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domenica 3 marzo 2019

L'Italia e i suoi Stati.


Per lavoro ho l’opportunità di viaggiare parecchio per l’Italia. Dove mi chiamano, quasi sempre mi occupo di lavoro, disoccupazione, sviluppo locale, cultura, e dunque entro per quanto possibile in temi che caratterizzano la costruzione di una democrazia e l’affermazione della felicità dei singoli e delle comunità.
Quello che vedo è un Paese che non è per niente un solo Paese. Ogni volta, scendendo dal treno, mi sembra di essere all’estero.
Esiste una diversità che è ricchezza se sviluppata dentro un progetto unificante e una diversità che è zavorra individualista se non tiene conto né della realtà né del proprio vicino: mi trovo molto più spesso nel secondo caso.

Arrivare a Milano è recarsi uno Stato a parte. Va ad una velocità tutta sua, con pensieri e azioni che riguardano solo se stessa, in gran parte luminosi e visionari e in altra parte profondamente egoistici. In pratica batte moneta, detta la linea, non si guarda indietro, macina novità in maniera bulimica scommettendo che nella quantità si produca la qualità. Esprimerà presto la classe dirigente e politica del resto d’Italia. È nel XXI secolo, da sola. Bologna non riesce invece a fare i conti con se stessa, decidere se essere una città o un’idea, stenta a capire come e perché è cambiata e dove vuole/rischia di essere tra dieci o quindici anni. Ha anime che cooperano perché credono nel valore della condivisione, e interessi che ne minano l’anima; in una tensione che percepisci lama sottile e dagli effetti imprevedibili. Napoli ti salta addosso e tutto lì ti pare eccessivo, nel bello e nel brutto, impedendo di pensare. Perde qualsiasi treno antecedendo a qualsiasi progettualità la frase “Non si può fare perché a Napoli le cose sono diverse…” e per ‘cose’ intendono leggi, sogni, idee, regole civili. Bella per le foto con Pulcinella tristi come il paesaggio devastato che la circonda da ogni lato e le voragini sociali che ne assorbono le energie.  Reggio Calabria annienta ogni speranza, di chi ci vive e di chi ci passa. Lei e la sua regione paiono il buco nero del resto d’Italia, un luogo che non ha l’attenzione di nessun altro, inclusi i suoi abitanti. Quando la frequenti la ami come si fa al capezzale di un’amica sofferente e ti chiedi perché nessun altro sia lì a immaginare prognosi e cure in grado di cambiarle il destino. Genova invecchia con i suoi abitanti, avvizzendo idee e slanci in una lotta impari contro le scempiaggini che gli uomini che la abitano hanno fatto a se stessi martoriandone territorio e ideali. Non si ama e non ama. Lì essere giovani pare quasi una colpa e la cosa migliore per espiarla è il non dare fastidio o andarsene. A Cagliari e in Sardegna sei in un altrove da sempre, in un Paese bellissimo e enigmatico dove la differenza culturale si erige a barriera e non a valore, che ammette di esistere quando scopre di non poter essere isola fino in fondo e di dover esportare latte senza importare mercato; in una regione felice perché la retrocessione economica le farà prendere più fondi europei destinati ai territori non sviluppati. C’è la sosta a Torino che per un po’ ha creduto di esistere anche fuori dai propri confini, di poter fare e cambiare, di poter uscire dall’isolamento un po’ vezzoso grazie alla laboriosità innata dei suoi abitanti e anche grazie alle Olimpiadi e alla TAV. L’asfissia delle idee e la pressapochezza della politica l’hanno invece molto rallentata.
Anche il posto dove vivo, Roma, è a suo modo all’estero. Lo è rispetto all’Europa che funziona, che traina pensiero ed economia, che reputo l’unica casa possibile per tutti. Una Capitale di serie B arenata nelle opportunità non colte, senza un’idea di futuro e neppure di presente. Dove la domanda inespressa da tutti è “Che ffamo?” e la responsabilità individuale segnata dagli “’Sti cazzi.” 
Dove ogni riflessione politica si arena presto in chiacchiere da stadio o in vaffa’ generici che tengono al sicuro le proprie rendite di posizione. Un posto dove la risposta non è neppure dentro di sé perché lì non albergano neanche le domande.
Ovunque non manca energia, migliaia di persone provano per bisogno o per missione a risolvere problemi rimboccandosi le maniche. Quasi tutti pensano di farlo senza la pubblica amministrazione considerata essa stessa un problema e mai una soluzione, spesso disdegnando anche il denaro pubblico per la sua inefficienza e ottusità di obiettivi.

Eccolo, il post politicamente scorretto, per dire anche a me stesso che così non può funzionare, che non si può continuare a procedere con occhi e orecchie chiuse, e che gli spazi per ricostruire sono infiniti, basta volerli abitare con l’intelligenza prima che altri li occupino con la brutalità.

domenica 22 gennaio 2017

Da Roma la gente se ne va, è questa la novità

Il 23 dicembre risalivo l’Italia da Roma a Bologna. Nel mio senso di marcia il traffico filava liscio. Nel senso opposto era un ininterrotto serpentone di lunghi tratti di coda: 20 km da Orte, 15 sotto Firenze, poi tutta la Bologna-Firenze intasata. Tutti a casa, a tagliare panettoni o strufoli.

Sono arrivato a Roma nel 1998 per lavoro come molti altri in quegli anni, In quel periodo la migrazione verso la capitale riguardava intere tribù professionali. Da Genova si andava a Milano o a Roma. Il mio criterio di scelta più rilevante fu che da Milano si scappava nei weekend, a Roma si aspettava il weekend per goderselo con quelli che arrivavano da ovunque,

Mi accolse una città che credeva in se stessa e il faccione sorridente di Rutelli con la sua frenesia nell’inaugurare ogni cosa in fascia tricolore. Sì, di certo rozza e facilona, corrotta e rumorosa ma viva, e bellissima, piena di opportunità, dove il successivo arrivo di Veltroni la innalzò a un livello che per molti aspetti competeva con Parigi, Londra o Barcellona, con un incredibile ventaglio di attività che pompavano l’economia e ti facevano respirare un’aria internazionale.
Anche Veltroni ha perso slancio e sono poi venuti gli anni bui e restauratori di Alemanno dove l’incompetenza era scienza e i partiti come sanguisughe hanno prosciugato la vena dell’economia, del voler fare, della creatività e sul cadavere della città sono calati gli avvoltoi sempre in agguato della mafia, dei palazzinari e della rendita. E tanta mediocrità nella noia di riti stantii, la derisione del rischio in un contesto che davvero non fa una piega neppure se l’alieno gli atterra in giardino.
Della giunta attuale non vale la pena spendere parole, vista la sua irrilevanza.
Adesso la gente se ne va, è questa la novità.

Sono alcuni anni che ha preso il via un percepibile flusso d’uscita di professionisti, manager, creativi, operai, programmatori.
Persone in larga parte benestanti, in carriera, convinte che altrove si possa stare meglio, i servizi funzionino, il mercato del lavoro dia più opportunità.
Un flusso silenzioso ma  continuo, è facile coglierlo sia nelle borgate che nei quartieri borghesi.
A Roma c’è poco da fare se non vivi di rendita o di un posto nella Pubblica Amministrazione. 

Nella classe di mio figlio, una popolarissima elementare semicentrale, 5 bambini si sono trasferiti in 3 anni, solo una bimba  è arrivata, dalla Cina.
Il mio amico S. che ha accettato a Bologna un tempo determinato di 18 mesi  lasciando un indeterminato a Roma, quando mi ha visto preoccupato perché trasferiva tutta la famiglia mi ha detto "Stai tranquillo: è meglio essere disoccupati a Bologna che occupati a Roma."

Quando molti miei amici hanno realizzato di fatturare il 90% altrove, e di avere un conto aperto col Frecciarossa che valeva un affitto mensile, sono partiti con armi e bagagli, verso mete in Italia e all’estero.
Il flusso verso la città si è prima fermato e poi invertito.
In fondo il panorama dei sogni di un paio di generazioni non è più legato al territorio di residenza, specie nelle metropoli. Sì, vogliamo cambiare il mondo e sanarne ingiustizie e perversioni. Di certo è più facile farlo da una posizione comoda, in una città che funziona, con luoghi stimolanti per i nostri figli, dove la politica è attiva nella sua accezione positiva e i cassonetti vengono svuotati spesso.

Camminare per Milano e la sua dinamicità ricca di creatività allora diventa uno shock culturale; Torino e Bologna mete di molte ditte di traslochi con i loro carichi di libri, mobili e destini provenienti da Roma.

"Mbè? 'Sticazzi,"potreste giustamente obiettare, "Dal sud emigrano a milioni". 
Sì, è vero, sono altri i problemi, però percepisco qualcosa in questo fenomeno così poco raccontato che mi spinge a pensare alle cause, e poi agli effetti per me, la mia famiglia e per una città meravigliosa che in questo periodo getta nelle buche della sua anima i sogni di chi credeva in lei, che diventano occasioni mancate per tutti noi.      

venerdì 23 settembre 2016

Lite Torino-Milano sul Salone del Libro: riguarda tutti.

La querelle tra Torino e Milano sullo ‘scippo’ del Salone del Libro da parte di quest’ultima non può lasciare insensibili anche se sembra riguardare città che non sono la tua e mestieri che non pratichi. 
Si parla di libri, di cultura e dunque anche di democrazia, futuro e economia. Credo meriti qualche riflessione in più degli scazzi e le tecnicalità tra addetti ai lavori nelle pagine interne di qualche quotidiano.
Frequento il tema da tempo: come autore che negli ultimi 12 anni ha pubblicato con 6 diversi editori, metà dei quali falliti come il mercato ha imposto; come lettore interessato a che la qualità delle opere scelte per gli scaffali venga premiata da persone attente, competenti e pagate il giusto per il loro lavoro; come frequentatore dei saloni stessi, luoghi interessanti dove la fisicità del libro e degli autori fa da padrona.

Prima di tutto occorre segnalare come la duplicazione del salone a Milano si inserisce in un quadro nazionale che include almeno anche l’ottima Children’s Book Fair di Bologna, unico salone italiano davvero internazionale, il piccolo ma ruspante e vitale PiùLibriPiùLiberi di Roma dedicato alla piccola e media editoria, e magnifici Festival della Letteratura come quello di Mantova.
Era tuttavia evidente come il Salone di Torino andasse del tutto ripensato, in questo post ne ho raccontato debolezze e limiti dell’edizione 2016. Nei fatti era riempito quasi solo da scolaresche, traccheggiava tra antichi fasti e fughe modaiole verso improbabili start up e libri di cucina. Se questo l’ho colto io posso immaginare come ai geni del marketing milanese fosse evidente da tempo.

Di cosa parliamo?
Per inquadrare i fatti non si può evitare di ricordare come il Italia solo il 48% degli abitanti legga almeno 1 libro all’anno e solo il 7% ne legga almeno 1 al mese. Costo dei libri, tempo a disposizione, allergia ai congiuntivi sono tutte scuse facilmente smontabili.
Credo che una riflessione vera nel merito non sia stata fatta, si parla di ‘educazione alla lettura’ come se fosse una scienza esatta. La verità, più agghiacciante, va più nella direzione di un largo deficit di attenzione da parte di molti, dell’analfabetismo funzionale (stimato tra il 30 e il 40% della popolazione) che impedisce di capire un libro, della paura di confrontare o confutare le proprie idee, nell’evitare la fatica. Allora ecco che quel 48% si avvicina pericolosamente a tutti quelli in grado di leggere un libro.
L’ebook non ha spostato nulla. È risultato un fenomeno residuale, usato davvero solo da lettori ‘forti’. Oltre il 50% degli e-reader a un anno dalla loro vendita ha ancora solo i 5 libri preinstallati di quando è stato regalato a ennesima conferma di quanto scrive Pennac in “Come un romanzo”: il verbo Leggere non si può coniugare all’imperativo.
Molti editori dicono chiaramente “Non mi conviene pubblicare ebook” e si vede come tutte le start up che puntano sull’editoria digitale abbiano in business plan i soldi degli autori e non quelli di ipotetici lettori a cui il libro digitale non interessa.

Questo elemento mi pare interessante: ci sono tante persone che scrivono e desiderano pubblicare perché oggi la tecnologia consente di passare in un amen dal manoscritto al libro, anche cartaceo se lo vuoi. Il fenomeno è lo stesso che ha trasformato molti in ‘fotografi’ grazie alla fotografia digitale, folle in ‘video maker’ grazie a telecamere, Youtube e Windows Live Video Maker. Però, come per le foto e i video, l’autopubblicazione sommerge di quantità e spesso squalifica (o rende invisibile) chi nel magma qualcosa di interessante prova a indirizzare ai lettori.

Forse occorrerebbe ripartire anche dalla campagna  #ioleggoperchè  uscire dal circolo di quelli che leggono già per arrivare magari a situazioni in cui ogni ‘lettore’ adotta un ‘non lettore’ portandolo dentro i suoi mondi, anche quelli fisici come le librerie, le biblioteche, le presentazioni. Ovviamente vale anche il viceversa con la possibilità che il non lettore convinca il lettore a fare altro. Credo che entrambe le parti ne avrebbero giovamento e qualcosa di comunque nuovo si muoverebbe.

Perché se il libro come oggetto è intramontabile, cambia il rapporto che si ha con lui. 
Ad esempio, nel mio piccolo ho notato come negli ultimi anni sia molto diversa la modalità di confronto e incontro con i libri. Da un po’ faccio un numero sorprendente di presentazioni in case private, in ristoranti, in associazioni, gruppi di lettura, presso studi di psicologi, asili nido, piazzette dei centri storici. Poche le librerie dove pare sia difficilel 'socializzare' e che per prime puntano a organizzare gli eventi fuori dalle loro mura, il orari e contesti a loro nuovi. 
Ma di questo vi racconto meglio la prossima volta.

martedì 4 marzo 2014

Per favore, qualcuno mi dica perché dovrei andare a vedere Expo Milano 2015.

Sono un italiano come tanti. Ho la fortuna di avere un lavoro, che tuttavia risente della crisi. Ogni tanto mi concedo un weekend con la famiglia in una città d’arte, sono attento alle spese superflue, riesco a fare decorose vacanze estive solo perché usufruisco al massimo del calore di nonni e parenti che ospitano con piacere. Ogni 2-3 anni ci scappa pure un viaggio ‘serio’, di quelli in grado di proiettarti altrove con neuroni e bagagli. Leggo molto, cinema quanto posso, tv poca, sport non ne parliamo.
Siccome mi piacciono le domande impossibili e rifuggo la retorica patriottica, da un po’ di tempo mi chiedo “Perché dovrei andare all’Expo 2015? Magari pure portarci la famiglia?” Sì, forse me lo chiedo perché amo speculare. Lo faccio anche perché lo sviluppo locale e i fenomeni legati all’occupazione sono il mio lavoro e l’evento calato su Milano mi interessa professionalmente come l’alveare per l’entomologo.

Se il mio commercialista conferma che potrei detrarlo dai redditi come “Spese per la formazione professionale” magari ci andrò pure...
Nessuno ha annunciato la presenza di idee particolari, tutti invece porteranno effetti speciali. Ci saranno millanta applicazioni IT, smart, funny, fuzzy, virtual, sharing, touch da far impazzire il vocabolario; start up come se piovesse; tante cose poi per feticisti dell'ologramma-ultimo-modello.
Decine di paesi mostreranno quanto l’hanno grosso (il budget) quanto l’hanno preziosa (l’acqua, la ricerca, l’agricoltura), quanto sono ingegnosi.
Tutti saranno politically correct e già le anticipazioni hanno chiarito come è meglio parlar poco di fame nel mondo, povertà, contadini.

Quindi, in poche parole, perché andare all’Expo 2015?

Un giorno di Expo2015 per una famiglia (2+2) costerà al minimo: 100 euro di biglietti, 80 di cibo, 20 di parcheggi, 100 di souvenir e acquisti, 150 Euro per 1 pernotto a Milano o in zona, 50 di benzina/autostrada se abiti vicino. Diciamo 500 euro come niente.
Una sola giornata mi pare poi superficiale e defatigante (oltre 160 padiglioni), tre giornate sono forse necessarie per capirci qualcosa ma molto costose.

Capire cosa?

Se il tema “Nutrire il pianeta, Energia per la vita” è molto affascinante, mi trovo in imbarazzo a non sentire nessun richiamo per quella landa alla periferia di Milano.
Riesco a emozionarmi nel portare i turisti e gli amici al Mercato Orientale di Genova, alla Vucciria di Palermo o a Piazza Vittorio di Roma. Così come adoro andare per produttori quando giro le campagne o a mungere con i malgari. Il mio massimo è poi conoscere cibi e coltivazioni di ogni Paese che visito.

Non so se è confortante o preoccupante ma nessuno dei miei molti amici stranieri sa che a Milano ci sarà l’Expo e dubito che se mai in quel periodo venisse in Italia spenderebbe due o tre giorni a Milano per il budget di una settimana al mare.
Non so se gli organizzatori abbiano presente perchè le persone oggi viaggino, come inseguono i loro interessi, seguano 'turismi di scopo' che raramente includono i parchi tematici. Pure Disneyland è in profonda crisi, per non parlare del profondo rosso dei parchi nostrani.

Sono stato a Lisbona per l’Expo, ho visto le aree di Siviglia e Saragoza, ricordo bene Genova nel '92. In tutti i casi sono state fallimentari esperienze con molti visitatori meno del previsto, costi esorbitanti e spesso sono rimasti deserti di cemento.

Quello a Shangai è stato un successo, dicono a ragione, ma lì il pubblico era composto da miliardi di cinesi e da cittadini di economie emergenti per cui viaggiare è ancora un miraggio e per vedere Venezia e Parigi devono ricostruirseli in grandezza naturale alle foci del Fiume Giallo.
Qui, chi ha 500 euro da spendere in un giorno può ragionevolmente pensare di andare a vedersi l’eccellenza tedesca direttamente a Berlino e le crepes sul lungomare di Nizza, il riso nelle risaie di Bali.
Vedere lì tutto assieme, impacchettato allo scopo, è caos e non un percorso di apprendimento.
Se poi l'obiettivo è il divertimento proprio non riesco a figurare me stesso tra i 20 milioni di paganti attesi.

Poi, se il successo dell’Expo va misurato sui 20 milioni di visitatori attesi mi chiedo come ciò potrebbe davvero succedere. Insomma, 20 milioni su 6 mesi (diciamo 180 giorni) vuol dire una media di 110.000 al giorno, lunedì di pioggia compresi, con punte forse di 250.000.
Evito facili ironie e ricordo che a Genova, nel 1992, avevano previsto 3.000.000 di visitatori, ne dichiararono 1.700.000 e poi contarono i biglietti reali in 800.000; ci fu un bello scandalo e si dimise il Sindaco per colpa dei biglietti "fantasma". Ma, si sa, sono cose del passato e queste cose in Italia non possono mica succedere di nuovo (ovviamente parlo delle dimissioni del Sindaco :-)

(Un anno dopo questo post - il 4 marzo 2015 - sono tornato sul tema per comprendere se il quadro fosse cambiato... eccolo per voi

martedì 24 aprile 2012

W il 25 Aprile

La crisi si vive, si tocca, ti avvolge, ti fa la festa.
Ho decine di amici cassintegrati e preoccupati, altri che il lavoro lo perderanno o lo hanno già perso, e c’è chi ancora ne ha uno che però non gli consente però di vivere in autonomia e a 40 anni torna a casa dei genitori. I clienti migliori mi chiedono di accettare una riduzione del compenso del 20-30%, scusandosi per la loro mancanza di risorse, con lo sguardo greve di chi sa che dopo aver tagliato a me dovranno autotagliarsi; un mio editore è fallito; un ente pubblico che mi doveva un botto di soldi è stato chiuso da Tremonti da un giorno all’altro.
Puoi però andare a teatro senza prenotazione pagando prezzi da cinema, al cinema invece ci si portano ormai solo i bambini per il loro compleanno, e per scaricare un video pirata con eMule ti devi mettere in fila come al botteghino.
Poi ci sono le auto… a Genova e a Milano tutti dicono stupiti che il traffico è dimezzato, che la mattina ci mettono 20 minuti in meno per andare al lavoro. A Roma poi la scusa principe di ogni ritardo “C’era traffico sul Raccordo Anulare” non regge più, e ciò manda nello sconforto una platea geneticamente ritardataria che negli effetti collaterali della crisi trova pure emendamenti ai propri vizi.
C’è tensione nell’aria perché le risposte e le proposte sono poche, confuse, in ritardo, vecchie già sul nascere, nate per semplificare e non risolvere. Un governo tecnico che perlomeno sa usare le tabelline ha bollato una classe politica, industriale e sindacale autoreferenziale e autistica, che per decenni ha rimestato l’aria per bersi tutta l’acqua e spegnere ogni fuoco. Adesso il Paese deve reimparare a pensare, a creare, a lottare, a indignarsi e anche a sorridere e godere. Sarà duro ma necessario.
La crisi non è un’opportunità, basta retorica, ma è una condizione drammatica che abbiamo in gran parte generato rinunciando a pensare, agire e a far di conto. Alcuni sono più responsabili di altri, sicuro, vanno messi all’angolo e gli va impedito di perseverare. Ne usciremo però solo se sapremo collettivamente esprimere l'idea di un diverso modello di vita, e lottare per ottenerlo. Un po' come partigiani.