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giovedì 21 aprile 2016

Addio a quel geniaccio di Prince.

Prince era un genio, io non lo sono di certo.
Mi piaceva tantissimo e forse neppure saprei dire perchè.
Forse perchè sapeva di essere un genio.
Ho visto un suo concerto a Milano nel '91 e potrei raccontare per ore il tema della serata per ognuno dei miei cinque sensi.
Anni fa, ho scritto un episodio del mio libro "Mangia!" (FBE Edizioni) in cui lui c'entra parecchio e mi fa piacere riproporlo per chi ama le piccole storie.

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Con Isabella ci eravamo dati appuntamento davanti al portone di Roberto. Di lì a poche settimane saremmo stati entrambi laureati e quella sera lui ci aveva convocato per darci il regalo. Ci presentammo a mani vuote su sua esplicita richiesta: desiderava tenere sotto stretto controllo ogni minimo dettaglio.
Suonammo all’ora convenuta.
Roberto ci aprì indossando un impeccabile grembiule in tessuto di Fiandra. Disse subito: «Scegliete un colore: porpora o giallo?»
Isabella volle il porpora. A me il giallo andava benone.
La tavola era apparecchiata con tovaglie di lino, bicchieri di cristallo, sottobicchieri in rame e posate preziose, per due persone.
Ci sedemmo. Davanti a me c’era un iris giallo e un calice di champagne. Per lei, un iris porpora e un cassis alle more, rigorosamente porpora anch'esso.
«E tu non mangi?», chiese Isa a Roberto.
«La serata è vostra. Qualcuno deve fare il lavoro in cucina.»
Avremmo pasteggiato senza di lui. Avrebbe fatto avanti e indietro dalla cucina per tutta la sera. Cominciò portando pane, acqua e vino porpora per lei, vino bianco (giallo) per me. Poi la cena prese il via e io ebbi pennette allo zafferano mentre a Isabella fu servito un risotto ai mirtilli.
La conversazione divenne subito frizzante. Avevamo da raccontarci cosa ci aspettavamo dall’avere finalmente una laurea in tasca, delle vacanze che stavano per arrivare. Ridemmo dei fidanzati assenti che Roberto ci aveva rigorosamente vietato di portare e che essendo sabato sera erano piuttosto incazzati.
Al momento giusto arrivò una trota gratinata al forno per me e un piatto di arrosto alle prugne per lei. Rabboccammo varie volte i bicchieri e provammo, senza successo, a coinvolgere Roberto nella discussione. Si defilò dalla sala schivando ogni lusinga. Col passare del tempo fu lui a guadagnare spazio nei nostri discorsi. Pur essendone i protagonisti diventammo il pubblico della cena da lui progettata.
«Finito?», riapparve molti bocconi e molte parole dopo, intenzionato a portare via i piatti e preparare la scena al dolce che, sapevamo, non poteva mancare.
Sorridemmo, abbandonati alle volontà dell’amabile burattinaio.
Mi posò davanti una coppa di gelato all’arancia guarnita da una semisfera di caramello intrecciato. Per lei ci fu una vaschetta di porcellana in cui era adagiato un aspic alle more con violette candite.
Affondammo i nostri cucchiai. In silenzio. Molte volte.
Mentre mi inebriavo di quella delizia, lo immaginavo in cucina appoggiato al tavolo che ascoltava il nostro silenzio sapendo di aver ottenuto quel che voleva. Sapeva di averci regalato quello che desideravamo, pur non sapendolo: una serata di sogno e verità.
Sbriciolai il caramello nel gelato mentre lui certamente godeva dell’averci rapito dalle nostre vite per tenerci in ostaggio nel suo mondo fatato.
Riprendemmo a parlare dopo il dessert.
Quando rientrò in sala, avevamo appena deciso di andare assieme a vedere Prince a Milano. I nostri rispettivi partner storcevano il naso davanti ai virtuosismi funky di quel geniaccio della musica nera che invece, scoprimmo quella sera, mandava un visibilio sia me che Isabella.
Roby sparecchiò e ci disse «È il momento del regalo».
Lo guardammo perplessi, «La cena è stata il più bel regalo che potessi farci!»
«C’è dell’altro. Cercate…»
«Dove?» chiesi.
«Davanti a voi.»
Davanti a noi non c’era nulla che assomigliasse a una scatola o a un pacchetto. Isabella alzò il suo calice e prese in mano il sottobicchiere. Lo girò. «A me piace regalare emozioni. Roberto». Era inciso sulla basetta di rame. Il mio era identico. «Bellissimo, grazie”, disse Isabella.
«È solo il biglietto. Cercate ancora.”
Non era rimasto davvero nulla, solo i vasetti di cristallo che contenevano gli iris.
«Ci regali il vasetto?», chiesi.
«No, quello è di mia madre. Ma ci sei abbastanza vicino.»
Afferrai il fiore. Spostai i suoi lunghi petali e capii: un taglierino affilato aveva aperto un nido nel pistillo e dentro c’era qualcosa.

Con dita ansiose sventrammo i nostri fantastici iris finché vennero alla luce due strepitose ametiste. Ovviamente gialla per me e porpora per Isabella.

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