fai l’illustratore. Vati del gesto creativo seriale sono Zerocalcare, per avere il di cui disegno su un di cui libro occorreva prendere il numero e attendere qualche ora peggio che allo sportello Equitalia, e Leo Ortolani che invece amava veder la fila davanti a sé; fila così lunga da favorire la nascita di amicizie e amori.  
  • E – Ebook, scomparsi dai radar, schifati dal mercato, hackerati come avenger, sopportati da pochi editori, espulsi da altri. Nessuna traccia, nessuna convenienza. Fino ad alcune case editrici serie che, se proprio lo scrittore vuole, gli fanno l’ebook se se lo paga lui.
  • F – Fascismo, respinto, rimbalzato, esorcizzato, schiacciato da pile di libri e da suole inarrestabili, soprattutto da idee e buon senso che nel salone esondavano fluenti. Chi aveva pubblicato anche solo la biografia del nonno nato in quel periodo la esponeva come feticcio e parafulmine. La forza delle idee vs. la forza  contro le idee.
  • G – Giovani. Tanti, ovunque, in parte scarrozzati da professori, in parte impegnati in progetti di alternanza scuola/lavoro centrati sull’intervistare, scrivere, creare, gestire. Tanta curiosità esibita. Alla ricerca di voci sintonizzate sulle loro orecchie, e di orecchie sintonizzate sulle loro voci, che sono poche.
  • H – Haiaiai a chi pensava di trovare un posto comodo e democratico dove ricaricare il telefonino…
  • I – Ipocrisia. Un mare di editori a pagamento che nel Salone esibiscono verginità e serietà a danno degli allocchi. Stand enormi di sigle neppure distribuite in libreria. Robe così.
  • L – Libraccio. Un enorme stand del Libraccio che stravende testi scontati di un po’ tutti, di molti marchi presenti. Code alle casse. Migliaia in cerca dello sconto con gli editori lì accanto che fanno la fame con gli stessi volumi a prezzo pieno. Toglietelo di mezzo! È concorrenza scorretta, non vi pare? E abbassa di molto la percezione del valore dei testi. Un brutto spettacolo.    
  • M – Mangiare, code infinite e qualità da luna park di provincia. Hot dog, hamburger, pizza molliccia. Al Salone è meglio nutrire l’anima.
  • N – Novità, tante e varie.
  • O – Ohhh, facevano tutti davanti all’enorme cilindro di libri altro oltre 10 metri
  • P – Podcast, diversi gli stand interessanti che cercano di trovare la via italiana al podcast. Da Amazon a Storielibere.fm, in diversi fanno capolino in un mercato che trova molte delle sue ragioni nell’invecchiamento della popolazione, nella pigrizia dei lettori, nella diffusione dell’uso degli auricolari, nella qualità dei nuovi prodotti, nei nuovi home assistant (“Alexa leggimi 50 Sfumature di”). Da tenere sott’occhio.  
  • Q – Quando non ne potevo più di stare in piedi mi sono infilato in uno stuzzicante confronto sul western italiano da Tex a Red Redemption 2, da trame elementari a narrative non lineari. Per nerd della scrittura.
  • R – Regioni, hanno fatto i loro stand, molti grandi e grossi, e costosi. Luoghi senz’anima con l’attrattività di una bancarella bulgara di merce contraffatta nella periferia di Stoccarda. Puglia, Marche, Calabria, Sardegna, con libri dal valore dubbio  e la qualità risibile appoggiati su banconi, oscuri funzionari leggenti al massimo gruppi su whatsapp. Da evitare.
  • S – Spritz. Lo stand dello spritz molto pop e gettonato a tutte le ore. 5 euro per gradire. Intellettuali alticci, inebriati dall’arancione. Poco ‘Hare Krishna’, molto ‘... e dove ceniamo stasera?’
  • T – Torino, splendente ed efficiente, che ci ha stupito con la nuova passerella che collega Stazione Lingotto direttamente col Salone. Così si fa.
  • U – Undici i libri che mi sono comprato con la complicità del POS presente in ogni stand, tra cui: “Viviamo in acqua” di J. Walter e “Doppler – la vita con l’alce” di E. Loe di cui non sapevo nulla e contino a non sapere nulla, acquistati solo perché passavo di lì e gli editori sono stati convincenti
  • V – Visitatori. Tanti tantissimi, eterogenei, hipster e nonne, sognatori e fan, aspiranti qualsiasicosa, lettori incalliti e perdigiorno. Continuiamo così, facciamoci del bene.
  • Y – Youtuber, editori di grandi dimensioni che raddrizzano i bilanci con improbabili biografie di sedicenni spettinati che raccontano l’ombelico a una generazione che non ha occhi per vedere la luna. Giovani creature figlie di un’altra generazione che li ha convinti che mai andranno sulla luna, perché neppure esiste ed è stata messa lassù da Photoshop.
  • Z – Zero scuse: leggere fa bene a tutto.


mercoledì 1 maggio 2019

Il Lavoro e il Non Lavoro.


La prendo da lontano… non mi faccio mai consegnare cibo a casa quindi mi sfilo dal dibattito sulle mance ai fattorini di pizze-sushi-hamburger e simili. Non lo faccio perché quei ragazzi mi fanno pena quando li vedo pedalare, e perché in casa amo cucinare. Fanno un lavoro che non può essere sostenibile, gli toglie energia e svuota di senso il lavoro stesso: il valore della merce in ogni viaggio è troppo basso per giustificare il valore aggiunto dal costo della consegna. È una presa in giro, come i tirocini infiniti, i periodi di prova senza termine, il ricatto del ‘fai un lavoro che ti piace… vuoi pure essere pagato il giusto?’  

Conosco abbastanza quei ragazzi, il labirinto in cui si trovano, la disillusione e la rabbia di alcuni. Li incontro  in molti corsi dove insegno. Tra loro non mancano i talenti, parlano tre o più lingue, sono persone quadrate e motivate a cui non viene data la fiducia, l’occasione, la possibilità di sbagliare. In tanti, tantissimi, lavoricchiano spesso in nero, mixano passioni e necessità nel disorientamento complessivo. Molti rischiano di arrendersi ad un eterna attesa coltivata nel rancore, di macerarsi nell’irrilevanza, di rassegnarsi a pedalare come criceti nella ruota, a non strutturare le loro conoscenze in competenze reali e spendibili sul mercato.

Io vivo del mio lavoro – sempre da immaginare, trovare, svolgere, mese dopo mese, nell’incertezza del presente e nella visione di futuri utili e probabili – e gran parte del mio è sviluppare lavoro e opportunità per altri.
Nei miei progetti col pubblico e il privato vedo le potenzialità dei singoli e la disorganizzazione del sistema complessivo che non crea occasioni, benessere e occupabilità.

Mancano servizi adeguati, banche dati di riferimento, marketing territoriale, conoscenza dei bisogni e  visone generale. Mancano perchè non interessano. Nessuno è pagato e motivato a raggiungere obiettivi reali. I tempi degli interventi rispondono a tempi anni ’80 in cui il contesto consentiva piani quinquennali, incongrui con la velocità dell’oggi.  

Manca il coraggio di sperimentare soluzioni, valutare gli impatti delle politiche, misurare l’efficacia della Pubblica Amministrazione. 
Si crede che il lavoro nero sia inevitabile, che l’illegalità sia congenita e necessaria, che in fondo aiuti gli ultimi a metterci una pezza, quando invece non fa altro che irrobustire la gabbia in cui sono rinchiusi e annullare in partenza il percorso degli imprenditori che vorrebbero operare in regola, creare valore collettivo, assumere e formare.

Credo che l’Europa, come luogo politico e geografico, ci possa aiutare molto nel cammino necessario per dare forma e efficacia al nostro mercato del lavoro. Non parlo di Fondi, quelli già presenti abbondanti e spesso spesi male in molte regioni, ma nella forma mentis, nella creazione di opportunità, nel lavoro per obiettivi, nella dotazione tecnologica, nella riduzione del digital gap e dell'analfabetismo funzionale che sta rallentando ogni reale ipotesi di sviluppo. Anche questa è una ragione profonda per andare a votare a fine mese. 

mercoledì 27 marzo 2019

Lettera a Verona: Gay-friendlyness e mercato del lavoro.


Uno dei momenti più divertenti dei miei interventi alle platee di giovani (e meno giovani) in cerca di lavoro o che provano a riflettere sullo sviluppo del loro brand personale è quando si arriva a discutere l’impatto  dell’uso dei social media nei percorsi lavorativi e della trasparenza che questi concedono ai selezionatori sugli orientamenti religiosi, politici, sessuali dei candidati.

La vostra bacheca Facebook, le foto che postate su Instagram, dicono tutto di voi anche se non volete. I film che vedete, i libri che leggete e la musica che preferite tratteggiano tutto i voi con una minima possibilità di errore.” Normalmente qui ci scappa il brusio e l’attesa per quello che viene. “Non è di per sé positivo  o negativo dare al mondo queste informazioni: lasciar sapere che siete buddisti, o gay, vegetariani, di destra o sinistra. C’è un mercato per tutti, anche nel mondo del lavoro. A volte mettere certe carte in tavola dal principio è anche un modo per evitare poi mobbing e fenomeni simili.”

So che è quella dell’orientamento sessuale la questione che incuriosisce di più e la domanda viene spesso dai ragazzi (la politica e la religione non hanno lo stesso appeal). Io vado dritto, “ L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nell’8% i non etero nel mondo, distribuiti ovunque, concentrati nelle grandi città dove l’apertura alle diversità è maggiore, così come l’anonimato.”
Lì li ho presi, perché cominciano a moltiplicare questo parametro con il numero dei compagni di classe, i condomini, quelli con cui si schiacciano sui bus all’ora di punta, con i presenti nell’aula dove siamo riuniti. “Le aziende capaci di trasformare le diversità in ricchezza misurano la vostra ‘gay friendlyness’ durante i colloqui, che poi significa capire come reagite davanti a due uomini o donne che si tengono per mano entrando in negozio, che provano le molle di un letto, che discutono dell’abbigliamento per il figlio. E vogliono capire se vi girate, arrossite, vi disturba, siete spiritosi. Vogliono capire se sapete arrivare alla sostanza delle persone.

E i presenti lì si sciolgono.

Se avessero un fumetto dei loro pensieri quello di molti direbbe ‘Sono proprio uno scemo ad avere dei pregiudizi: io sto bene in questa città, sull’autobus, in classe, con i miei vicini di casa.’ Alcuni direbbero, “Allora non sono così solo!”, qualcuno “Chi non mi ama allora non mi merita, neppure sul lavoro.

I pochi rimasti che scappino pure a Verona, inseguiti da se stessi e dall’8% di umanità che gli è rimasto dentro, perdenti  davanti alla potenza della logica e alla forza del libero arbitrio.

domenica 3 marzo 2019

L'Italia e i suoi Stati.


Per lavoro ho l’opportunità di viaggiare parecchio per l’Italia. Dove mi chiamano, quasi sempre mi occupo di lavoro, disoccupazione, sviluppo locale, cultura, e dunque entro per quanto possibile in temi che caratterizzano la costruzione di una democrazia e l’affermazione della felicità dei singoli e delle comunità.
Quello che vedo è un Paese che non è per niente un solo Paese. Ogni volta, scendendo dal treno, mi sembra di essere all’estero.
Esiste una diversità che è ricchezza se sviluppata dentro un progetto unificante e una diversità che è zavorra individualista se non tiene conto né della realtà né del proprio vicino: mi trovo molto più spesso nel secondo caso.

Arrivare a Milano è recarsi uno Stato a parte. Va ad una velocità tutta sua, con pensieri e azioni che riguardano solo se stessa, in gran parte luminosi e visionari e in altra parte profondamente egoistici. In pratica batte moneta, detta la linea, non si guarda indietro, macina novità in maniera bulimica scommettendo che nella quantità si produca la qualità. Esprimerà presto la classe dirigente e politica del resto d’Italia. È nel XXI secolo, da sola. Bologna non riesce invece a fare i conti con se stessa, decidere se essere una città o un’idea, stenta a capire come e perché è cambiata e dove vuole/rischia di essere tra dieci o quindici anni. Ha anime che cooperano perché credono nel valore della condivisione, e interessi che ne minano l’anima; in una tensione che percepisci lama sottile e dagli effetti imprevedibili. Napoli ti salta addosso e tutto lì ti pare eccessivo, nel bello e nel brutto, impedendo di pensare. Perde qualsiasi treno antecedendo a qualsiasi progettualità la frase “Non si può fare perché a Napoli le cose sono diverse…” e per ‘cose’ intendono leggi, sogni, idee, regole civili. Bella per le foto con Pulcinella tristi come il paesaggio devastato che la circonda da ogni lato e le voragini sociali che ne assorbono le energie.  Reggio Calabria annienta ogni speranza, di chi ci vive e di chi ci passa. Lei e la sua regione paiono il buco nero del resto d’Italia, un luogo che non ha l’attenzione di nessun altro, inclusi i suoi abitanti. Quando la frequenti la ami come si fa al capezzale di un’amica sofferente e ti chiedi perché nessun altro sia lì a immaginare prognosi e cure in grado di cambiarle il destino. Genova invecchia con i suoi abitanti, avvizzendo idee e slanci in una lotta impari contro le scempiaggini che gli uomini che la abitano hanno fatto a se stessi martoriandone territorio e ideali. Non si ama e non ama. Lì essere giovani pare quasi una colpa e la cosa migliore per espiarla è il non dare fastidio o andarsene. A Cagliari e in Sardegna sei in un altrove da sempre, in un Paese bellissimo e enigmatico dove la differenza culturale si erige a barriera e non a valore, che ammette di esistere quando scopre di non poter essere isola fino in fondo e di dover esportare latte senza importare mercato; in una regione felice perché la retrocessione economica le farà prendere più fondi europei destinati ai territori non sviluppati. C’è la sosta a Torino che per un po’ ha creduto di esistere anche fuori dai propri confini, di poter fare e cambiare, di poter uscire dall’isolamento un po’ vezzoso grazie alla laboriosità innata dei suoi abitanti e anche grazie alle Olimpiadi e alla TAV. L’asfissia delle idee e la pressapochezza della politica l’hanno invece molto rallentata.
Anche il posto dove vivo, Roma, è a suo modo all’estero. Lo è rispetto all’Europa che funziona, che traina pensiero ed economia, che reputo l’unica casa possibile per tutti. Una Capitale di serie B arenata nelle opportunità non colte, senza un’idea di futuro e neppure di presente. Dove la domanda inespressa da tutti è “Che ffamo?” e la responsabilità individuale segnata dagli “’Sti cazzi.” 
Dove ogni riflessione politica si arena presto in chiacchiere da stadio o in vaffa’ generici che tengono al sicuro le proprie rendite di posizione. Un posto dove la risposta non è neppure dentro di sé perché lì non albergano neanche le domande.
Ovunque non manca energia, migliaia di persone provano per bisogno o per missione a risolvere problemi rimboccandosi le maniche. Quasi tutti pensano di farlo senza la pubblica amministrazione considerata essa stessa un problema e mai una soluzione, spesso disdegnando anche il denaro pubblico per la sua inefficienza e ottusità di obiettivi.

Eccolo, il post politicamente scorretto, per dire anche a me stesso che così non può funzionare, che non si può continuare a procedere con occhi e orecchie chiuse, e che gli spazi per ricostruire sono infiniti, basta volerli abitare con l’intelligenza prima che altri li occupino con la brutalità.