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lunedì 20 ottobre 2014

Impressioni sprofonde dopo una settimana a Bruxelles

Ogni anno passo una settimana nella capitale della Unione Europea per seguire gli interessanti Open Days dove tutte le regioni d’Europa presentano a 6000 partecipanti le loro azioni per favorire lo sviluppo e creare lavoro. Vi risparmio i dettagli tecnici ma ci tengo a farvi partecipi di alcuni quadretti di grande interesse che aiutano a capire dove siamo e cosa succede fuori dal nostro acquario.
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Accetto con curiosità l’invito ad un gruppo di discussione in Open Days Off, cioè da quelli ‘contro l'establishment’, quelli ‘per cambiare le cose, l’universo, almeno i calzini’, quelli del 'coinvolgiamo e ascoltiamo i cittadini'. Sono attesi due eletti Movimento 5 Stelle e uno della lista Tsipras. Ad attenderli siamo almeno in 100, di molte nazionalità. Tutti e tre i parlamentari hanno dato buca all’ultimo istante, senza preavviso. Il nuovo che disavanza. Notevole però fu il carrello dei formaggi: ha valso da solo l'intera serata.
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Incontro una funzionaria finlandese dell’ufficio Autorità di gestione del Fondo Sociale Europeo per Helsinki. Ha ‘solo’ 31 anni. È nata a Taiwan, migrata in Finlandia a 18 anni. Parlando con lei di progetti per la lotta alla disoccupazione giovanile penso desolato all’assenza di opportunità per gli immigrati-le donne- i 31enni, in Italia, specie nel pubblico impiego.
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Il sindaco di Rotterdam nel suo intervento ha fissato che: “Non mi interessa la destra e la sinistra: nella mia città nessuno deve ridursi a dormire per strada, il mio ufficio risponde alle mail in 6 giorni, gli alloggi popolari da noi sono assegnati considerando la vicinanza a eventuali familiari non autosufficienti, le riunioni col Capo della Polizia e il Prefetto sono pubbliche perché i cittadini sono le migliori sentinelle sul territorio, l’1% del budget del Comune va a iniziative presentate dai cittadini.” Ognuno presente al seminario lo avrebbe votato. Si auspica un tirocinio curricolare in Olanda per tutti i nostri rappresentanti.
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Lo scozzese ha raccontato con enorme passione la lacerazione tra le ragioni del suo cuore e del suo cervello al momento di dover votare il referendum separatista. Al termine di tutte le cosiderazioni, un delegato di Liverpool ha preso la parola dicendo – seriamente – che se vinceva il ‘Sì’ gran parte dell’Inghilterra del Nord avrebbe chiesto l’annessione alla Scozia (dove la sanità e la scuola sono gratuiti e la qualità dei servizi molto migliore che in UK)
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L’evento serale ospitato al Museo Bozar includeva ostriche, champagne, gamberi fritti in pasta fillo, prosciutto di Praga, e varie altre infinite prelibatezze, tutto per 2000 persone. Poi il concerto di 4 violiniste francesi molto fascinose e una mostra di Rubens con guida. A occhio 3-400.000 euro in bollicine e lustrini. Mi hanno detto che avevano da finire dei fondi che andavano persi. Prosit!
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La sensazione generale è che nei palazzi del potere siano tutti indaffarati a costruire scatole vuote con sopra etichette patinate: energia, lavoro, ambiente, cultura, etc. Non hanno idea su cosa metterci dentro che abbia senso e valore. Sperano che a riempirle di progetti e soluzioni siano gli Stati Membri, che fanno i pesci in barile e delegano alle Regioni che con gentilezza forzata chiedono contenuti e idee a me e a te. Per cui, se qualcosa va male, già sappiamo di chi verrà data la colpa. Abituiamoci a camminare rasente ai muri.                                              

lunedì 22 settembre 2014

Chiude il Teatro dell'Opera e cambiamo canale.

Quello che colpisce di più in questa vicenda dei Teatri dell’Opera è che della loro sorte non frega niente a nessuno o quasi.

Roma, dove vivo, e Genova, la mia città natale, e Palermo, il Maggio Fiorentino, come molte altre in Italia hanno a che fare con buchi in bilancio spaventosi, vuoti tra gli abbonati e nessun serio programma di rilancio. 
A Roma i dipendenti a tempo indeterminato sono oltre 600, a Genova 280, tutti vorrebbero ridurli perchè i deficit si misurano in decine di milioni di euro. La politica “s’indigna, si impegna ma getta la spugna con gran dignità” perché il teatro che affonda non viene percepito come urgenza in cima all’agenda delle cose da affrontare.

La cosiddetta ‘società civile’ perlopiù tace e a spingere verso qualche soluzione non ci sono neppure i tweet o i post che di solito si sprecano per un povero platano a cui si è rotto un ramo o per un delfino spiaggiato.
La morte di questi teatri dal glorioso passato avviene nel sostanziale vuoto, e fin il sindacato mette poca convinzione nella difesa dei posti di lavoro dei professionisti che vi operano. E' infatti molto più facile spiegare ai giornali la difesa degli operai dell’Elettrolux, dei precari della Sanità, fin dei dipendenti al nero degli stabilimenti balneari, che di musicisti, balletto e maestranze di un luogo alieno alla realtà della maggior parte dei cittadini.

Tra i mille fattori che condizionano tale disinteresse collettivo è centrale, a mio avviso, la quasi totale ignoranza in materia di teatro, musica, balletto e opera. Il tutto è percepito da molti (spesso anche da me) come un retaggio del passato, di difficile comprensione, se non di rara noia. Per un non appassionato, vista una volta l’Aida, un Trovatore, una Boheme, magari una Madame Butterfly, l’argomento è evaso e  non si trovano ragioni per andare a rivederle, proprio come non si  torna al cinema per lo stesso film. L'operetta, la musica da camera e altre divagazioni sul tema proprio non sono classificate.

Lo so, la scintilla dell’amore per il teatro scocca andandoci. Non servono molte spiegazioni. La magia è nel teatro stesso e non in qualcuno che ti spieghi ‘come funziona’ o ‘cosa succede’. La musica si ama ascoltandola e facendola. Questo avviene in poche case e purtroppo già alle elementari i bambini non hanno neppure un’ora di educazione musicale (mentre 2 sono le utilissime ore di religione), le uscite scolastiche sono inoltre quasi azzerate e raramente considerano che un ragazzino possa godere – e molto - di un’ overture o di un’opera lirica. In altri Paesi, anche europei si inizia a studiare uno strumento già alle elementari.  
L'educazione è anche il fondamento per la creazione di nuovo pubblico.
Educazione dunque, e poi buon senso applicato al XXI° secolo.

Il buon senso implica che anche un Teatro dell’Opera debba ‘servire’ e ‘rendere conto’ al territorio e al mondo della Cultura e non possa considerarsi una torre di avorio dove le decine di milioni di deficit sono sempre respnsabilità di qualcun altro. 
In pochi hanno chiaro a cosa serva un Teatro dell'Opera e quale è il giusto prezzo da pagare.
So che i costi superereranno sempre i ricavi ma l’unico modo per sostenere che un Teatro abbia una funzione sociale come un Ospedale o una Metropolitana, e dunque se ne possa giustificare un ‘costo’, è renderne evidente il suo impatto sociale e culturale.

È giunto quindi il momento in cui queste strutture devono imparare a misurarsi.
Mi rendo conto come non sia facile ma senza questo sforzo di valutazione nessuno sarà in grado di argomentare perché a fronte della mancanza di asili, assenza di sussidi ai disoccupati, chiusura di reparti ospedalieri, il nostro bel teatro possa tritare milioni di euro di denaro pubblico per mettere in scena poche decine di spettacoli all’anno. 

mercoledì 17 settembre 2014

Mangio o son desto?

Nella città di A. si mangia mediamente male, i ristoranti sono sciatti, i camerieri impreparati e spocchiosi. Servono vini autoctoni di cui vanno molto orgogliosi e non si capisce il perché. Come in almeno altri 10 capoluoghi di provincia, ripetono che la loro pizza è tra le migliori di Italia (e questa come bufala è di certo migliore di quella che usano sulla pizza). Nei dintorni di A. per tutta l’estate fioriscono le sagre paesane il cui livello medio di igiene, olio e qualità è esente da controllo delle ASL perché in caso di ispezione il sindaco e il parroco ne farebbero rimuovere all'istante il direttore sanitario.

La città di A. non è la sola città italiana segnata da una disarmante pochezza in tavola. Anche a C. si mangia davvero male. In nessuna delle due città puoi trovare qualcuno disposto ad ammetterlo: credo sia il coming out più temuto dall'opinione pubblica.
A F. credono, chissà perché, di saper cucinare il pesce; contraddirli in blocco sembra maleducato e ti accorgi che un'opinione papillare potrebbe danneggiare i rapporti di amicizia.
A I., borgo del centro Italia, invece hanno una cripta protoromanica affrescata con 4 evangelisti dalle lunghe barbe e un presepe policromo su legno del '700 che stenderebbero Stendhal ma gli abitanti vanno invece fieramente orgogliosi solo di alcuni dozzinali insaccati troppo salati e di un tipo di lenticchia farinosa senza ragione di esistere a cui alcuni chef prezzolati hanno dichiarato amore mercenario.

L’intera regione L. non ha praticamente un vino che valga la pena di essere stappato ma dirlo è una eresia e l’assessore di turno invece di sviluppare il turismo culturale pompa milioni di soldi pubblici per incentivare l’export di ciofeca a 12 gradi alcoolici verso ignari bevitori cinesi  o kazaki già alticci.

Fuori dall'Italia poi ci sono intere nazioni la cui cucina non troverebbe posto in classifica neppure tra le nostre mense ospedaliere.

Eppure tutti questi, senza eccezione non riescono a esimersi da lodare banali polpette di manzo o pseudopiadine con i fagioli che diventano prelibatezze da non perdere. Per non parlare dell'olio d'oliva di cui sempre più fanfaroni si dichiarano esperti e litigano sul quale sia il migliore d'Italia. E non ne posso più di depliant turistici, siti web, discorsi sul treno, dove sembra che si viaggi, ci si emozioni, si alzino gli occhi dagli smartphone solo per mangiare. Basta coltelli di ceramica scelti per non ossidare la verdura! Obietto a regali di nozze che includono termometri per l'arrosto, wok, spremiaglio, robot multifunzione, pesciera, sempre destinati a arruginire nelle loro scatole originali. Aborro i cake designer, immorali conformisti e irrispettosi della vera destinazione d'uso del cibo.

Ed è raro trovare qualcuno che cucini, e magari sappia descrivere la differenza che provano le dita a fare gli gnocchi con o senza l'uovo nell'impasto. Questo anche se una moltitudine si inebria più volte la settimana delle gesta celebrate degli chef televisivi (il che è confrontabile al fare davvero sesso piuttosto che masturbarsi guardando YouPorn)

Lo penso. Volevo scriverlo. L’ho fatto.

martedì 5 agosto 2014

La Mia Mafia in una Notte di Mezza Estate.

Lo inseguivo da un po’ e ieri sera ho finalmente visto “La Mafia Uccide Solo d’Estate” in un’arena estiva.
Film carino e molto didascalico, ottimo per chi in quegli anni non c’era o era troppo giovane per ricordare le troppe stragi di mafia a Palermo. Credo possa avvicinare i più giovani a temi che diamo molto per scontati ma non lo sono affatto.
La forza del film sono le storie di sconfitta per lo Stato presentate con filmati di repertorio e miscelate con la vita ordinaria di un ragazzino che a Palermo cresce e diventa uomo. Per me sono state un colpo di vento su una catena di ricordi che hanno segnato la mia educazione etica e, anche un po’, sentimentale.

In generale, i fenomeni incomprensibili mi segnano. Ricordo lo sbarco sulla Luna anche se avevo solo 3 anni, poi i colpi di mitra della strage dei carabinieri Tosa e Battaglin sotto casa mia sentiti andando a scuola,  il rapimento Moro, la morte del procuratore Coco, la strage di Bologna, le morti di Falcone e Borsellino, quelle di D’Antona e Biagi. Quando scrivo ‘ricordo’ intendo che ho ancora la percezione esatta di cosa vedevo, facevo, toccavo, odoravo in quel momento. Il film di ieri sera ha riacceso tutto questo per la Sicilia e quegli anni.

La morte di Falcone a Capaci mi lasciò stordito. In quei mesi insegnavo in una scuola superiore per pagarmi un po’ gli studi e cercare di riempire di senso l’inizio dell’età adulta. Ero un supplente non ancora laureato, con nessuna preparazione specifica all’insegnamento. È stata quella prima volta nella vita (ce ne sono state altre, tutte dolorose) in cui ho deciso di chiamare i presenti a un minuto di silenzio. Con loro ho parlato di chi fosse quel magistrato, ancora oggi non so dove trovai le idee e la forza. Ricordo che mi guardavano, indecisi se quella storia fosse meglio o peggio del tempo perso dalla lezione di informatica. Loro avevano 15 anni e da me si aspettavano una mattina di certo differente. Ricordo bene che quasi nessuno dei ragazzi ne aveva parlato il giorno prima con i genitori a cena.

Una sera d’estate di poche settimane dopo chiamai a casa per avvisare che rimanevo al mare a mangiare una pizza per evitare il traffico del weekend. Mio padre mi informò della strage di Via D’Amelio. Ricordo la cabina telefonica a cui mi appoggiai, mi tornò vivida alla mente la faccia seria di Borsellino, annegai di colpo nel caldo di una serata di inizio estate che altrimenti sarebbe stata bellissima, le discussioni con gli amici diventarono una sfida alla pizza che proprio non andava giù.

Quattro anni dopo frequentai V.. Era di Palermo, aveva gli stessi occhi blu e capelli biondi della ragazza di Pif nel film. Abitava in un appartamento signorile del centro città presidiato da un paracadutista della Folgore col fazzoletto rosso e il mitra più grande che avessi mai visto. Attraverso i suoi occhi ho imparato a amare la Sicilia.
E' ripensando a V. e al suo sorriso mentre, camminando per le strade di una città presidiata dalle autoblindo dell’Operazione Vespri Siciliani, mi diceva “Da quando c’è l’esercito in città, i miei mi fanno finalmente uscire da sola” che faccio scendere i titoli di coda sul mio film personale.

Concedetemelo, anche se non ho un nome d'arte bello come quello di Pif.

mercoledì 30 luglio 2014

L’Unità chiude se la sinistra non si apre al mondo reale.

Gramsci lo fondò come giornale rivolto agli operai e la testata è stata sempre fedele all’idea del suo fondatore.
Forse anche per questo motivo sta chiudendo: gli operai sono sempre di meno, leggono sempre meno e sono sempre meno rappresentati a sinistra, da questa sinistra almeno.

Leggo vari giornali, alterno La Repubblica e Il Corriere soprattutto per i loro articoli di fondo e le inchieste, leggo Il Fatto quando mi  va un po’ di controinformazione istituzionale, sullo smartphone leggo l'impeccabile La Stampa, faccio poi la media di quello che trovo su internet, integro col sito della BBC, del NYT, di Figaro talvolta. 
Nell’Unità non ho mai trovato le ragioni della lettura e dunque dell’acquisto, neppure quando ero impegnato in politica, neppure quando la sinistra era all’opposizione, neppure nelle rassegne stampa gratuite. Forse perché, pur nei miei mille lavori, operaio non lo sono mai stato. Forse perchè non mi ha mai trasmesso la sua rilevanza nel panorama editoriale. 
Ha una storia importante e gloriosa, lo so, ma non basta per avere un senso oggi. La associo a una generazione che aveva dei punti di riferimento comuni, che la contrapponeva alla Bibbia, poi a solo qualche vecchio pensionato abitudinario, ai tavoli in formica delle sezioni del Partico Comunista, ai pannelli di compensato fuori dalle nuove sezioni del PD dove viene ancora affissa e distrattamente letta dai passanti.
Pochi ormai comprano/si permettono più di un giornale al giorno e mi sfuggono le ragioni per cui un lavoratore autonomo, un precario, un’insegnante, debba spendere il suo denaro contato proprio sull’Unità. Il giornale diventa così vittima di una politica che non si interessa ai suoi lettori ideali.

Non funziona, semplicemente, non l’hanno uccisa - come oggi grida in prima pagina - ma è morta di vecchiaia, e per quanto mi spiaccia per chi ci lavora non starei a strillare a chissà quale scandalo. 

Forse troveranno il modo di salvarla, spero però non avvenga con una trasfusione di denaro pubblico. L'Unità non è un ospedale, né una scuola, ma è un giornale e se nessuno lo legge (e dunque non raccoglie neanche la pubblicità per stare sulle sue gambe) la colpa forse non è né di fantomatici killer né dei lettori.

lunedì 28 luglio 2014

Cerco, cambio, vendo, compro, offendo il lavoro.

Sono nato in una grande città operaia regolata dai ritmi dell’altoforno e dagli orari di arrivo delle navi da scaricare. “Ci sono i portuali in sciopero” o “L’Ansaldo è scesa in piazza” erano pronunciate un’ottava sotto, col rispetto dovuto alle celebrazioni in cattedrale. A cui assistere deferenti se non si era gli officianti.
Il lavoro e le sue forme di lotta erano celebrati come necessari e preziosi. Lo sciopero era parte del lavoro come gli attrezzi, la tuta, il sindacato, gli infortuni. Era il mondo di tutti noi e tutti guardavamo a un futuro per le nostre famiglie in cui crescesse la qualità del lavoro, i meritevoli fossero premiati e i deboli sostenuti.
Anche negli anni ’90, quando robotica e informatica hanno rivoluzionato le professioni e i mercati, provocando parecchi licenziamenti e prepensionamenti la reazione è stata composta e dignitosa, come davanti a una catastrofe naturale e un nuovo paesaggio sconosciuto da far colonizzare ai propri figli il cui dovere diventava ancor più studiare per interpretare il mondo.

Da qualche anno le cose sono cambiate. C’è stato un momento in cui il lavoro e il suo controvalore economico hanno perso ogni relazione, troppo per alcuni, briciole per altri; in cui gli imprenditori più bravi hanno maggiori difficoltà a creare ricchezza di una pletora di parassiti assistiti.
Forse c’entra il Crollo del Muro e la liberazione di forze che prima erano contenute dalle ideologie contrapposte di chi credeva di Dio o nella Comunità come fini ultimo del sacrificio di oggi per il bene di domani. Di certo non è facile realizzare di essere rimasti senza Dio ma ancora più difficile è essere senza lavoro. “'Io non credo nell'inferno, credo nella disoccupazione” afferma deciso Dustin Hoffman in ‘Tootsie’ quando per lavorare deve fingere di essere donna e riassume la lacerazione tra talento e opportunità che è propria ormai di un paio di generazioni.

È offensivo essere chiamati a fare sacrifici quando i privilegi di pochi sono sotto gli occhi di tutti. Infatti e sempre più evidente è l’assenza di vergogna, forse conseguenza dell’assenza di un Dio o di una Comunità a cui rendere conto dei peccati commessi così come delle buone azioni.
Li percepisci attorno a te i privilegiati, gli strapagati, i raccomandati, i cassintegrati professionisti, i riciclati, costruire muri, abbonarsi al ricorso al Tar e alla Corte di Strasburgo, sbracciarsi per dire che loro “non ci stiamo!”, che “vogliamo solo il rispetto delle regole e dei patti” anche quando sono arbitrari, iniqui, fonti di mercimonio.  Li immagini in difesa, con l’elmetto sulla testa e sul culo e l’avvocato carico nella fondina, nelle loro trincee scavate in Alitalia, alla Camera dei Deputati, al Teatro dell’Opera, in mille società miste municipalizzate speciali parapubbliche.

Assisto attonito alla fine del sindacato, ucciso per sua stessa mano e cecità; osservo disilluso i politici urlare annunci di riforme afoni di significato; mi irritano i cento dirigenti che danno la colpa dei propri errori e inerzia alla crisi o alla congiuntura strale; seguo col pensiero le avventure di chi se ne va all’estero a coltivare i sogni, di chi torna a quarant’anni a vivere coi genitori senza più sogni, di chi, sopraffatto, chiude sconfitto la propria battaglia terrena.
Se obietti a tanta supponenza, ti si rivoltano contro con frasi da fiction di basso costo come “Chi sei tu per parlare?” “Lo fanno tutti” “E’ sempre stato così”.


Io sono solo uno che paga tutte le tasse, si costruisce ogni giorno un curriculum meritato fatto di sbagli e di successi, pagandosi la propria formazione per stare sul mercato, e che non crede nella vita eterna e dunque preferisce che i peccati altrui che rovinano la vita mia, dei miei figli, dei miei amici, di mille sconosciuti respinti, vengano redenti qui, in contanti e subito.

lunedì 21 luglio 2014

Quando la professoressa è lesbica.

È una storia che non ho mai raccontato, che era finita nel magazzino ordinato dei ricordi assieme a tanti aneddoti, che era lì forse per essere inserita nella vita di un personaggio dei miei romanzi futuri. L'episodio dell’insegnante di Trento inquisita in ragione del proprio orientamento sessuale l’ha fatta tornare a galla e, nell’umidità appiccicosa di questa estate romana, ve la propongo come raccontino della sera.

Stella viveva ad Anversa, la sua città natale. Insegnante di Scienze e Matematica in una scuola superiore, aveva da parecchi anni anche l’incarico di coordinare per l'istituto l'orientamento dei ragazzi nelle scelte di studio e professionali. Come me, aveva vinto una visita di studio per comprendere come la Norvegia si impegnasse per combattere l’abbandono scolastico.
Era lesbica e non ne faceva mistero. Amava l’Italia, parlava un discreto italiano e mi aveva raccontato che ci era stata “con la mia fidanzata”.
In quel periodo stavo scrivendo un racconto per la mia raccolta People from Ikea che aveva come protagonista proprio una donna omosessuale. La simpatica Stella che leggeva in italiano mi parve un’occasione imperdibile per chiedere un’opinione sulla trama e le atmosfere create. Lei ne fu lusingata; trattò l'inedito con delicatezza senza però nessuna remora nello stroncare le mie ingenuità e forse anche pregiudizi in materia. Le due serate passate con lei, con una birra sotto le stelle, a parlare, prima del mio libro e poi delle nostre vite mi sono ancora preziose.
“Insegno in una scuola ebraica di Anversa. È frequentata da figli di famiglie fondamentaliste. Meno male che ho a che fare solo con numeri e formule…  Sai, da noi la musica non religiosa è del tutto proibita, niente Beatles, Madonna né U2. I programmi di storia non sono allineati con quelli ufficiali olandesi. Niente Shakespeare o Jane Austin e altra letteratura moderna”.
Davanti alla mia mandibola incredula e penzolante ha aggiunto “I matrimoni sono ancora combinati e le ragazze dell'ultimo anno non parlano d'altro.”
“Ma, possono comportarsi così?” la interrompevo io.
“Sono venuti gli ispettori del ministero e hanno abbastanza realizzato la situazione, senza però approfondire né intervenire."
"Li hanno pagati per farli tacere?" chiedo io con ottusa mentalità italiota.
"No, la comunità ortodossa ha detto chiaramente che se vogliono che il mercato dei diamanti resti a Anversa e non migri, ad esempio, a New York, su cose come questa devono chiudere due occhi e una bocca.”
“Come fai a stare in un posto così?” le chiesi, sottintendendo anche, ma non solo, al suo orientamento sessuale.
Rise, amaro. “Devo pagare il mutuo…” Poi aggiunse: “Comunque lo sanno che sono lesbica, da pochi mesi, credo tramite una ragazza che si è diplomata alcuni anni fa e che mi ha visto in un locale”. Finì la birra, “Non ne hanno mai parlato direttamente ma mi hanno messo all’angolo: i genitori non vengono più al ricevimento parenti, alcuni ragazzi cambiano marciapiede se mi vedono per strada. Anche i colleghi sono diventati gelidi; molti sono indifferenti alla mia omosessualità ma, diciamo pure, parlare con me non è consigliabile.”
“Una situazione difficile…”
Sorrise, “Mi spiace solo per i miei ragazzi. Per come saranno, per come alcuni soffrianno. Per le gioie della vita che sono destinati a perdere. Io ora voglio solo arrivare alla fine dell’anno scolastico per non dargliela vinta: di scuole ad Anversa ce ne sono tante... poi ho insegnare lì mi impediva di prendere una decisione serena in merito alla proposta di matrimonio che mi ha fatto Marja.”

NdA: il racconto è vero e si riferisce alla situazione specifica di una scuola e una comunità locale non a un popolo o a un paese. In Israele iI diritto garantisce ai gay la maggior parte dei diritti matrimoniali riconosciuti alle coppie eterosessuali, inclusa l’adozione. Anche se la piena ufficialità del matrimonio omosessuale non è ancora stata sanzionata, vengono riconosciuti i matrimoni omosessuali contratti all'estero.
Israele ha anche una delle più alte percentuali di popolazione favorevole all'equiparazione completa delle coppie gay a quelle etero, col 61% che sostiene l'introduzione del matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso (dati 2011).