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domenica 12 aprile 2015

Garanzia Giovani e Servizi per l'Impiego: cosa servirebbe e cosa invece non serve ai lavoratori.

Sono circa 1,5 i miliardi di Euro che si stanno bruciando in questi mesi in una inutile iniziativa denominata Garanzia Giovani. È un intervento di sostegno ai giovani senza lavoro deciso nel 2013, su cui Istituzioni, Enti di Formazione e Agenzie varie si sono accapigliate per oltre un anno a definire i criteri con cui dividere il bottino e l’alibi con cui farlo. A due anni dalle decisioni europee molte regioni stanno ancora definendo le regole del gioco (qui qualche dato).
Le azioni proposte seguono percorsi che si chiamano Orientamento, Tirocinio, Apprendistato, Formazione, Autoimprenditoria (che associata alla parola Giovane NEET suona come un ossimoro). Tutte  parole create nella forma e nella sostanza negli anni ’90, quando il ministro di riferimento era Treu, il tempo indeterminato era per molti ancora un obiettivo realistico  e Internet lo usava solo la NASA. In breve, un piano destinato al fallimento in culla e i suoi progettisti destinati al girone degli ignavi.
Inoltre, la Garanzia Giovani e il Job Act stesso si calano in un contesto in cui i Servizi per l’Impiego pubblici sono evirati di testa e braccia con l’abolizione delle Provincie e revisione della conseguente delega in materia, e la fantomatica costituzione di una Agenzia Nazionale per l’Impiego da edificare in 2-3 anni sulle carcasse di ISFOL, ItaliaLavoro e (buon senso direbbe) la parte di INPS che eroga gli ammortizzatori sociali.

In generale, credo che il mercato del lavoro possa vivere solo se è funzionale a una strategia di sviluppo e investimento sui settori economici ai quali l’Italia è vocata e, in parallelo, rendendo più facile la vita di chi tenta di creare lavoro in termini burocratici, di accesso al credito, di legalità, di giustizia fiscale.

Ho più volte scritto su questo blog come a mancare non siano i soldi ma le idee e il rimpallo tra le istituzioni e le parti sociali sia il segno della diffusa incapacità a confrontarsi col presente.
Per lavoro e come cittadino, assisto allo sviluppo di molti servizi per l’impiego che, nell’assenza istituzionale, portano risposte e efficacia. Vedo anche il pericoloso distacco crescente tra pubblico e privato e la progressiva inutilità del pubblico rispetto a un privato che si auto aiuta senza considerarlo e neppure chiedendogli più soldi.
Nei servizi attuali non si vedono azioni di senso in relazione alle nuove forme di lavoro, allo sviluppo delle competenze legate lavoro autonomo che riguarda almeno il 70% dei nuovi assunti. La cosa più innovativa è forse il Contratto di Collocazione in troppo timida sperimentazione, che riprende prassi che in UK hanno ormai 15 anni e che già vengono ripensate perché superate dai tempi.
Quello che invece vedo è:
  • il nascere di veri e propri pezzi di servizi attivi del lavoro fuori dal sistema, in luoghi come i fab lab, gli spazi di coworking, gli spazi per makers, non nella logica modaiola delle start up (chimere sopravvalutate per pochissimi) ma come luoghi dove avviene l’apprendistato alla libera professione, non sancito da alcuna legge ma destino che riguarda la stragrande maggioranza dei giovani.
  • la fine sul campo della retorica delle relazioni intergenerazionale di molti progetti-fuffa in cui “gli anziani passano competenze e relazioni ai giovani” o del "salviamo i mestieri che non ci sono più". Gli over 50 sono spesso espulsi perché a disagio nelle richieste del mercato del lavoro e sono loro le fasce deboli che i giovani possono sostenere e attualizzare. I mestieri non ci sono più quasi sempre perchè non hanno più senso. Gli stessi over 50 si sforzano di adattarsi a un mondo dove le relazioni (come tutte le informazioni) non sono potere se tenute strette ma solo se scambiate.
  • Grazie alle piattaforme online, è possibile la disintermediazione di ogni servizio e la nuova centralità di concetti come la reputation del candidato e il branding dell’azienda. Se parliamo di lavoro, è già la fine dei modelli on line dell’incrocio domanda offerta pubblici e privati (peraltro in Italia irrilevanti dal punto di vista statistico) per un modello su cui trionfano modelli di selezione in cui l’evidenza pubblica della vacancy c’è se genera anche branding all’azienda, altrimenti i canali di ricerca rimangono ‘informali’.
  • La necessità del bastone e della carota. Nessun servizio può essere standardizzato se non risponde alla regola per cui gli ammortizzatori sociali vengono erogati solo se il lavoratore si attiva davvero per cercare lavoro. La retorica del reddito di cittadinanza è dunque spazzata via dalla logica del reddito minimo garantito, garantito solo “se”. Oggi questo non succede, mai, neppure quando la legge in qualche modo lo imporrebbe come nella CIGS e nella Mobilità.  (Voi lo immaginate in Italia un impiegato del centro per l'impiego che ‘tiene famiglia’ e rifiuta l’assegno a un utente perché non si è attivato, magari lavorando in nero? Io no)
  • La lettura intelligente dei dati. La progettazione dei servizi è scalata di modello con l'uso dei dati. Anche in Italia sono in atto hackaton interessantissime sul come mettere in relazione la grande mole di dati sul tema per comprende il mercato del lavoro e sviluppare servizi che rispondano a esigenze reali e non alle lobby.  Non pensate perà di trovarvi funzionari o accademici, queste nuove piste di lavoro le sviluppano gruppi di cittadini che poi riporteranno alle comunità e ai territori la conoscenza messa a punto.
Lo avrete capito, quello che mi tormenta di più oggi è la mancanza di dialogo tra mondi che si sono voltati le spalle per comodità, autodifesa, paura, interesse e nell'allontanarsi uno dall'altro sfaldano il terreno su cui poter costruire un futuro solido per chi c'è e chi verrà. Bisogna lavorare per ricucire. 


mercoledì 30 aprile 2014

Parte la Garanzia Giovani. Viva i giovani! Ma soprattutto, lunga vita alle Garanzie!

Si tratta di una azione massiccia di contrasto alla disoccupazione giovanile, fatta di interventi spesso consueti attuati con strumenti ordinari dopati da una straordinaria dotazione economica in un contesto confuso e complesso. Sono 2 miliardi da spendere in meno di un anno e mezzo... fantascienza
Si avvia il Primo di Maggio e nei fatti per ora succede assai poco. Tolti forse il Piemonte e la Puglia nessuna Regione ha pensato a qualcosa di nuovo da offrire ai suoi utenti. Qualcuno rinforza sistemi esistenti che danno discreti  risultati (Lombardia, Toscana) e altri si accodano sperando che passi anche questa. Nei fatti se ne riparla tra qualche mese. Intanto iscriviamoci al data base.

Io, giovane disoccupato, mi iscrivo tramite il sito web del Ministero o della Regione, anche non la mia, al programma. Verrò chiamato entro 4 mesi dal Centro per l’Impiego e lì profilato e un po’ orientato, forse riattivato. Mi verrà proposta della formazione, forse un tirocinio, se sono fortunato il servizio civile, alcuni specialisti potranno favorire il mio ingresso nel mondo del lavoro.
Non vivo su un altro pianeta. Come operatore del settore abituato a osservare da vicino processi e organizzazioni mi viene da considerare:

Sulla Politica sul Lavoro in generale: la GG è un pannicello caldo che se non viene accompagnato presto da vere politiche di sviluppo che individuino i settori economici e lì concentrino investimenti, attenzioni, deburocratizzazione, si raffredderà appena finiti i soldi, e avremo messo su l’ennesimo nefasto ammortizzatore sociale. Che riformino pure il Senato e la Giustizia ma che facciano uno sforzo a immaginare un paese attrattivo dove sia bello e redditizio vivere e lavorare

Sui Centri per l’Impiego: funzionano a corrente alternata in tutta Italia. In media, peggio dove la disoccupazione è più alta. Dipendono dalle Province e dalle loro agonie di enti morenti. Hanno piante organiche incomplete e più precari al loro interno che tra i loro clienti.
I pochi bravi e bene organizzato fanno già le cose indicate in Garanzia Giovani e non ti fanno aspettare 4 mesi per avere i servizi. Vorrebbero magari strumenti più moderni (tipo un repertorio nazionale delle professioni, un sistema di incrocio domanda/offerta degno del primo mondo, un quadro istituzionale che gli consenta di erogare assieme servizi e indennità (carote e bastoni), un quadro normativo che li promuova e li valuti).
Gli altri sono strutture abbandonate dalla politica e dalle stesse direzioni di riferimento. Qualcuno vorrebbe incorporarli alle Regioni o a qualche Agenzia Nazionale. Sono abbandonati anche dagli utenti che li disertano per evitare perdite di tempo.   

Sulle azioni di GG: le azioni proposte dalle linee nazionali sono le stesse di sempre. Non ho nulla da aggiungere, soprattutto in relazione alla loro limitata efficacia. Mesi di lotte tra parti sociali e consultazioni tra lobby hanno prodotto schemi triti e elementari che faranno fare buoni affari agli enti di formazione, alle agenzie per il lavoro, e poco più. Per fortuna che qualche Regione ci mette del suo e prova a affrontare la realtà.
Per essere costruttivo, mi inoltro tra le righe delle (poche) Regioni che si sono esposte con delibere o bandi in materia di servizi da erogare.
Recependo obtorto collo le indicazioni della nuova programmazione del FSE 2014-2020, vengono qua e là esplicitate condizioni innovative (es. dalla Delibera 223/14 Reg. Lazio) “Formazione mirata all’inserimento lavorativo- Il rimborso [all’Ente di formazione] fino a 4.000 euro riconoscibile, in fase di prima attuazione, per il 40% a processo e per il 60% a risultato (in caso di successiva collocazione nel posto di lavoro entro 60 giorni dalla conclusione del percorso formativo). Tuttavia, trattandosi di una prima sperimentazione sia per la tipologia di intervento formativo sia per le modalità di rimborso, la Regione si riserva la facoltà di modificare tali percentuali sulla base dell’andamento della misura e degli esiti del monitoraggio.” È un primo passo, benvenuto, timido, in cui non si fa nessun riferimento alla durata/tipologia della ‘collocazione’. Anzi, ci si affretta a indicare come “Per il contratto di lavoro conseguente è prevista l’erogazione del bonus occupazionale.” E dunque la Formazione può stare tranquilla, dico io.
L’idea di pagare in base ai risultati, oltre che avere anni di ritardo rispetto a nazioni più responsabili, è pure applicata in maniera scolastica e si vede bene quando è applicata ai servizi di Sostegno all’Imprenditorialità, dove leggiamo  “L’importo [dei servizi di consulenza] sarà riconosciuto per il 40% a processo e per il restante 60% a risultato (effettivo avvio dell’attività imprenditoriale).” È evidente a tutti come un bravo consulente debba prima ti tutto valutare con durezza il business plan di ogni start up che gli si presenti davanti ma qui più sarai bravo nel tuo lavoro e meno euro vedrai J

Cosa manca, secondo me:
  1. L’ottimo approccio dell’orientamento ai risultati e all’impatto può funzionare bene se la bontà dei risultati vincerà sulla standardizzazione del processo. Mi spiego: la formazione così come è ha un'evidente efficacia, così come gran parte dei servizi per l’impiego. Mettere una marea di soldi sul pezzo sperando che vecchi soggetti e metodi possano dare nuovi risultati va contro ogni logica. Occorre più flessibilità sui servizi erogabili, quasi una liberalità nei processi.
  2. Altro grande buco antistorico è aver rinunciato da tempo a costruire un senso di solidarietà nazionale e generazionale sul tema, in cui le aziende e chi il lavoro ce l’ha si sentano responsabili della creazione di opportunità per gli esclusi e possano anche partecipare con le proprie competenze, tempo, relazioni al progetto GG. Qualcuno potrebbe farlo per responsabilità sociale, altri perché credono nell’Economia della Condivisione, nell’Innovazione Sociale. È possibile farlo.  
  3. Poco si vede anche di come considerare questi giovani un valore e non un soggetto da trattare. Nessun rilievo è dato alla collaborazione tra di loro, tra ‘peer’, alla progettazione di contesti che li motivino a rafforzare le proprie competenze sul campo elaborando un progetto personale e professionale e, nello stesso tempo, partecipare attivamente allo sviluppo del proprio territorio. Nessuno in GG stabilisce legami tra la potenzialità di migliaia di italiani adulti e l’uscita dalla crisi generale, e il modo in cui può avvenire.      In questa direzione l’unico esempio di rilievo che ho colto viene da “Tutti i giovani sono una Risorsa” di Regione Puglia, sviluppato in Bollenti Spiriti e che sarà anima anche di GG.
  4. Senza possibilità di successo è un’organizzazione che continua a mettere al centro il servizio e non l’utente. Una volta ‘smistato’ verso la formazione, la creazione di impresa, il servizio civile, …, la palla è passata ad un altro che fa il suo e può fallire o riuscire con gli strumenti che lui ha. A fallire o riuscire è invece il giovane. Non si vede la figura di un tutor/responsabile del processo globale del giovane, con cui possa parlare una volta la settimana, che a metà di corso di formazione inutile gli proponga un tirocinio in un altro settore o che se la business idea viene demolita gli proponga di fare un’analisi di mercato all’estero con una mobilità internazionale
  5. A quest’ultimo punto aggiungo che non si vede un processo di premialità dei Servizi per l’Impiego pubblici, che siano valutati in base alla loro efficacia. Con parametri di SROI (Ritorno Sociale dell’Investimento). E che tale valutazione arrivi al singolo operatore  a cui concedere premialità sulla base dei successi legati ai ‘suoi’ utenti.

L’argomento, mi capite, mi sta molto a cuore. Soprattutto finché vedo più Garanzie per gli operatori che per i Giovani. Gradisco riflessioni, critiche e contributi da parte dei molti colleghi che so attenti a queste note. Di certo ne riparlerò presto.