Torino, Milano, Bologna, Trieste: le quattro città star nell’innovazione,
i veri passanti della la cintura che tiene ben stretta l’Italia ai processi
europei di sviluppo sostenibile, la quintessenza stessa della parola Smart
City.
Molti amici innovatori vi lavorano ogni giorno. Con le loro attività sviluppano
nuovi processi di creazione del valore per sé e spesso per i territori,
contribuiscono a politiche pubbliche di avanguardia, tessono reti che liberano energie. Lì hanno a disposizione infrastrutture
efficienti e tanti spazi di qualità che funzionano a loro supporto. In alcune di
queste città stanno mettendo a punto prassi amministrative, innovazioni
normative e fiscali fondamentali per dare a tutti le possibilità che
meritano.
Lì ci sono il bike sharing, il car sharing, social housing,
orti urbani, le tagemutter, i teatri e i festival, le università di punta, qualcosa
di nuovo succede ogni giorno. Insomma sono città davvero nel XXI° secolo. Lo
percepisco dai racconti di chi ci vive, di chi ci è andato a vivere proprio per
queste ragioni. Quando passo per quei posti ne sono convinto anche io. “Questo
a Roma non lo faremo mai…” mi dico abbacchiato. “Vorrei vivere qua…” aggiungo non di
rado.
Poi si vota.
Si aprono le urne e Fassino/Sala/Merola/Cosolini trovano
molto meno consenso del previsto, sono in seria difficoltà (tra 10 giorni
vedremo quanta) da competitor che non hanno finora dimostrato nulla, che
talvolta invocano un generico ‘nuovo
corso’ per la paura del nuovo e del diverso, che sanno però rispondere ai
bisogni di chi vota.
Io rimango perplesso ma i commentatori televisivi mi spiegano
che “Non c’è da stupirsi del risultato
perché l’amministrazione uscente ha lavorato malissimo, è sotto gli occhi di
tutti da anni: zero dialogo con i cittadini, modi autoritari, abbandono delle
periferie.” Allora volgo lo sguardo agli amici che ci vivono, confuso,
chiedendo ragione di queste ambigue narrazioni.
Lo so, ogni città ha
una storia a sé, ma 4 casi diversissimi col medesimo problema forse fanno un
caso.
Al di là delle profezie che si autoavverano, occorre forse
davvero chiedersi: l’innovazione paga alle urne?
Oppure spaventa perché dimostra a
tutti come i tempi siano cambiati anche se non si vuole? O perché dimostra che
l’inglese è più importante del dialetto, che la velocità vince sulla stabilità,
che la distanza non impedisce la comunità, che il territorio non è un tavolo da
gioco insensibile ai nostri capricci? O manca qualcosa nei nostri interventi che dia senso anche elettorale al valore degli interventi?
Forse sviluppare spazi di coworking, regolamenti inclusivi,
orti urbani, piattafome di collaborazione, percorsi virtuosi per l’inclusione
degli immigrati, se da una parte richiede alla pubblica amministrazione nel
terrorizzante ruolo di ‘abilitatrice’ dall’altro cala sul cittadino maggiori
responsabilità, un ruolo forse non sempre richiesto e spesso non compreso.
Se è questa la strada che vogliamo percorrere, forse, è ora
di pensare modi, spazi e tempi in cui affrontare da cittadini elettori questa
evoluzione del contesto che muta anche il patto sociale di chi vive in una città.
C'è anche un altro aspetto: e che gli innovatori
non votino? Che ritengano di non aver bisogno della politica, di lobby, di
rappresentanza. Magari rimandando a un generico ‘appena ho tempo’ il loro impegno in
un mondo che percepiscono come inefficiente, parassita, se non inutile.
Ad
esempio nel mito distorto delle start up trovo mille persone che vogliono cambiare il
mondo e nessuna il quartiere. Cuori d’oro che si impegnano per l’artigiano
pachistano e non colgono la desertificazione delle botteghe del rione.
Lo ammetto, io stesso mi chiedo ogni volta con maggiore
fatica ‘se’ votare ancora prima di ‘chi’.
Sono domande da porsi. Perché se molto è politica (come lo
sono molte ore delle nostre giornate al lavoro, in aula, su Skype, come
genitori, consumatori, …) è anche vero che il sistema meno imperfetto per
organizzare l’equità, la giustizia, le pari opportunità, la resilienza, passa
per la partecipazione e la rappresentanza.
Poi però vanno a votare soprattutto le persone arrabbiate, o che nel
voto trovano una utilità di scambio, con una totale divergenza di percorsi tra chi ha l’ambizione a costruire e chi quella a difendersi. Ecco che trova maggiore rappresentanza
politica maggioritaria chi vuole asfaltare strade e differenze d’opinione,
razza e sesso, piuttosto che chi è disposto a una politica inclusiva basata su piccoli passi, con obiettivi ambiziosi ma distanti.
Mi chiedo infine se si stia sviluppando un Creative
Divide cioè una forte divisione tra i soggetti che traggono
effettivamente vantaggio dalle politiche guidate dall’innovazione e chi ne è
invece escluso: con i primi che ritengono superfluo votare (forse anche perché
il successo dei loro servizi si basa proprio sull’inefficacia della politica), e
con i secondi che hanno ancora speranze o prebende associate al foglio calato nell’urna.
Buon ballottaggio a tutti.
Nessun commento:
Posta un commento