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mercoledì 27 marzo 2019

Lettera a Verona: Gay-friendlyness e mercato del lavoro.


Uno dei momenti più divertenti dei miei interventi alle platee di giovani (e meno giovani) in cerca di lavoro o che provano a riflettere sullo sviluppo del loro brand personale è quando si arriva a discutere l’impatto  dell’uso dei social media nei percorsi lavorativi e della trasparenza che questi concedono ai selezionatori sugli orientamenti religiosi, politici, sessuali dei candidati.

La vostra bacheca Facebook, le foto che postate su Instagram, dicono tutto di voi anche se non volete. I film che vedete, i libri che leggete e la musica che preferite tratteggiano tutto i voi con una minima possibilità di errore.” Normalmente qui ci scappa il brusio e l’attesa per quello che viene. “Non è di per sé positivo  o negativo dare al mondo queste informazioni: lasciar sapere che siete buddisti, o gay, vegetariani, di destra o sinistra. C’è un mercato per tutti, anche nel mondo del lavoro. A volte mettere certe carte in tavola dal principio è anche un modo per evitare poi mobbing e fenomeni simili.”

So che è quella dell’orientamento sessuale la questione che incuriosisce di più e la domanda viene spesso dai ragazzi (la politica e la religione non hanno lo stesso appeal). Io vado dritto, “ L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nell’8% i non etero nel mondo, distribuiti ovunque, concentrati nelle grandi città dove l’apertura alle diversità è maggiore, così come l’anonimato.”
Lì li ho presi, perché cominciano a moltiplicare questo parametro con il numero dei compagni di classe, i condomini, quelli con cui si schiacciano sui bus all’ora di punta, con i presenti nell’aula dove siamo riuniti. “Le aziende capaci di trasformare le diversità in ricchezza misurano la vostra ‘gay friendlyness’ durante i colloqui, che poi significa capire come reagite davanti a due uomini o donne che si tengono per mano entrando in negozio, che provano le molle di un letto, che discutono dell’abbigliamento per il figlio. E vogliono capire se vi girate, arrossite, vi disturba, siete spiritosi. Vogliono capire se sapete arrivare alla sostanza delle persone.

E i presenti lì si sciolgono.

Se avessero un fumetto dei loro pensieri quello di molti direbbe ‘Sono proprio uno scemo ad avere dei pregiudizi: io sto bene in questa città, sull’autobus, in classe, con i miei vicini di casa.’ Alcuni direbbero, “Allora non sono così solo!”, qualcuno “Chi non mi ama allora non mi merita, neppure sul lavoro.

I pochi rimasti che scappino pure a Verona, inseguiti da se stessi e dall’8% di umanità che gli è rimasto dentro, perdenti  davanti alla potenza della logica e alla forza del libero arbitrio.

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