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sabato 15 dicembre 2018

La famiglia Italia, in Viale Europa 27.


Nel condominio di Viale Europa, la famiglia Italia abita al primo piano. E' un grande edificio, bellissimo, abitato da tante persone, ricco e povero, con i suoi problemi e le sue grandi forze. 

Gli Italia hanno un ampio appartamento che vale almeno  il 12% dei millesimi dell’intero palazzo: sarebbero in grado di orientare tutte le scelte, di aiutare a risolvere i problemi, peccato che alle riunioni non vadano quasi mai e se sono presenti passino tutto il tempo al telefonino o deleghino a votare per loro comparse prezzolate che non hanno idea di dove siano, e pensino solo a chiedere il numero di telefono alle studentesse dell’Erasmus del terzo piano.

Gli Italia escono poco, quindi capiscono anche meno. Sono però iperattivi. Per distrarre i figli che hanno intuito quanto sarebbe meglio conoscere gli altri abitanti il condominio, e tranquillizzare i nonni che si annoiano e parlano solo a quant’era bello quando avevano trent’anni, i denti, i capelli e la pensione regalata, si sono messi a fare  lavori inutili e di grande effetto, come capita nelle migliori gabbie di criceti e negli imperi egizi.

Alza quel muro!” è stato il primo imperativo “Dobbiamo impedire l’ingresso dei gatti randagi dal cortile!” e “Così bocchiamo le correnti d’aria fredda!” e “Impediamo l’ingresso di cibi senza carboidrati!” Poi è venuto  Installiamo un nostro videocitofono!” un bel gadget tecnologico per divertire i bimbi che possano vedere l’esatta posizione dei fattorini prima di lanciare i gavettoni, utile anche a scegliere le badanti in base allo zigomo e i raccoglitori di pomodori in base all’apertura pollice-indice. Ecco poi “Stampiamo i soldi finti come a Monopoli e facciamo finta che siano veri! Siamo ricchi!” cosa che ha divertito un po’ tutti e aumentato per due giorni gli scambi economici nell’appartamento. Ecco allora “Pitturiamo le serrande color cachi!” è stata poi una proposta utile a dare un lavoro inutile ai ragazzi di casa e a lanciare l’hashtag #cachisenzavergogna, per sentirsi trasgressivi e divertire sui social. Infine è arrivato il ferale “Non rispettiamo le regole condominiali! Non ci piegheremo alla dittatura dello zerovirgola!”

Gli Italia sono rumorosi e inaffidabili, si sa, e usano spesso paradossi pensando che grazie alla loro simpatia nessuno li ascolti davvero, però quest’ultima affermazione ha stranito gli altri condomini che hanno cominciato a chiederne ragione, anche perché il cattivo esempio non stigmatizzato è in grado di condizionare anche altre menti semplici nel grande palazzo.
Gli Italia, a cui non manca la fantasia, hanno subito trovato motivazioni fanfaroniche e d’impatto: “Perché in Viale Europa il tempo atmosferico è sempre deciso dagli ultimi piani! Perché non possiamo neppure più russare in casa nostra! Perché siamo belli, furbi e veniamo da lombi nobili e dunque i diritti e i doveri degli Italia sono diversi geneticamente da quelli degli altri! Perché quello che facciamo coi muri in casa nostra, sono solo mattoni nostri, e non ci interessa se siano portanti! Cosa? Dite che c’era un accordo scritto? Di certo a nostra insaputa! Avete ancora da ridire? Noi allora ci infiliamo le dita nelle orecchie e urliamo democraticamente blablabla!  Non vi va bene? Siete fascioidi, antidemocrastici e xanadufobi!
Ecco una montagna di parole sparate a casaccio, scoregge false, rutti utili solo a sollevare polveroni di saliva portatrice di contagio. Con l’obiettivo di convincere i giovani e gli anziani in famiglia che in Viale Europa non li vuole nessuno, che per loro non c’è posto, non c’è aria, non c’è libertà. Per convincerli che sarebbe meglio trasferirsi altrove, in un posto libero dove gli altri non ci saranno, nessuno gli ruba il diritto di piangersi addosso, e non avranno pressioni per guardare al futuro, risolvere i problemi, combattere le mafie, far amicizia e business col vicino di casa, rispettare le leggi ambientali e fiscali. In un posto dove potranno vivere degli ortaggi dell’orto piantato su bei terreni contaminati, ruminare prodotti bioillogici fatti dagli Italia, da maestri del telecomando, orgogliosi della loro bella lingua, anzi liberi di usare un dialetto in cucina, uno in bagno e uno in salotto.

Itala, la più giovane, che è poco interessata a quelle fregnacce e ha già capito che gli adulti alzano il tono quando devono coprire le loro colpe, e parlano di libertà quando sanno di togliertela, chiede “Com’è ‘sta storia di Zerovirgola? L’avete ritrovato? È diventato dittatore di che?”
Ovviamente lei si riferisce al gattino sparito da qualche settimana, in realtà annegato nello sciacquone dallo zio che non ne sopportava i miagolii notturni e per la cui dipartita ha accusato ad arte lo chat del vicino di pianerottolo.
“Grazie per la domanda, piccola Itala, e non farne mai più. Ciò mi consente di parlare d’altro,” i capifamiglia lo spiegano bene alla famiglia riunita sotto l’albero, “Loro, quelli qui di Viale Europa… Loro i gatti li mangiano. Loro non ci vogliono e neppure capiscono che siamo diversi. Ad esempio, noi volevamo indebitarci verso di Loro spendendo il 2,40% di quello che non abbiamo, ma Loro ci hanno guardato male, allora abbiamo detto subito che sarà solo il 2,04% - che poi è la stessa cosa perché sia sa che qualunque numero moltiplicato per zero dà sempre lo stesso risultato . Ma Loro non sono contenti, mai. Loro sono cattivi e non amano la matematica. E noi siamo buoni e. Semplice, chiaro.” Molti annuiscono.

“E Zerovigola dov’è finito?” la bimba è interdetta dai funambolismi illogici dei capifamiglia.
La doppia sberla biguanciale le arriva da entrambe i capifamiglia mentre il terzo riprende  la scena col telefonino e la posta con #cachisenzavergogna #eallorazerovirgola #unatroiettapresuntuosa #vialeeuropacovodiserpi #primagliitaliaepoiildiluvio #ridebenechihaancoraidenti
Con le mani fumanti in bella vista, i capifamiglia riprendono, “Il regalo che vi chiediamo a Natale è consentirci d’abbattere il condominio in primavera, quando si voterà per il nuovo amministratore.”
“Con noi dentro? Siete scemi?” chiede il cugino Italicchio che gli altri trattano come un animale da cortile perché ha preso addirittura la licenza da geometra.

I dettagli non sono importanti: noi siamo gli Italia! Noi i dettagli ce li pippiamo come farina taragna!" e lo mettono a quota 100, gradi nel forno. "Autorizzateci a imbottire i pilastri di casa con bombe! A cambiare tutto! A mettere la realtà aumentata nell’ascensore sociale! A chiudere la bacheca degli avvisi che spreca carta! A accorciare le divise delle stagiste e a impedirgli di abortire! A malmenare chi vuole rimanere in Viale Europa! A abolire la logica, l’università, la cucina fusion, i rapporti tra condomini consenzienti! Fateci rendere obbligatorio l’uso dell’esclamativo al termine di ogni frase! Autorizzateci a tutto, visto che non ci capiamo niente! E sarete sempre più felici di appartenere a questa famiglia!
(continua?)


Dedicato a Antonio Megalizzi.
R.I.P.

lunedì 10 dicembre 2018

Sullo scrivere e sul leggere ai tempi dell’emoticon


Caso 1) Un amico funzionario  in Commissione Europea mi racconta che in un comitato impegnato a trasferire norme di sicurezza e igiene ai parrucchieri di tutta Europa si è sentito dire: “No, non possiamo presentare questi contenuti con una brochure perché i parrucchieri non leggono mai!” Era chiaro come il problema non fosse ‘quella’ brochure ma l’uso di testi in generale.

Caso 2) In uno dei miei corsi di storytelling applicato ai beni culturali abbiamo visitato diversi musei. Abbiamo provato a ragionare sulle didascalie alle opere. Mi sono subito reso conto come l’esercizio non destasse entusiasmo. Il perché mi si è chiarito quando, con schiettezza, un partecipante è sbottato: “Vabbè, Andrea, il fatto è che io non leggo mai le didascalie, per me si potrebbero proprio togliere. Dobbiamo inventarci altro…” In molti annuivano.

Caso 3) Non c’è bisogno di un semiologo per notare come lo spostamento verso Instagram dell’uso dei social non coincida affatto con la capacità di fare belle foto quanto piuttosto con la voglia di senso immediato dato dall'imagine ritoccata, fasulla, patinata. Traspare il totale disinteresse per l’approfondimento, e si nasconde una scarsa capacità di approfondire, quasi che la consapevolezza di non avere gli istrumenti per comprendere la complessità travasi l’attenzione e la dedizione dove non c’è nulla da capire.

Caso 4) Il diluvio di whatsapp vocali e la loro illogica serialità che trasforma ogni affermazione in provvisoria. Svuotato dal contesto di un processo di apprendimento, parlare a Siri, Alexa e Hal9000 diventa più dannoso che spiegare l’Iliade a un cane o conversare con gli alberi (perlomeno questi non danno problemi di privacy). L'Intelligenza Artificiale avrà in futuro decine di fantastiche applicazione ma il suo distaccarci dalla parola scritta ci allontanerà anche dalla necessità di capire concetti complessi e al gusto di considerare alternative meno efficienti ma più costruttive alla soluzione dei problemi.

Vivo scrivendo, scrivo per vivere. Mi ricarico leggendo.
Parte delle mie parole esce in forma di libro edito; quando scrivo biografie personali queste diventano un libro privato in edizione limitata; le mie sceneggiature diventano spot o plot; progetto esperienze che fanno ridere, imparare, piangere, scoprire, in musei, negozi, spazi; poi c’è il blog, il sito, i post, le lettere a chi amo, gli appunti lasciati a macerare nei notes per anni che al momento giusto sanno prendere vita.
Nello scrivere trovo manifesto il coraggio di affermare la propria esistenza, è un continuo mettersi in discussione, affrontare la vita adulta, serve a mediare e a comprendere, lascia inermi, muove energie.

Per quello che scrivo vengo anche contestato, talvolta in modo acceso. E sono tra i momenti migliori, quelli che ti fanno capire come scrivere serva, come io di strada ne debba fare ancora tanta, quanto debba imparare, e di nuovi compagni di strada incontrarne molti.
Spesso chi mi contesta non è in grado di argomentare le sue ragioni e la butta in caciara, in quei casi mi spiace. Vorrei sapesse argomentare meglio, contestarmi meglio, usare delle fonti, separare fatti da opinioni. Perché altrimenti il nostro incontro non serve a nessuno dei due.
Perchè scriversi e leggersi è la migliore via conosciuta per moltiplicare le vite che ci sono concesse.




sabato 10 novembre 2018

"Paganini Rockstar" - Il racconto di una mostra con ambizioni fuori dal comune.


Con la classe del corso di digtal storytelling che tengo a Genova, sono stato pochi giorni fa alla tanto attesa mostra Paganini Rockstar, al Palazzo Ducale. Megaproduzione locale di ambizioni almeno europee. 

Annunciata per mesi con una comunicazione poppissima e intelligente, la possibilità di poterla finalmente visitare elettrizzava tutti noi. L’idea di base è che Paganini ai suoi tempi fosse una star, un virtuoso, un dannato, un marziano della musica come Hendrix.
Il primo, grande, calo di tensione è arrivato già all’ingresso quando la signorina in tailleur – consapevole della eresia che stava dicendo – ci ha invitato a “non fare foto e video, per favore.”  Le ragioni erano di copyright  e dintorni: posso anche capire ma non devono diventare un mio problema e sono tutte cose risolvibili volendo e pagando. Sono anche le ragioni per cui sui social si parla poco e niente della mostra (e forse anche perchè per 2 ore siamo stati quasi gli unici visitatori).
Di colpo siamo tornati in Italia, in periferia, in mano a chi non ha capito nulla del pubblico e di quello che cerca. La partecipazione attiva è la prima cosa che determina il successo e scattare foto per raccontare è il top  (anche perchè poi poco è arrivato in tal senso) …. Con molti corsisti rassegnati  entriamo.

Il primo exibit è il più bello di tutti: su uno schermo parole vanno alla velocità delle battute dei “Capricci” di Paganini. Siamo davvero senza parole.
Approcciando poi i testi sui muri invece ne troviamo troppe: migliaia di parole, verbose e adatte a altri scopi, sicuramente scritte da esperti di musica ma da inesperti di allestimenti e incuranti dei livelli di attenzione e di diottrie di noi umani paganti.

Poco oltre la cosa più malriuscita, che purtroppo si ripete per tutta la mostra. Lungo il percorso ci sono numerose ampie pareti specchiate. Vi sono attaccate, come lavoretti scolastici, centinaia di testi, foto, talvolta con finestrelle video che hanno tutte la stessa caratteristiche: caratteri piccolissimissimi, testi lunghissimi, in contesti buissimi. Poi sarebbero davvero la cosa più interessante perché costruiscono la relazione tra Paganini e Jimi Hendrix. (Quei pochi che sono riuscito a leggere hanno confermato quest’ipotesi)
Ho scritto ‘come lavoretti scolastici’ perché diversi dopo meno di un mese di mostra si stavano staccando per colpa di un biadesivo acquistato in saldo, sotto gli occhi del molto personale che forse è più preoccupato di chi fa le foto piuttosto di che cosa fanno le foto della mostra.

Meglio riuscite le proiezioni su grande schermo: magnifico Bolle che balla su musiche di Paganini, interessante Morgan che ne analizza la musica, e simpatica la Nannini che racconta il suo rapporto col palco. Noiose e ripetute nei format le interviste-testimonianza a una serie di esperti paludatissimi che dicono la loro in un set statico, statici loro e monocorde le loro narrazioni.
Progettate malissimo le postazioni touch dove puoi sfogliare centinaia di pagine digitali di testi e diari che dovrebbero essere interessanti ma sono illeggibili: sarebbe bastato evidenziare o animare delle parti per moltiplicare il nostro interesse.

Il calo della libido da mostra è totale nella sala dove sono mostrati sotto vetro un violino e una chitarra elettrica smembrati in parti (niente di prezioso, kit acquistabili su Amazon). Sono in legno. Vorresti toccarli, sniffarli fare esperienza emotiva del rapporto con tutto ciò ma niente.

Lì accanto, una delle poche cose che ha animato gli studenti: una chitarra elettrica e un violino elettrico a disposizione di tutti. Ovviamente molto graditi a chi suonicchia qualcosa, zero agli altri che magari avrebbero invece apprezzato un tutorial o qualcosa del genere.

In chiusura c’è una piccola parte dedicata a Jimi Hendrix che è quello che ti aspetti: un fantastico videowall dove suona, qualche bell’abito di scena e un’intervista a Ivano Fossati che ne giustifica l’accostamento con Paganini e gli toglie un po’ la scena.

Molte cuffie per ascoltare interviste e musica, tutte di bassa qualità. Dopo la mostra dei Pink Floyd dove avevamo tutti una cuffia Sennheiser da 70 euro, lo standard deve essere posto a un livello decisamente più alto

Il merchandising… penoso come quasi sempre in Italia: la tazza, il catalogo e il magnete da frigo, nient’altro.

Insomma, una mostra con ambizioni pop ma senza il coraggio di osare davvero. Con di certo alto budget ma con poca attenzione a noi visitatori. Con idee ancora poco chiare di come si storicizzi e racconti la musica, la fama, la fatica. Allestita in modo discontinuo e disomogeneo. In bilico tra varie idee di fondo, con forse troppe mani e teste che hanno detto la loro senza mai voler litigare e dunque senza accordarsi su un tono che mettesse al centro le nostre orecchie, i nostri cuori, i nostri sogni. Un discreto punto di partenza per porsi mete più ambiziose.

sabato 6 ottobre 2018

Un aborto di civiltà.


Quando le mie due amiche sposate tra loro si sono chieste chi avrebbe portato avanti la gravidanza il tema mi si è presentato diversamente: cosa accadrebbe se in una coppia etero ci si potesse porre la stessa domanda. Io? Te? Ne facciamo uno per uno? Fosse così l’uomo di certo avrebbe opinioni molto più sensate sull’aborto, o semplicemente avrebbe dimostrato scientificamente che comunque è meglio che partorisca la donna. Perché a noi uomini piace governare le vite degli altri.

È davvero forte l’immagine delle donne ancelle in consiglio comunale a Verona. (Consiglio a tutti la lettura del libro o almeno la visione della serie televisiva a cui si ispirano “Il Racconto dell’ancella”di M. Atwood”). Nella storia sono donne costrette alla riproduzione controllata dall’autorità, senza identità ma solo con uno scopo, accudite e mantenute sane anche contro la loro volontà, corpi come contenitori.

Ricordo al corso prematrimoniale l’anziana coppia che ci ha fatto una tirata sull’innaturalità dei procedimenti della fecondazione in vitro. E poi di quando si è ricreduta visto che l'amato figlio ha avuto problemi a renderli nonni ed è ricorso a ogni trovata della scienza, legale in Italia e oltre.
Ricordo la dottoressa di un grande ospedale pubblico che non dava il proprio nome ai pazienti e fissava appuntamento per un ricovero “a mezzanotte” a chi chiedeva di poter esercitare il diritto di aborto nei termine previsti dalla legge.
Ricordo quel pratico ginecologo che spiegava “A Roma… non saprei. Le mie pazienti vanno tutte a Londra, due giorni, servizio impeccabile, vicino all’aeroporto, 1500 euro volo incluso. Tutto pulito e legale, si intende.”
Ricordo anche lo psicoterapeuta che spiegava come - da protocollo - la visita alla donna sia prevista solo prima dell'intervento e che "sarebbe interessante fare qualche studio su come le donne stanno dopo. Forse l'hanno fatto in Svizzera..." Lui, per stare sicuro, prescriveva sia i calmanti che gli antidepressivi.

Ricordo la coppia che usava l'aborto come metodo anticoncezionale, e la ragazza che ha dovuto farlo come unica via d’uscita da una situazione impossibile e dopo 30 anni ancora elabora il lutto. 
Il tema è di una complessità comprensibile solo con l’amore per le donne. Invece a parlare d’aborto è sempre una gamma di uomini aspiranti alfa col cervello in versione beta, non testato sul mondo reale ma governato solo sull’algoritmo dei loro desideri.

E l’idea di una “Città a favore della vita” mi ricorda il ridicolo pronunciamento ormai fuori moda di “Comune denuclearizzato”. Li ricordo i cartelli in paesini insignificanti: Melegnate, Cuzzolo sul Lento, Acquastretta, Grullo Superiore tutti ‘denuclearizzati’ perché - si sa - la radioattività rispetta le delibere, i confini catastali e il voto della maggioranza. E quando le Giuliette e i Romei dei consiglieri comunali avranno bisogno di una interruzione di gravidanza cercheranno un Comune che si dichiari a 'sfavore della vita' motivando con “la mia situazione è speciale…”, “dipende…”, “è per il bene della madre…”, "Sono giovani, hanno fatto uno sbaglio," aggiungendo "Posso avere il nome di quella clinica di Londra?"

“I diritti civili non sono nel contratto di Governo” ha detto giorni fa uno di questi sfascisti, chissà se su quello straccio di carta velina hanno messo la Libertà.

lunedì 3 settembre 2018

Tu avresti chiuso il ponte? Non ci credo.


Siamo nel 2014, in una relazione si dice che il Ponte Morandi è in condizioni critiche, che vi sono segnali di debolezza, che forse è a rischio. Alti dirigenti pubblici e privati non affermano le stesse cose, perlomeno non con la stessa urgenza. Alcuni tecnici sono d’accordo con loro, per altri bastano i lavori che si stanno facendo. Qualcuno vuole costruire una strada alternativa per sgravare il traffico sul ponte, utile magari il giorno che il ponte andrà rifatto, tra qualche decina di anni; alcuni comitati di cittadini si oppongono con forza.
Oggi eccoli in migliaia a berciare che qualcuno avrebbe dovuto chiuderlo per 2-3 anni di lavori, bloccando e stravolgendo la logistica in città. Chi lo avrebbe chiuso? Con quali coraggio e diritto? Lo avessero davvero fatto, voi che oggi fate i censori e i mugugnoni avreste detto che la chiusura era esagerata, che bloccava l’economia, che i ponti non crollano, che serve solo a far lavorare le aziende amiche della politica e a bruciare denaro pubblico, etc.

Intervenire... si dovrebbe.

A Napoli decine di migliaia di cittadini abitano follemente in zona a rischio eruzione del Vesuvio. Da decenni la politica oscilla tra fasulli piani di evacuazione, ipotesi di spostamento, scientifiche preghiere a San Gennaro e ampie di distribuzioni di tarallucci e vino. A Messina centinaia di persone sono in abitazioni provvisorie e malsane nate dopo il terremoto di inizio ‘900; molte trasformate abusivamente e oggetto di compravendita, eredità; il nuovo sindaco ha minacciato le dimissioni perché a nessuno in consiglio comunale interessa sistemare la cosa. A Taranto l’Ilva produce più tumori che utili, va superata ma nessuno ha la forza e le idee per imporre un modello alternativo, anche solo di dire la verità. A Roma, decine di ordinanze hanno sancito l’obbligo di abbattimento di decine di ville abusive sull’Appia Antica, non è però una priorità per l’amministrazione che si caga sotto solo all’idea di scontentare qualcuno. La Calabria è una regione persa, e solo una extradose di realismo, unione e coraggio potrà farla tornare in questo mondo, sempre che a qualcuno interessi davvero. Da sempre un lavoratore in cassa integrazione o mobilità a cui venisse offerto un lavoro e rifiutasse, perderebbe il suo sussidio; è una clausola mai applicata: chi dovrebbe farlo, l’operatore precario dei centri per l’Impiego col rischio di trovare le gomme della sua auto bucate all’uscita dall’ufficio? Quando un sito di previsioni meteo scrive che a Rimini o Sanremo pioverà nel weekend, e poi non capita, i comuni e il Codacons minacciano denunce ai siti per aver sbagliato e aver dirottato altrove i turisti.

Affrontare la realtà comporta decisioni impopolari.
Le decisioni impopolari sono possibili solo ai politici di grande spessore, sostenuti da cittadini che non pensino solo al proprio culo e portafoglio e abbiano visione di lungo periodo. Perchè la scienza spesso nelle sue conclusioni è probabilistica e indifferente ai meccanismi della democrazia, alle statistiche di gradimento, agli umori della piazza, ai like.

Se vuoi credere che si possa tutt’assieme diminuire le tasse, dare reddito a tutti, far funzionare scuole, autostrade e ospedali pubblici, tollerare l’evasione fiscale e il lavoro nero, chiudere un occhio su criminalità e inefficienza della pubblica amministrazione, allora dobbiamo provare a ragionare assieme passo passo su quello che è reale, sui sogni e gli incubi, sulle somme, le sottrazioni, le divisioni. Se non riusciamo a spostare l'attenzione da noi, la nostra felicità, al massimo dai nosti figli, alla felicità dei figli degli altri non avremo chance di un futuro migliore ma solo solitudine e paura da proiettare contro i più deboli.

Tu avresti nel 2014 chiuso il ponte? Per favore, parliamo d’altro… 

martedì 14 agosto 2018

Il Ponte, aorta di una città.


Scopro adesso che si chiamava Ponte Morandi, per me è sempre stato il Ponte della Nonna Angela.
Sotto le enormi campate c’è tuttora un quartiere di case popolari in larga parte destinate ai ferrovieri emigrati dal sud, arrivati negli anni ’40. Come i miei nonni, appunto. In quei 70 metri quadri hanno vissuto per 50 anni e i loro 13 figli hanno costruito le basi della vita al nord.

Me lo ricordo fin da piccolo. Saprei disegnarlo a occhi chiusi. 
Si vedeva da lontanissimo e avvicinandosi a piedi avevi modo di capire quanto fosse fuori misura ed imponente. Per me era come la presenza preistorica di una civiltà aliena, altissimo sopra le case, espressione di uno stile architettonico particolare. Unico nel suo genere. Forse bellissimo. Di certo l’orgoglio del quartiere e della città.
Era la forma più particolare e maestosa che avessi mai visto: nella mia classifica di bambino si giocava il primato solo con le linee della Michelangelo e della Raffaello, transatlantici di bellezza assoluta, miti dello stesso periodo storico. Per me era il design, la simmetria, la forza della bellezza al servizio dell’uomo.
Crescere lì, a pochi metri, attraversarlo sopra e sotto migliaia di volte, per lavoro, per andare al mare, a trovare amici, in Francia, sulle Alpi, all’aeroporto, dagli zii, dalla mia amica Pina, ha significato per molti (per me) trasformarlo in una icona del quotidiano. Era un vero simbolo. Cento volte più presente, possente e significativo  dell'irraggiungibile Lanterna.

Era da sempre in manutenzione, ristrutturazione o quello che volete. Bastava avere un amico nel settore per sentirsi dire “E’ fatto in calcestruzzo precompresso, non resiste. Va continuamente sistemato. È più complicato tenerlo su di come sia stato costruirlo.” Siccome sono un positivista ho sempre pensato che tutto fosse sotto controllo. Mi sbagliavo.

E ora? Voi che non siete di Genova, non potete capire la domanda. È caduto un ponte, suvvia…

No, è stata tagliata l’aorta della città, la strada che rendeva possibile attraversarla, collegarla con i mercati, portare i turisti, muovere la vita. Il ponte è caduto sulla ferrovia che porta le merci da/per il porto che rischia di strozzarsi e di perdere in un attimo il ruolo che verrà in pochi giorni ridistribuito in Italia e all’estero. Se una città non si muove perde qualsiasi ruolo e opportunità.
Metteteci pure che Genova non è servita dall’Alta Velocità, ha un aeroporto che non è mai decollato, indicatori della qualità della vita molto peggiori del resto del nord, un continuo saldo negativo degli abitanti, è gestita senza idee da molti anni, la principale banca è a pezzi, ha un territorio devastato da anni di incuria, ecco che la sfida diventa epocale. Genova non può farcela da sola.

Ci sono tantissimi talenti, energie capaci di affrontare anche questa, di farsi forza. Ci sono imprenditori validi che guardano all’Italia e ai mercato mondiali. Molti di loro non hanno ragioni di rimanervi se non quelle affettive e di legame con territorio. Se questo disastro non ha anche l’effetto di un elettrochoc allora davvero la fuga di tutto quello che ancora si muove rischia di diventare inevitabile. Invece la città deve diventare attrattiva, per chi studia, chi lavora, chi viaggia, chi cerca un posto diverso da ogni altro. Attrarre per evolvere, per innovare, per non spegnersi.

Che il ponte vada ricostruito subito è indubbio. In questi 3-4 anni sarà imperativo ripensare il rapporto tra città-abitanti-territorio.  Che quest’elettrochoc attraversi l’Università, le categorie, i molti immigrati, i zeneizi doc, chi ha il materasso infarcito di euro e chi porta in dote solo le braccia, fino a chi fino oggi si stava chiedendo la ragione vera dell’essere proprio lì ora. Stop al mugugno.
Questa non è un’alluvione in cui con fatica tremenda si cerca di riportare le cose a come erano prima. Questo è un punto di non ritorno.

In un sera così dolente mi permetto di essere ancora positivo: Genova ce la può fare, Genova non deve crollare.


lunedì 23 luglio 2018

"How to be Italian", nel Turismo, nel Lavoro.


Da un paio di mesi sperimento un’Esperienza su AirBnB: propongo una passeggiata di quattro ore per turisti dal titolo “How to be Italian”. Racconto ai partecipanti cosa ci differenzia dal resto del mondo nel pensare, gesticolare, vestire, mangiare, bere, corteggiare, gesticolare. E, soprattutto, mi soffermo sul perché siamo così. A prenotare sono prevalentemente americani.
Da anni avevo in testa di scrivere un libro sul tema e la diffusione del turismo esperienziale su grande scala mi ha dato l’opportunità di poter incontrare degli interlocutori interessati al tema, utili specchi alle mie riflessioni. Con loro il libro si scrive da solo.
A oggi, il bilancio è entusiasmante:
  1. I miei ospiti godono di una mediazione culturale personalizzata che nessuno mai gli propone. Da quello che mi scrivono capisco come cambi in loro la percezione del contesto, delle ragioni, delle esperienze che segnano la loro visita in Italia.
  2. Io ho profondamente cambiato le mie opinioni sul turismo e su molto mondo che mi passa accanto

Ho scoperto ad esempio come:
  • Molti, soprattutto gli americani e australiani, non abbiano il senso del Tempo e invece vogliano ‘fare’. È irrilevante raccontargli come un luogo abbia 2000 anni e illustrare l’avvicendarsi delle epoche o dei periodi artistici, dei Romani agli Etruschi, del gotico al romanico: ciò per loro non ha alcun senso reale. (Noi, d’altronde non abbiamo il senso dello Spazio che hanno loro.)
  • Anche per il motivo precedente, la maggioranza frequenta qualche museo perché ‘deve’, gli è ‘suggerito’, fa ‘cool’ con gli amici. Di solito sono gli Uffizi o i Vaticani, dove il selfie giustifica abbastanza la visita. Fanno la fila lì e disertano del tutto luoghi anche più interessanti che sarebbero adatti a inclinazioni personali che non sanno di avere. L’interessante video di Beyonce e Jay Z al Louvre ben esemplifica tutto questo.
  • Non ci comprendono come forse noi non comprenderemmo il Giappone, o come ci illudiamo di capire New York o New Orleans perché li abbiamo visti in tv. La loro assenza di prospettiva storica, la loro distanza da tutto quello che determina la nostra identità spostano i loro interessi dalle cose alle persone.

Mi è capitata una coppia che nei Musei Vaticani è stata soverchiata dalla folla e ne è subito uscita, senza rimpianti: lì ho capito perché ha successo l’americanata del “Il Giudizio Universale” in scena a teatro.
Molti, ripeto, molti, al quarto giorno a Roma non sono stati a Fontana di Trevi. Non parliamo dei luoghi o musei minori… è escluso arrivare fino a San Giovanni in Laterano, a Sant’Agnese, Villa Adriana o altro.
Però hanno fatto la pizza, fatto la visita ornitologica del Parco della Caffarella e passato una giornata tra i vigneti a Frascati.
Mi scrivono “Mi suggerisci cosa fare a Roma nei tre giorni che sono lì: chiese e musei non mi interessano.
Una coppia contenta mi ha detto, “Abbiamo visto Roma, Firenze, Bologna e Venezia. La nostra preferita è senza dubbio Bologna: bella, piccola e rilassata. Lì si passeggia e si prende l’aperitivo.”

La loro innata pragmaticità punta tutto sul fare. Questo non significa minore curiosità, voglia di relazione  o di conoscenza, però la loro priorità non è capire Cosa c’è in Italia ma Perché l’Italia è così, oggi.
Perché è così bella, varia, interessante, creativa, migliore di loro in svariati campi, perché qui si vive più a lungo e ci si suicida così poco, perché metà dei loro stilisti preferiti sono italiani, perché gesticoliamo parlando, perchè i nostri ospedali e scuole siano meglio delle loro e gratuite, perché il parmigiano non vada sulle linguine alle vongole o perché non camminiamo con un beverone in mano, perché da noi non ci sono attentati terroristici, perchè tolleriamo così tanto l'infrazione delle regole.
Alcuni poi - gratificati dal Perchè - esplorano anche il Cosa secondo nuove prospettive

Questa nuova e prepotente richiesta dal mercato è diffusa, ricca, per noi è un'opportunità nuova: di crescita personale, di nuovi business, di lavori, per dare sostanza a termini modaioli come ‘turismo esperienziale’ e trasforma davvero i turisti in ‘cittadini culturali’: non più concentrati su conoscenze da acquisire ma su competenze nuove per capire e capirsi.

È anche una opportunità unica per specchiarci e imparare molto di noi stessi.