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venerdì 27 settembre 2013

Signor Barilla, mi consente?

La recente vicenda del signor Guido Barilla che argomenta con forza la sua filosofia commerciale diretta alle coppie etero, quelle in cui la donna è felice di essere lei sempre ai fornelli, col marito che sbuca solo quando i fusilli sono in tavola, non mi scalda poi così tanto. Lui non è interessato al target omosessuale? Lui vede la donna solo come angelo del focolare? Fatti suoi. Governa un brand che se non cambia perde, ma sono fatti suoi. Non ritengo che le pubblicità debbano essere politicamente corrette, tantomeno orientare gli atteggiamenti morali. Servono a condizionare i comportamenti d’acquisto. In questo senso la reazione irritata di molti fa pensare che i consumatori sappiano scegliere.

Il signor Barilla ha detto quello che pensava, che pensano purtroppo in tanti, di certo quelli a cui lui vuole vendere la sua pasta e (come dice lui) gli altri sono liberi di mangiare altro.
Cosa che senz’altro faremo. Io perlomeno se posso evito Barilla per motivi che oggi trovo sensato esplicitare:  
  • E’ una pasta mediocre: tra le opzioni sugli scaffali le scatole blu della Barilla non sono niente di chè. Si è scelta la nicchia della mediocrità, di pasta sicura e tranquilla, quasi l’icona del conformismo a tavola. Ma il conformista oggi è modaiolo, sfuggente. Ecco allora che da un po’ la Barilla tenta di posizionarsi su una fascia medio-alta ma sotto i denti però non supera in qualità le paste da mensa e, come per i tappeti, nei supermercati è sempre più spesso in sconto. (mentre le paste buone sono in sconto due volte l’anno, se va bene).
  • I formati paraculi: prende per i fondelli con la varietà della sua offerta. Ha recentemente varato le Specialità, paste normalissime che costano di più perché … non si sa. Tra queste ci sono anche le Farfalle, la pasta meno speciale e esclusiva mai immaginata da trafilatore annoiato. Poi ecco i Piccolini: mini penne, mini fusilli, mini farfalle, bonsai di grano duro per sedurre i genitori insicuri che – magari con pupi che mangiano poco – pensano che una simile paraculata basti a convincere l’infante. E infine gli Integrali, che alla Barilla costano uguale se non meno degli altri formati ma che il signor Barilla si sente in dovere di vendere a prezzo maggiorato.
  • Lo spot di Forza Italia del ’94. Lo ricordate? Ha ampiamente saccheggiato musiche e immagini Barilla, ne ha travasato il populismo in politica. Fa sorridere che oggi qualcuno si indigni per le posizioni tradizionaliste dell’azienda. Mi basta pensare a quella musichetta infame per cancellare il carboidrato in scatola blu.
  • Le mani in pasta: la condanna per le attività di cartello tra le aziende produttrici è alquanto irritante e ormai definitiva. La Barilla paga 5,7 milioni di Euro di multa dei 12 complessivi (divisi tra 26 aziende di settore).     
  • L’invenzione del Mulino Bianco Questa poi non gliela perdonerò mai. Come tutte le madri, anche la mia fu sedotta dalla pubblicità e da un’incontrollabile pulsione verso le raccolte a punti. Non si parlava più di gusto, di fragranza, di morbidezza, ma solo di pupazzetti, di cuscini gonfiabili e di improbabili mollette a forma di animali della fattoria. Sulla nostra tavola, a colazione, i Bucaneve persero lo status di unici fornitori della mia unica colazione e ebbero dignità di una presenza in biscottiera ogni tre apparizioni di Mulino Bianco, e solo dopo mie insistenti lamentele. Anni dopo frequentai un master in cui il docente di marketing strategico elencò gli stratagemmi adottati dalla Barilla per affermare il Mulino Bianco. Quella lezione diede certezze ai miei peggiori sospetti quando compresi le finezze della campagna pubblicitaria centrata sull’idea del ritorno alla natura ma in realtà facente perno sul terrore di vivere in un mondo contaminato dove nessuno è disposto a fare un passo indietro ma tutti si vantano di apparire ecosostenibili. Un mondo dove le sorelle sono tutte bionde, ricce e saputelle. Mi fu chiaro quanto la metafora del mulino celasse in realtà un immenso hangar di pesticidi che venivano liberati nelle colazioni e contaminavano la coscienza di una generazione.
Barilla non mi è simpatica, ok.
Forse oggi è il consumatore a dover provare a essere politicamente e papillarmente corretto.
Stasera rigatoni con spada e melanzane.

venerdì 6 settembre 2013

Ecco un'altra lista di prodotti sul mercato che dovrebbero temere l’ira dei consumatori.

Siamo consumatori, è vero, ma anche esseri pensanti. Ritengo doveroso ribadire ai produttori che non ce le beviamo tutte, che non tutti ossequiamo la pubblicità, che coi soldi non si riesce a asfaltare tutta la pubblica opinione.
Per qualche motivo che ancora non comprendo appieno, il mio post con la Lista dei Prodotti che Spazzerei dai Supermercati dopo oltre un anno continua a avere decine di visite al giorno. Ciò un po' mi turba ma mi incoraggia anche a allargare la riflessione a altre categorie di prodotti e servizi facenti parte del nostro quotidiano.
Lo faccio attendendo commenti, critiche  e condivisioni.
  1. I carburanti: essi devono solo carburare rispettando le leggi. Punto. Nella scelta del distributore l’unica variabile logica di confronto può essere il prezzo. Al rogo le raccolte a punti, le tessere fedeltà. Io il diesel non lo voglio Blu, Up, Blitz, o Race. Lo voglio per andare di qui a là. Poi vorrei che ai distributori che truccano le colonnine o aggiungono acqua al prodotto (sono circa il 10%)  venga ritirata la licenza,  mi parrebbe il minimo.
  2. Le carte igieniche: sceglierle è un incubo. Non potendole provare lì sul posto, né tastare, Le guardi come Amleto fece col teschio. Ti chiedi soprattutto quanto ti dureranno cioè il loro fattore C ( numero cagate * rotolo). L’unico indicatore che vorresti sul pacco è la lunghezza del rotolo che invece non c’è. Non mancano mai invece aggettivi più appropriati per un cuscino che per un pezzo di carta da culo. Il vertice della cacofonia lo raggiunge la ‘Morbistenza’ di Tempo (che per questa ragione specifica e sintattica invito a boicottare duramente, checché ne dicano le vostre chiappe).
  3. Le insalate in busta: un prodotto luciferino. Si tratta della stessa insalata che costa 1 euro al chilo al mercato venduta a prezzi di filetto di sogliola. Mi pare un’offesa prima di tutto al buonsenso. Anche il palato non è che ne gioisca molto: sanno sempre un po’ di gas inerte, pare che abbiano sudato a lungo per uscire dal sacco, e trasmettono ai contorni una certa tristezza inconsolabile.
  4. I Giochi: lo sapete vero che in Italia ci siamo giocati più di 80 Miliardi di Euro nel 2012? Diciamo più di mille euro a testa inclusi i neonati e i clandestini. Il gioco è un prodotto di Stato molto sofisticato, che si presta alla perfezione per arricchire le mafie, evadere le tasse, rovinare le famiglie, ammalare le persone, spegnere la vita nei giovani, prosciugare le rimesse degli emigranti. Il costo per la collettività è enorme e include la cura delle ludopatie e le altre dannate patologie inevitabili. Invece che curare chi gioca occorrono campagne imponenti affinché i ragazzi capiscano che con quella roba si perde sempre.  
  5. La telefonia e le sue tariffe: un bel settore senza nessuna concorrenza reale. Andate in Germania o Austria e fatevi un abbonamento illimitato verso tutti, estero UE incluso, a 10 Euro al mese, magari con 3 o Vodafone che operano anche qui, e capirete come ci trattano da popolo bue anche in questo settore. Le tariffe sono alte, i profitti spaventosi e le società riescono pure a essere in difficoltà di mercato. I manager: o banditi o incompetenti.
  6. Il Calcio come prodotto: di cosa parliamo? Di un prodotto fasullo e pericoloso, che proietta sui ragazzini la propria mediocrità e quella dei propri interpreti dicendogli che quella è la cifra dei vincenti,  che cambia simboli e divise ogni anno per vendere più magliette, popolato da personaggi di uno spessore morale tale che sarebbero reali solo se fossero fumetti, che spende più tempo e soldi a rifarsi l’immagine che calciare la palla. Su, siamo seri, lasciamo perdere, parliamo d'altro.
  7. Le mostre acchiappagonzi: hanno quei titoli tipo "Van Gogh e la neve" o "Raffaello e l'ipotesi del viaggio", "Da Leonardo ai sofficini", "La Pop Art e la cucina leccese", "Il silenzio nello sguardo di Giotto". Di solito hanno un unico quadro disponibile del un grande autore ed è messo sui poster in quadricromia che tappezzano la città e sulla copertina catalogo. La mostra è una rassegna di croste, di copie di autori minori, testimonianze, gossip, pezzi di pittori parenti (di Leonardo ma anche dell'Assessore comunale che patrocina la mostra mostruosa). L'ingresso costa da 8 a 10 euro, nessuna riduzione studenti, sempre parenti esclusi. Lasciano il mal di pancia.
  8. La pasta integrale: ne ho parlato con un grande produttore. Ora vi spiego: la farina integrale costa poco di più di quella normale. Ma in fase di lavorazione quella integrale incorpora più l'acqua e rende di più e ha mano scarto. Alla fine la pasta, al produttore, costa uguale se non di meno. A noi molto di più perché fa figo e fa cagare con regolarità. 
  9. Il Satellite: prossimo a affermazioni luddiste, e in linea col mio conterraneo genovese, mi viene da dire forte che il satellite è una cagata pazzesca anche quando trasmette la Corazzata Potemkin. Un normale digitale terrestre ti dà quello che serve ogni occhi e alla testa e anche molto di più. I canali digitali in chiaro della Rai valgono fin il canone per chi proprio ama il palinsesto. Non hai lo sport e i canali Disney? Meglio per te e i tuoi figli che svilupperanno meno dipendenze. Hai meno filmissimi? Esci di più, vedi gente, e vattene al cinema e al teatro.


domenica 28 ottobre 2012

Autopsia di un invito a Genova.


So che desiderate tutti conoscere di più su questo popolo schivo che vive rintanato tra il mare e i monti, che del mugugno fa un’arte e degli avanzi a tavola un tesoro di famiglia. Di cui mi onoro di far parte. 
Il caso ha voluto che mi trovassi al Santuario di Ns. Signora del Monte, un posto che a raggiungerlo si paga il pegno di una frizione andata, uno specchietto divelto e una riga di improperi che da soli giustificano la confessione.
Lì, in quel nido d’aquila con vista mondo, ho trovato il poster casareccio che vedete qui accanto, invito a un evento esclusivo e imperdibile, e che – a mio avviso – esprime molte genovesità possibili.

Dunque procedo per voi alla sua autopsia:
FINALMENTE!!! – è il classico incipit ruffiano che a Genova prelude solo all’arrivo di un circo, di una meteorite, di qualcosa di esotico, perché non si è mai visto che un umano di razza genovese aspetti l’arrivo di qualcosa con l’emozione manifestata dei tre punti esclamativi, neppure la tredicesima.
LUNEDI’ 5 NOVEMBRE ORE 12.30 –  non sopportiamo i turisti, gli scocciatori, anche gran parte dei consanguinei. Fare una festa di lunedì a mezzogiorno è fine e crudele allo stesso tempo. Serve a organizzare un pranzo tra pochi facendo finta che siano in molti gli invitati. Siccome agli aspetti formali noi ci teniamo, si  sprecheranno i “Non sono potuto venire, mi spiace” di quelli che non ci sarebbero mai andati e i “Mi spiace tanto che non sei potuto venire” di quelli che hanno fissato di lunedì a mezzogiorno.
STOCCHEFISCIATA – FAVOLOSA DEGUSTAZIONE DI STOCCHE, BACCALA’ FRITTO, POLENTA E VINO BIANCO!! – è il cuore dell’avviso e racchiude un mix che sa di nuovo e medievale assieme. Il neologismo d’apertura litiga con la lingua e rimanda a giovanilismi anni ’80 che u coppiraiter deve aver preso a riferimento culturale. Il termine ‘degustazione’  è più una minaccia che un sostantivo e implica che è sempre meglio poco ma buono se nel piatto finiscono porzioni di dimensioni ospedaliere si possa sempre giustificare col fatto che è una degustazione e non un pranzo.
OFFERTA MINIMA 20 EURO – è il capolavoro del poster, ha retrogusti che vanno dalla selezione dei partecipanti all’alea di evasione fiscale passando per  e non credo abbia bisogno di ulteriori spiegazioni tranne quella di ribadire la localizzazione geografica;
E’ GRADITA LA PRENOTAZIONE – scritto lì, senza un numero di telefono, un indirizzo o una mail implica che non rompa il belino chi non è del posto e vuole capire come si mangia in una confraternita o se indossano le gonnelline come i massoni o abiti da supereroi.
ORE 17 SANTA MESSA IN MEMORIA DEI CONFRATELLI DEFUNTI – nel suo bel riquadro questo addendum ricorda di certo a tutti che i momenti di festa si pagano, ben più di 20 euro, ma anche la barzelletta in cui il povero Beppe andava al Secolo XIX per far scrivere un necrologio in memoria della moglie Marta, appena defunta. Scoperto che si pagava a parole, Beppe chiese venisse scritto “Marta morta”, nient’altro. Ma lì, l’addetta gli chiarì che fino a 5 parole il prezzo era fisso e lui rettificò in “Marta morta – Vendo Panda bianca”.

mercoledì 17 ottobre 2012

Li avete visti i negozi automatici? Inquietanti, respingenti e ipnotici.

Li avete visti i negozi automatici? Sono quegli sgabuzzini riempiti di distributori di ogni cosa che paiono ibridazioni manga tra un armadio e un flipper. Nelle città se ne trovano sempre di più. Di solito rimpiazzano i negozietti dove si riparavano gli orologi, si vendevano i fumetti o si facevano panini melanzane e pancetta. Sono nei punti di maggior passaggio: vicino alle fermate dei mezzi pubblici, in prossimità di scuole, ospedali, impianti sportivi, monumenti.
Mi danno tanta tristezza e mi respingono come emanassero raggi gamma.
Premetto che tutti gli sgabuzzini mi fanno tristezza, incluso il mio e il vostro, se lo avete, ma almeno quelli nelle case richiamano frattaglie di vita e, accostando la conserva di nonna alla trielina e alle scarpe buone per le occasioni che non vengono mai, hanno storie da raccontare.
Nei negozi automatici storie non ce ne sono. Le cose lì non sono di nessuno finché il consumatore non se ne appropria, le adotta direi. Il ronzio dei frigo e dei sistemi di sicurezza evoca un allegro obitorio dove le lucine non riescono comunque a convincere della bontà di alcuna salma. In un impeto di ottimismo lo potrei definire un distributore di storie da embrioni congelati.
I momenti più interessanti da cittadino, impiegato, turista, sono sempre stati quelli in cui entri in un negozio, misuri la distanza tra i tuoi desideri dalla possibilità che ti offre, cerchi la complicità del commesso, e poi tenti di esaudire il tuo desiderio di quel momento. A volte ci riesci, a volte no, ma sempre hai incartato l'oggetto del suo acquisto di ciò che gli da il gusto vero: il fattore umano.
Non fatevi ingannare se evocano le macchinette del caffè presenti negli uffici: per questo davanti a loro ti senti 'quasi' a tuo agio.  Le macchinette negli uffici sono dispenser di buoni consigli prima ancora di acqua sporca aromatizzata al caffè, sono totem antistress, fari per impiegati disorientati. Queste stanzette al piano strada sono invece set impersonali per consumi istintivi e solitari, ideali solo per chi ne ha abbastanza del genere umano, pericolosi per tutti gli altri.
I primi negozi automatici puntavano solo su bevande e cibo, i secondi hanno aggiunto cose di utilità come fazzolettini, preservativi e creme solari. Ora non ci si deve stupire nel trovare scarpe, libri, souvenir, e cianfrusaglie varie. Verranno consulti psichiatrici con assistenti virtuali, simulazioni di colloqui di lavoro o tecniche di seduzione, erogatori di strette di mano, analizzatori del cuoio capelluto e della vista.  
Non li sopporto ma ogni volta che gli passo vicino butto dentro un’occhiata nella speranza di vedere l’uomo che li rifornisce, la presenza umana che li alimenta. È bello quell’uomo, fa un lavoro vero, magari gli piace pure e non comprerebbe mai un sandwich al pangasio in un posto così. Ed è felice almeno finché non decideranno che un omino meccanico possa fare lo stesso lavoro in meno tempo, senza ferie e pause, e al massimo un cambio d’olio ogni sei mesi.

sabato 22 settembre 2012

Disoccupati di tutto il mondo: fate sempre e solo "cheese"!


Li ammiro i pubblicitari, i creativi, gli sceneggiatori, non demordono e inseguono il cliente senza fermarsi davanti a nulla: mitizzano la sfiga se serve, trasformano il disagio (altrui) in (loro) opportunità, cambiano la semantica dei termini, sorridono a chi annega nel fango sperando così di portargli sollievo. In tempo di crisi i consumatori sono disoccupati e, certo, duro diventa il loro lavoro se il disoccupato gli si deprime, se non spende più per trastulli inutili, rinuncia al prodotto di marca, non aggiorna le app dello smartphone o l’auto, smette pure di farsi lo spritz e di scommettere sui goal dell’Albinoleffe.
Il fatto che un paio di generazioni non comprino come e cosa si è deciso per loro li mette in crisi.
Ecco allora che il genio si accanisce sul disoccupato per convincerlo che 'disoccupato è bello' e pure fascinoso, e evitare di diventarlo lui stesso.
UNEMPLOYED OF THE YEAR” è la nuova campagna di Benetton per vendere magliette e calzini. In Benetton, ovviamente, non si capacitano del fatto che i disoccupati stiano diventando consumatori imperfetti e preferiscano rattoppare la mutanda piuttosto che comprare l’underwear e considerino i jeans ereditati dal cugino un dono del cielo. Per questa pubblicità hanno preso attori a cui hanno assegnato la parte dei finti disoccupati in completino mistolana e camicetta noironing, e inneggiano alla fortuna di essere a spasso perché così si ha il tempo di partecipare tutti a un concorsino per vincere 5.000 euro, giusto quanto serve a cambiare il guardaroba.
Come il disoccupato sia incastonato nel cuore dei media e nel mirino degli inserzionisti è evidente anche in “THE APPRENTICE”, il nuovo reality in cui Flavio Briatore, improbabile leader senza macchia e senza paura, icona di coloro che hanno finora consumato il presente dei giovani per dare un futuro a se stessi,  taglia teste a baldi volontari lampadati che vorrebbero lavorare per lui (e già per questo andrebbero comunque puniti).
Si percepisce la necessità di aver un bel disoccupato tranquillo, pulito, integrato e pettinato, del cui benessere preoccuparsi, disposto a tutto per essere all’altezza di ciò che chi ha pianificato il suo futuro si aspetta da lui, voglioso di essere adottato ma non progettato per essere rispettato.
Sembra opportuna l’istituzione di un cavalierato anche per il non lavoro. Già ne posso immaginare la celebrazione, con Emanule Filiberto che consegna il titolo di Cavaliere del Non Lavoro a Pino da Perugia che si è comprato il Freelander coi soldi della pensione dei nonni e a Sara da Pordenone che ha raggiunto l’invidiabile primato di 30 stage non retribuiti.
Sì, del disoccupato ne propongo la nomina da parte dell’Unesco a Patrimonio della Pubblicità.

mercoledì 22 agosto 2012

Gli e-book mi fanno paura.

Gli e-book mi fanno paura, lo ammetto. Il mio è un coming out piuttosto sofferto.
Ci ho messo parecchi mesi a capirlo. All’inizio mi limitavo a evitarli, a guardarli con sospetto, a non volerli neppure toccare, a dire esplicitamente “Non regalatemelo a Natale” senza sapere bene il perché.
Ero io stesso spiazzato dal mio turbamento: con una laurea in informatica sottovetro mi aspettavo maggiore entusiasmo per un supporto oggettivamente rivoluzionario. Non sono neppure un nostalgico dell’odore della carta; sono uno che butta o regala molti dei libri già letti, e se non mi piacciono li butto anche prima, e gli faccio le orecchie, li dimentico qui e là, li compro pure su Internet contribuendo alla chiusura delle librerie.
Ma gli e-book no. Non è che non mi piacciano, no, è che mi fanno proprio paura.
Adoro trovare “Chiedi alla polvere” o “Un uomo” sulla bancarella dell’usato, a 2 euro l’uno; mi preoccupa assai averli su un oggettino di valore che mi impedisce di regalarli o lasciarli sul treno una volta letti sperando che vengano adottati da occhi anche migliori dei miei.
Mi tranquillizza solo pensare che l’e-book sia un gioco, non un libro. Allora per un po’ mi diverte la sua iperrealtà, i pulsantini o il touch, l’annotazione, la multimedialità, le modalità per rendere la lettura collettiva (quasi un ossimoro).

Mi terrorizza che qualcuno sappia se/cosa/dove/quando leggo: potrebbe presto arrivare a conoscermi meglio di me stesso e voler raddrizzare il mio status di consumatore imperfetto.
Mi spiazza poi che l’unico elemento ormai in grado di dare una minima idea di chi abiti le nostre case standardizzate (sia a chi vi entra che, spesso, a chi vi vive) possa sparire nella monodimensionalità del reader.
Mi inquieta già la certezza matematica che cambieranno presto formato ai file per vendere nuovi supporti, ‘più leggibili’, ‘più libri del libro’. Sarà poi che dell’ebook non ce n’era bisogno perché il libro va bene così: non va ricaricato, nessuno lo controlla, non è schiavo dei formati (spiegate alle mie cassette VHS, ai miei LP, e presto anche ai miei CD, dove possono andarsi a infilare).
Se il libro me lo rubano sono quasi un uomo felice. Certo, il libro brucia bene. È il suo principale difetto, e ancora nel recente passato regimi, chiese e dittature ne hanno goduto. Però se brucia un libro si accende almeno un fuoco nella notte, sale un fumo visibile in lontananza, non si può sostenere che non sia successo; se invece sparisce un file non alita neppure un chip e ti viene il dubbio che sia accaduto davvero. E mi paiono più che probabili gli scenari apocalittici in cui un virus, il Ministero della Diseducazione o la SPECTRE impediscano via software un giorno a migliaia di persone di leggere tutto o qualcosa, magari solo “quel libro lì”, in “quel paese là”.

Insomma, mi mette a disagio perché facilmente il mio reader non sopravvivrà a me stesso e il puzzle delle mie letture preferite non sarà ricomponibile in un nuovo disegno da parte dei miei figli. Se fosse per me, occorrerebbe quasi coniare un nuovo termine per definire la lettura su e-book. Potrebbe essere che lì si “e-legge”, che poi come gioco di parole m’incupisce e fa rabbrividire più di tutto il resto. 

giovedì 9 agosto 2012

Faccio la lista dei prodotti che spazzerei via dai supermercati.


Sai quella sensazione di quando hai un post in canna ma non è mai il momento giusto per scriverlo? Ecco, ogni tanto, al supermercato, mi viene spontaneo “Ora su questo scrivo un post. Così, per pensarci sopra e sfogare un po’ di frustrazione”. Poi non lo fai. Poi viene una giornata di pioggia estiva e, siccome in casa nessuno apprezzerebbe eventuali lumache mi limito a scrivere quel famoso post rimasto appeso alle dita.
Premetto che faccio spesso la spesa e poi cucino le cose che compro. Frequento i supermercati, i negozi di via, discuto ai banchi del mercato e scambio consigli con le matrone che mi dicono la loro sul destino migliore per un carciofo o per l’arzilla.
Mi irritano i prezzi farlocchi, i prodotti tarocchi anche se di marca, quelli davanti ai quali ti senti preso per il culo.
Ne metto in fila alcuni, per una minigogna che leggerete in non più di 7, alienati dalla calura d'agosto.
Vorrei qui BANDIRE:
a)      il Nespresso e lo zucchero della stessa marca. Il Nespresso è creatura della più azzeccata campagna di marketing degli ultimi anni. Trattasi di 20 gusti di caffè tutti identici dentro a cialde irriciclabili dai colori metallizzati così improbabili che neanche la Volkswagen li tiene in catalogo. Ma soprattutto è una truffa da 50 centesimi circa a tazzina (contro i 6-7 centesimi di un espresso normale), e se usi la bustina di zucchero brandizzata Nespresso devi sapere che stai usando un sottoprodotto della barbabietola che vale circa 43 euro al chilo. Della serie: date ‘purghe ai pirla’.
b)      la pasta quando costa più di 60 centesimi a pacco (arrivo a 90 cent per quella di qualità): è provato il cartello che i produttori fanno regolarmente tra loro (e i milioni di euro di multa che hanno pagato per questo, ma i giornali ne parlano poco perché hanno le mani in pasta). E poi c'è la pasta di design, quella piccolina che cosa di più, le eliche o le magagne che costano il triplo, tutta roba per analfabeti del cibo.
c)      gli jougurtini per bambini. In primis della Danone ma anche degli altri produttori. Sono dei ditali colorati talvolta con fumetti o faccine sulla confezione che contengono lo stesso identico prodotto di quelli per adulti e costano una fortuna. A conti fatti arrivano a 10-12 euro al chilo quando un chilo di jogurt normale va via per 2-3 euro al massimo. Mi irritano perché giocano sul target “bambino”, proiezione delle nostre ansie, ricettacolo di cibi di alta qualità estetica, paraculi in grado di farsi infinocchiare da un leoncino sull’etichetta peggio dei loro padri che si fanno fregare da una gnocca qualsiasi nella pubblicità del dopobarba. 
d)      il latte a 1,80 euro e più al litro che ti viene da invocare il licenziamento dei manager che li mettono sul mercato. Come fa la Mila a distribuire a Roma un latte buonissimo prodotto in trentino  a 1,20 euro e quelli della Centrale di Roma non riescono a stare sotto il 1,80? E quando ci scrivono “Alta Qualità” non è una presa per il culo? La risposta non mi interessa, licenziateli e basta. Assumete degli stambecchi trentini che sono di certo meglio.
e)      i Pampers: sono i pannolini più cari, più fashion e colorati. Per venderli a genitori coi sensi di colpa, ogni tanto se ne inventano una per metterti ancora più in crisi: un anno sbucano fuori quelli per maschietti diversi da quelli per femminucce, l’anno dopo quelli da giorno diversi da quelli da notte. Sono una marea di cazzate. Criteri per la scelta di un pannolino: quelli che costano meno. Fine, tutto il resto è marketing.
f)        il pane a oltre 4 euro al chilo: ora, tutti conoscono il prezzo della farina, acqua e lievito e anche uno scarso in addizioni dovrebbe sentire puzza di bruciato. E si trovano fantastici pani tra 1,80 e 2,50 euro al chilo. Fuori chi non sa stare sul mercato e prova a convincerti che prezzo alto corrisponde a pane migliore, fesserie da boutique pariolina.
g)      L’olio extravergine di oliva italiano a meno di 3 euro al litro. Semplicemente è una truffa (e la magistratura inquisisce regolarmente i maggiori produttori italiani, le famose ‘grandi marche’, ma i telegiornali sono oliati a sufficienza per non parlarne). Di nuovo semplici regole aritmetiche dimostrano che non può costare meno di 4 euro al litro se viene dal sud Italia e almeno 6,5 euro se prodotto al nord. Vigilate, perchè non sapete né il giorno né l'ora in cui sarete fregati.
h)      Le acque minerali, e qui mi si accappona la pelle. Prodotto tra l’inutile e il dannoso, di norma peggiore dell’acqua dei nostri rubinetti, necessario più di ogni altra cosa a vendere la bottiglia e a far circolare qualche migliaio di TIR sulle nostre strade. Tanto per dirne una a caso: qualcuno pensa che l’acqua estratta da una falda dalle parti di Scorzé (Venezia), a due passi dalla tangenziale di Mestre, in una delle aree più inquinate del paese possa essere potabile? Bene, dicono che lo sia, la etichettano come “San Bernardo” e pure come “Guizza” (misteri del marketing) e la vendono con la rondinella sulla bottiglia.
i)        Infine vorrei bandire l’idea che il supermercato convenga rispetto ai cosiddetti ‘negozietti’ o mercati rionali. Il supermercato vince ormai solo sui prodotti di grandissima distribuzione (pasta Barilla, Olio Carapelli, Kinder Brioss e cose così) su cui può andare sottoprezzo per drogare il mercato. Perde invece per KO su tutto il fresco ma anche sul confezionato di qualità. Ogni tanto per farsi bello infila in cassetta della posta le famose offerte 3x2 o simili, falsi ideologici. Il modello del supermercato vince però, in modo schiacciante, sulle modalità della spesa: progettate ad hoc per clienti fintamente social che vogliono evitare il contatto umano, non parlare con nessuno, non rendere conto dei propri gusti se non alla cassiera e a qualche migliaio di analisti del comportamento che, osservandoli, stanno già progettando il packaging del prossimo panettone di Natale.