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domenica 22 giugno 2014

Ho visto il Peggio (e ancora mi mette i brividi)

Il Peggio è un politico navigato, oscurato per pudore, riesumato, impomatato e riciclato nel consiglio di amministrazione di un ente inutile inventato per lui che si presenta a un convegno per pochi intimi in una provincia ex-ricca del nord Italia. Il suo partito? Irrilevante per scelta programmatica.
Lui stesso non credo abbia coscenza dell'essere al governo o all'opposizione, esiste e dunque esige e questo gli basta. Con mestiere sopraffino stringere più mani di quelle poche presenti in sala e con leggerezza concede il suo interesse e chiede a ciascuno di noi qualcosa di irrilevante e personale al tempo stesso: “Come è andato il viaggio?” a me, “Interessante il titolo, vero?” a te, “Come va?” a uno che ha la faccia di chi è appena uscito da un’influenza o è entrato nella cassa integrazione. Ti guarda il Peggio, è interessato a te, cerca di memorizzare il tuo voto e il tuo volto. Gli stringi la mano anche se non ci tieni, per saggiarne la consistenza tridimensionale, gli rispondi perché ti pare capace di usare armi di distruzioni di massa contro te e la tua famiglia se non lo farai.

È il Peggio a dare un senso al prestigioso consesso orfano di dotti, medici e sapienti. E' suo l'intervento di apertura, e di chiusura e dirifinitura. L'opaco discorso è subito impalmato dai riconoscimenti alla “vocazione splendida di questa regione”, e poi all“incredibile” qualcosa tipico dei cittadini di questa città padana sonnolenta e razzista più per noia che per convinzione. Appena nel lessico del Peggio confluiscono le attese “Sinergie”, “Integrazione”, “Responsabilità – futuro –occupazione per i giovani” dette più volte in tutte le combinazioni possibili ci sentiamo a nostro agio per aver supposto la prevedibilità del Peggio.

Il Peggio sono poi, per induzione, tutti i relatori che seguono, reattivi nel citare e sottolineare i passi del discorso inconcludente e vuoto che il politico ha fatto sull’argomento del convegno, un tema di tendenza, obbligatorio per entrare nella modernità, su cui l’Unione Europea ci invita a riflettere ma che nessuno si degna di studiare, di cui il Peggio non ha la minima cognizione e quel che è peggio è che sa che è inutile averla. Sa però che quel tema gemmerà progettazioni ardite e innovative in risposta a domande sbagliate e necessità inesistenti, finanziamenti opportuni, investimenti opportunistici, di cui al Peggio e ai suoi peggiori amici devono tornarne in mano una cifra importante e degna della responsabilità che lui , per il bene della comunità, si è assunto.

Il Peggio include noi, pubblico sonnolento che partecipa al rito, me compreso, controllando la posta, twittando, sognando un coffee break che non arriverà mai perchè la spending review socializza i tagli e evita le socializzazioni. in 140 caratteri ironizziamo con cinismo sperando che tutto passi, sapendo che nulla davvero terminerà.

Parte del Peggio è anche l’assistente del politico, un’ex avvenente, forse laureata, di certo chirurgicamente modificata, abituata a molto peggio degli sguardi anatomopatologici scoccati dai presenti, più stupiti che affascinati dal vedere in tre dimensioni in lei un'icona di ciò che fino a quel momento avevano solo sbirciato nelle cronache dal Palazzo.

Il Peggio conclamato sono i tre giovani in giacca e cravatta, arrivati con lui e che pendono dalle labbra del politico. Lo guardano come fosse un punto di arrivo, molto più pornografici dell’assistente curvilinea, più intimamente modificati di lei perché quello che si sono venduti lo hanno dentro e non ne sono rivestiti.

Il Peggio è il gigantesco fermo immagine che pare aver colpito tutto in quella sala dove le parole della nostra bella lingua suonano vuote, senza opposizione, semplificate ad arte per dimostrare come il Peggio stesso sia l'unica possibilità: e dunque il meno peggio. 
Tutto pare semplice da capire, faticoso da spiegare, inevitabile, e rende inutile pensare a un'alternativa al Peggio.

venerdì 13 giugno 2014

Quando Genova non è un’idea come un’altra.

Mi fa un certo effetto leggere nelle colonne dei principali quotidiani fini opinioni che mettono in bella copia le sensazioni che mi porto dietro da quando ho lasciato Genova, la mia città, ormai 16 anni fa.

Le intercettazioni volgari e meschine del sacco alla CARIGE a cura di Berneschi e i suoi Elderly Boys, la grettezza di Bertone, la doppiezza consumata di Scajola, quel peccare sottovoce, quel timore di fare, l’alibi del “chi va piano va sano e va lontano”, la paura delle idee, l’inutile contegno del condannato all’oblio, l’attesa delle Grandi Opere per mascherare l’incapacità a progettare il futuro, la distanza esibita dalla ragione protetta con la tradizione, una dirigenza spaesata e spesso aliena alla modernità, parti sociali che guardano al passato, una classe politica arroccata, una cittadinanza spesso inerme. Tutto questo paralizza una città, svariate generazioni, energie uniche e irripetibili.
La contrapposizione tra voglia di spazio e libertà e amore per vicoli e tramonti sul mare me la porterò dietro per tutta la vita. In sere così mi sento lì, a Genova, e anche mille miglia lontano, in una proiezione sghemba di “Ma se ghe pensu” che suona ricordandomi il giorno che tutto questo mi fu chiaro e decisi di partire.

Avevo lavorato un anno alla progettazione di una nuova struttura pubblica che per l’epoca era molto innovativa e di eccellenza, un salto di qualità. Ricordo un tavolo con assessore e dirigenti, soddisfatti e sorridenti che mi proposero di esserne il direttore “col ruolo del direttore, le responsabilità e lo stipendio di un direttore. Sarai però inquadrato come impiegato direttivo, non come dirigente: hai solo 30 anni e se ti facciamo dirigente adesso dove sarai a 50?”
In quel momento il soffitto di cristallo mi si spiaccicò sul naso, mi tornarono su dallo stomaco gli anni dell’università quando, più che ventenne, mi veniva ancora chiesto quale fosse il mio quartiere, che lavoro facesse mio padre e amenità simili, prima di decidere se invitarmi a certe feste dove ci si misurava il pedigree a vicenda per clonare le nuove generazioni di vertice.
Da allora comprendo bene la metafora del ‘soffitto di cristallo’ usata per indicare il blocco invisibile ma concreto che hanno molte donne nell'accesso a posizioni apicali nelle organizzazioni. Già, perché a Genova non entri nel salotto buono se non hai caratteristiche genetiche compatibili con quella dell’oligarchia che governa la città.
Quel giorno, rifiutando l’offerta, smisi di giocare nell’orticello di casa, mandai il mio CV a Milano e Roma e lì, emeriti sconosciuti mi proposero subito un contratto da dirigente.

Ora abito a Roma, città animalesca e quasi aggressiva, luogo non facile ma vivo, in cui succedono cose, si accavallano idee, si celebra l’ineluttabilità della morte con superficialità e con  progettualità spesso sprecate ma talvolta risolutive.
Dentro di me, credo che il verminaio genovese che viene e verrà alla luce possa diventare un’opportunità unica. Vedere come quegli uomini spenti e impeccabili nei loro completi british siano nei fatti nudi e inadatti al futuro può aiutare la città a ripensarsi. 
Certo, catturato un caimano molti altri saranno pronti a prenderne il posto ma può essere il momento del colpo di scena, di politiche e modelli nuovi per lo sviluppo, il turismo, l’internazionalità, la mobilità, l’integrazione degli immigrati, i servizi agli anziani e ai bambini, l’uso dei beni comuni.

C’è forse il rischio di una città che esaurisce le forze, che non crede più in se stessa, in cui i frequenti disastri ambientali rappresentino bene un territorio che può franare in ogni sua parte materiale, morale e relazionale.
Esistono persone, forze, progetti, idee, relazioni dentro e fuori la città che possono  contrastare questa deriva. Molte le conosco, alcune si chiamano Marco, Laura, Giovanni, Isabella, Paola, Stefano, Cristiano, Anna, ...
Se solo ai caimani legassimo i denti per un po’, sarebbe bello avessero loro la possibilità di stare al timone, proporre e vedere realizzati progetti utili e – perché no – visionari, almeno quel tanto che serve a ridare fiducia al sistema. Se solo si mettessero assieme, se cambiassero aria a quelle stanze...

lunedì 26 maggio 2014

Voglia d’Europa non di retrocessione.

Prometto, non commenterò mai un risultato del Mondiale 2014 perché del calcio capisco a malapena le regole e non comprendo le ragioni. Sono però un cittadino, faccio politica con le mie azioni quotidiane e dunque non riesco a esimermi dal porre qualche riflessione sul risultato elettorale delle Europee.

  • Voglia d’Europa. È l’aspetto più chiaro e confortante. Gli italiani vogliono far parte dell’Europa e hanno capito che se c’è futuro questo è lì, con gli altri Stati Membri, nella pace. Fandonie come l’uscita dall’Euro non li tentano. Il PD ha vinto prima di tutto perché aveva la scelta maggiormente europeista, è stato credibile negli atti, nei toni e anche negli slogan. 
  • La legittimazione di Renzi (e Marino). Chi ha a lungo, giustamente, detto che Renzi è stato ‘imposto’ e non votato, da oggi può solo tacere. Allo stesso tempo, questa superlegittimazione diventa un carico di responsabilità storico in merito alle riforme. Non ci sono più alibi. Renzi ha vinto soprattutto contro i suo partito, che lo ha sempre subìto. Vorrei aggiungere che il 42% a Roma deve essere letto anche come un rafforzamento a Marino, inviso a molti PD ma a molta meno popolazione di quanto si pensi.
  • Il partito degli onesti senza idee, M5S. Questo mesi hanno evidenziato come Grillo sia di destra, confuso, senza un programma e – soprattutto – faccia paura. Quest’ultimo elemento l’ho sentito molte volte specie dalle persone anziane che hanno visto il fascismo. Le stesse che reputavano B. una marionetta col parrucchino avevano un timore istintivo di Grillo. La volgarità innata della sua politica ha spaventato i più. Le espulsione, epurazioni, censure dentro e fuori il partito sono state quanto di meno democratico visto in Italia negli ultimi anni. E ha pagato, duramente. Forse la fine è iniziata con la sconfessione dei propri parlamentari sullo ‘ius soli’, i corteggiamenti con Forza Nuova, la non presentazione alle regionali in Sardegna. M5S può rilanciarsi solo se mette da parte Grillo e Casaleggio. E dell’Europa non sapeva neppure la collocazione sulla cartina.
  • L’uscita di scena di B. Berlusconi, patetico e ormai imbarazzante, è riuscito ancora a tenersi accanto la creme degli stipendiati, interessati, evasori, evasi, che in Italia rappresenta un ragionevole 15%. Il ‘liberi tutti’ è alle porte e non credo che il lancio nell’arena della figlia Marina possa essere un’opzione reale, la ragazza mi sembra furba e si terrà lontana.   
  • I fenomeni della Lega. La Lega al 6,2% è un risultato fenomenale che mette assieme gli antieuropeisti veri e duri. RIallacciare il filo della politica con questi cittadini credo sia la priorità per il Nord Italia che vuole essere protagonista nei prossimi anni.
  • Tsipras. Una sinistra dura e pura è necessaria e la avremo, ne sono felice più per il piano europeo che nazionale. In Italia l’esperienza di SEL pare ormai alla fine sia sul piano della cultura politica che della capacità di proporre idee. Qualche cosa di nuovo speriamo succeda presto da quelle parti.  
  • Alfano e NCD. La loro ammissione al consesso aiuta Renzi e lascia un seme sulla possibilità che si vari un centrodestra ‘normale’. Certo che se i travasi dal PdL e la presenza di inquisiti rimane a questo livello, poco ci sarà da salvare anche qui.
  • Meloni e Fratelli d’Italia: non se ne sentiva la necessità e gli elettori lo hanno detto chiaro. Qui neanche il solito Photoshop potrà fare un lifting a idee e numeri.
  • Scelta Civica e IdV: Chi glielo ha fatto fare? Su quali basi pensavano di raggiungere il 4%?  Non pervenuti.

giovedì 22 maggio 2014

Votate, perché solo in Europa l'Italia si può coniugare al futuro.

Non avrei mai pensato di sedermi un giorno per scrivere un appello al voto europeo.
Per certi aspetti l’avrei giudicato inutile perché ovvio (siamo Europei? Mica devo ricordarlo io!), dall’altra è talmente evidente che senza l’Europa saremmo spacciati che l’affluenza dovrebbe essere fin maggiore di quella legata alle nostre elezioni politiche nazionali. Scrivo però perché in queste settimane ho colto un livello del dibattito infimo e disinformato, lunghe diatribe che nulla hanno a che fare con la UE, capipopolo ignoranti e supponenti.

Io sono cittadino europeo e solo grazie a questo posso avere un’opinione sul mio paese, posso capire cosa vi succede, posso fare confronti amarlo odiarlo, impegnarmi nel cambiamento. 

In Europa viaggio e passo confini ormai invisibili, mi alimento di conoscenza, sapori, informazioni e idee che germogliano in stati e lingue diverse dalla mia. Sorrido della Generazione Erasmus che ha scoperto se stessa grazie all’Europa unita. Provo orgoglio per l’amore incondizionato che gli altri Stati hanno per l’Italia e mi si ghiaccia il sangue a ascoltare le loro analisi su di noi, lucide e informate più della media di noi italiani. Vedo spesso opportunità (per me e per tutti) che l'Italia non dà e, sentendomi cittadino europeo, non vedo l'approfittarne come emigrare ma solo come coglierle. Mi godo inoltre la pace che l’Europa ci garantisce e comprendo quanto sia costata.

Come cittadino europeo ho passato venti anni a cercare di non vergognarmi quando tutta l’Europa vedeva bene come il nostro Re fosse nudo, non solo davanti alle minorenni ma davanti alla Storia, al buon senso, al progresso.
Negli stessi 20 anni ho mille volte ringraziato chi ha lottato perché fossimo nell’Unione e nell’Euro perché è solo grazie alla nostra appartenenza europea che abbiamo avuto un minimo di leggi, regole, politiche. 
Non sono state tutte perfette per noi? Può darsi, ma la colpa è nostra: siamo da tempo l’ultimo vagone del treno (per scelta e decisione nostra) ma meno male che al treno eravamo attaccati.

Votare è di fondamentale importanza perché è puerile dire che tutto fa schifo e tutti rubano. Anche io sono contro l’Europa delle banche ma solo votando si può fare qualcosa per costruire diritti (e doveri) comuni, servizi sociali diffusi e democratici, opportunità e innovazione, un superamento dei criteri di austerità che in mancanza di altre idee ci bloccano qui, al palo.       

Vedo con terrore l’ipotesi che ci sganciamo dal convoglio proprio ora che il sistema di potere che ha cariato il Paese forse è alle corde (per motivi anagrafici e giudiziari).

È il momento di  guadagnare posizioni sul treno, di avvicinarsi fino a unirsi ai piloti e ai navigatori. 

Per farlo occorre competenza, positività, toni pacati e idee chiare. 
Prima di tutto occorre votare.

mercoledì 21 maggio 2014

Zero Reputation: del perché i tassisti non ci sono simpatici.

Ho già scritto dello scontro che vede protagonisti i tassisti e il servizio Uber per il noleggio di auto con conducente. Tutti i giornali ne parlano, pochi a proposito. La diatriba viene semplicisticamente presentata come ‘vecchio’ contro ‘nuovo’ che in un’epoca di rottamazioni allegre fa istintivamente propendere il tifo verso chi brandisce un’App e non un cric. Il tema è mal posto e, al di là delle lecite resistenze di chi vuol mantenere posizioni pagate a caro prezzo, rientra in un più generale bisogno di regole e servizi adatti al XXI° secolo.

Qui però vorrei fermarmi a riflettere di come i tassisti in questa fase paghino la scarsa simpatia del pubblico verso la categoria.
In termini contemporanei potrei quasi dire che la loro reputation  è un disastro, il ranking dei loro servizi è sofferente, la customer satisfation sofferente, il brand della categoria svalutato. E, a mio avviso, queste debolezze potranno essere per loro ragioni di parecchie sofferenze.
A parte che a se stessi e ai loro familiari, la categoria è piuttosto invisa. Ma cos’hanno fatto che li ponga su di un piano diverso da quello dei falegnami, degli insegnanti, dei giornalai o degli architetti?

Nulla di personale ma è diffusa la percezione che tra i servizi taxi imperi la scarsa qualità del servizio. E se il servizio che eroghi è percepito come insoddisfacente è difficile avere solidarietà professionale.
Certo le auto vanno da qui a lì, ma non basta.
L’uso del taxi in questo paese si confronta spesso con sistemi di tariffazione spesso discutibili e iniqui, distrazioni dubbie, carenze in materia di bancomat wifi aria condizionata, radio costantemente sintonizzate su acefali canali da ultras, uso del cellulare alla guida, …
Diciamo che la user experience è sconfortante e il cliente è spesso una variabile indipendente.
La mia personale opinione è che questa sciatteria diffusa sia generata a sua volta dalla autopercezione di essere fondamentali e intoccabili. Forse il sapersi un pubblico servizio fa alla lunga pensare di essere quasi dei dipendenti pubblici. Intoccabili forse potranno continuare a esserlo ma fondamentali non credo.

La loro intoccabilità l’hanno costruita, come tutte le corporazioni, strutturando legami stretti e spesso opachi con la politica. L’esenzione alla ricevuta fiscale concessa da Berlusconi e la contiguità interessata con frange estreme li ha resi indiscutibilmente antipatici. Il blocco alle nuovi concessioni comunali legato alla candida motivazione che c’è un mercato nero da tutelare fa ribrezzo. Il voto di scambio a cui si presta in larga parte la categoria mi allontana da ogni empatia (“a dotto’, visto che la porto in Regione, ce lo dice lei alla Polverini che se non ci da i soldi che ci ha promesso in campagna elettorale per le auto nuove, la prossima volta i nostri voti li diamo a quarcun’altro. Ventimila preferenze almeno”).

Poi, come capita in tutte le corporazioni chiuse, le mele marce non vengono additate e messe all’angolo dagli altri (o dai giudizi degli utenti, se vogliamo essere un po' 2.0) ma tollerate voltandosi dall’altra parte.

Ora sono sotto attacco.
App americane, car sharing, biciclette anche, ne minano alle basi la necessità, a meno che non decidano di confrontarsi e rilanciare. Magari ricostruendo la loro immagine attraverso un atteggiamento diverso verso il mercato... vedremo.
Per manifestare le loro ragioni intanto picchetteranno le stazioni, bloccheranno forse strade, faranno casino, troveranno il politico compiacente a far salire i toni. Con molte ragioni dalla loro parte ma - e mi spiace - con ben pochi cittadini al loro fianco.

sabato 17 maggio 2014

Servono regole per questo millennio, non tassisti incazzati.

Oggi a Milano 300 tassisti inferociti hanno fatto irruzione al Wired Next Festival dove si parlava di futuro e di come tecnologia e Economia della Collaborazione stiano ridefinendo le regole del consumo e della produzione, di beni e servizi. I tassisti volevano impedire a Benedetta Arese Lucini, manager per l’Italia dell’app UBER di parlare in qualità di caso di successo della new economy.

Rabbrividisco perché otto giorni fa ho scritto su questo Blog un post sull'Economia della Collaborazione che mi ha stupito per accessi e condivisione, che cito:
Scontri più o meno espliciti sono all'orizzonte: Albergatori contro AirBnB, Ristoratori contro CookeningTassisti contro Uber, distribuzione alimentare contro Food Assembly, banche contro Social Lending e così via, ... qualcosa andrà distrutto, posti di lavoro andranno persi e altri creati, tante cose andranno regolamentate molti dovranno cambiare pelle per continuare a stare sul mercato. Le corporazioni e i monopoli sono tutte destinate a essere travolte dal mercato che cambia.

Non faccio vaticini, né leggo i fondi di caffè. Osservo e sommo, talvolta sottraggo il rumore di fondo di chi si ostina a sottovalutare la potenza dell’innovazione dal basso. E' il mio mestiere.

Ciò che per Wired è una best practice, per Mario Rossi tassista a Lampugnano è una minaccia epocale, una minaccia di estinzione.
Un mondo nuovo è alle porte, che preme per stravolgere regole e consuetudini, corporazioni e monopoli. Se dopo il risibile tentativo di fermare la musica liquida chiudendo Napster servivano altre conferme che i muri si aggirano, ecco che ce le troviamo in casa. Le agenzie di viaggi sono state decimate da Internet, le Poste hanno cambiato pelle, l’editoria si deve reinventare. I tassisti devono trovare un modo per far parte del mondo che verrà o cambiare mestiere. Uber deve rispettare le regole sostenendo le proprie ragioni nel cambiare.

Perché in questa partita:
  • Non ci sono buoni né cattivi, il mercato vive di vita propria.
  • C’è il passato e il futuro, quelli sì.
  • Ci sono i diritti dei consumatori ad avere servizi di qualità, sicuri e a prezzi equi.
  • C’è il diritto della collettività a esigere  il pagamento delle tasse da chi produce reddito.
  • C’è la fine della divisione tra privato e professione.
  • C’è il disvalore del possesso quando ci basta l’uso.
  • C’è la follia del consumo messa a confronto col riuso, il riciclo, il risparmio.
  • C’è una sfida epocale a cui è chiamata la Pubblica Amministrazione.
Stamattina lavorando a un’ipotesi di piano per lo sviluppo di un ecosistema collaborativo su base regionale scrivevo (scusate la seconda autocitazione, ma questa è perlomeno inedita):


Finora la Pubblica Amministrazione è rimasta passiva rispetto a tali dinamiche, non facendosi permeare (nei processi decisionali, normativi, organizzativi) dalla rivoluzione culturale in atto, senza recepirne l’effettivo potenziale in termini di semplificazione dei processi, progettazione di servizi, creazione di valore per i territori.
Le pubbliche amministrazioni non possono più governare solo in nome dei cittadini, ma se vogliono mantenere credibilità e senso devono farlo con i cittadini che diventano una fonte di energia, talenti, risorse, capacità e idee.
Il settore pubblico è di fronte a una sfida storica: può facilitare lo sviluppo dell’economia della condivisione o osteggiarlo.
Può togliere auto dalla strada, evitare ridurre e rivalutare i rifiuti, includere gli esclusi; mettere a disposizione luoghi, informazioni, competenze perché  acquisiscano creino nuovo valore per la collettività.”
Il ruolo della PA diventa quello di supportare la nascita e l’integrazione di un ecosistema con:
  • Adeguamento della normativa per favorire la transizione da un modello economico all’altro, ammortizzando l’impatto del nuovo paradigma, dando certezze alle imprese e alle startup;
  • Sostegno alle sperimentazioni, con un’attenta analisi di impatto e una rapida messa a sistema laddove auspicabile.
  • Messa a disposizione di luoghi fisici (anche oggi male/sottoutilizzati) dove si sviluppino attività aventi i cittadini come co-progettisti e protagonisti di scambi di idee, talenti, tempo.
  • Promozione di spazi virtuali. Dunque sviluppo e sostegno a piattaforme on line, dove condividere e/o scambiare tempo, talento, libri, auto, spazi verdi, parcheggi, attrezzature, ricette, consigli medici, camere sfitte, libri, energia pulita.
  • Identificare, sostenere, valutare, App a valenza civica in grado di dare soluzioni a bisogni collettivi attraverso strumenti diffusi come smartphone e tablet
  • mettere a contatto esperienze e persone, anche grazie a facilitatori che includano i più deboli, che spingano al dialogo tra generazioni e tra generi, che sorveglino il rispetto della legalità e dei valori democratici e della libertà di espressione.
Le cose succedono anche se non vogliamo. 
Se le affrontiamo con saggezza possiamo  guadagnarci tutti. 

venerdì 9 maggio 2014

Economia della Condivisione, futuro e altre serie amenità collegate.

Possiamo continuare a consumare, inquinare, muoverci, sprecare, isolarci, fregarcene dell’eredità che lasceremo? La domanda è retorica ma la risposta può essere molto pratica.
Ho passato tre giorni al OuiShareFest di Parigi, il Festival dell’Economia Collaborativa, dove amministratori pubblici, grandi aziende, piccole start up, filosofi, smanettoni dell’open source, sognatori e costruttori di futuro si sono dati appuntamento per raccontarsi che si può e si fa.

Amministratori pubblici hanno raccontato come il settore pubblico possa facilitare un’economia della condivisione che tolga auto dalla strada, eviti riduca e rivaluti i rifiuti, includa gli ultimi, metta assieme le diverse informazioni in modo che acquisiscano nuovo valore. A Seul, Berlino, Amsterdam (e anche Bologna) si parla di Sharing City (che forse è la via più equilibrata alla Smart City di sapore tecnologico ma poco vicino alle persone).
La ministra francese alle politiche digitali ha detto con franchezza “Le comunità e le persone sono in cerca di SENSO. Compito della politica è costruire questo senso. Voi potete aiutare molto”. Sottintendeva anche che le migliori idee e comportamenti possano venire con credibilità solo da chi fa, sbaglia, corregge, affina.

L’amministratrice delegata di Castorama ha spiegato come sempre meno gente comprerà trapani poiché quello che serve davvero è solo il buco. Ecco che allora loro affitteranno le attrezzature, metteranno a disposizione dei laboratori attrezzati dove si potrà andare a farsi la mensola o la porta, incontrare appassionati come voi, imparare dai più esperti. E renderanno pubblico il design dei loro prodotti in modo che chi vuole possa riprodurre con stampanti 3D. Non hanno paura di perdere mercato? No, sanno che sarà l’opposto perché la fantasia dei clienti inventerà nuove destinazioni per i loro prodotti. Da fornitori di prodotti molte aziende diventeranno abilitatrici di processi.

Un giovane nepalese ha descritto come funziona la sua scuola per figli di indigenti: uno dei due genitori paga la frequenza lavorando per la scuola due giorni al mese in attività contadine o artigianali ottenendo prodotti che verranno venduti per sostenere la scuola.

Quello di Parigi non era un ambiente naif, né new age, né di sinistra, né di destra.
Era un consesso molto pratico che vedeva come inevitabili certi processi e come sia il profit che il no profit dovessero fare i conti con il cambio di paradigma economico e di comportamento dei mercati.
Scontri più o meno espliciti sono all'orizzonte: Albergatori contro AirBnB, Ristoratori contro Cookening, Tassisti contro Uber, distribuzione alimentare contro Food Assembly, banche contro Social Lending e così via, ... qualcosa andrà distrutto, posti di lavoro andranno persi e altri creati, tante cose andranno regolamentate molti dovranno cambiare pelle per continuare a stare sul mercato. Le corporazioni e i monopoli sono tutte destinate a essere travolte dal mercato che cambia.

L’Economia della Collaborazione era di certo nel DNA dei nostri nonni, di chi nella tradizione contadina e nella penuria di risorse del dopoguerra trovava naturale e logico utilizzare tutto, riparare, risparmiare perché consapevole che un futuro poteva e doveva esistere. Questa certezza di un futuro ‘a prescindere’ è diventata talmente nostra che abbiamo sostituito l’essere con l’avere.

In tal senso, la crisi ha aiutato a ristabilire un ordine di valori. E la tecnologia ha reso la possibilità di scambiare e condividere un fenomeno di massa, a partire dalla merce più preziosa: le idee. Soprattutto è così possibile condividere e scambiare con chi è con noi in sintonia anche se non lo conosciamo e non lo conosceremo mai.
Perché qui non si tratta di risparmiare ma di cambiare totalmente una cultura che vorrebbe far coincidere il consumo con la felicità. È semplicemente insostenibile dal punto di vista ambientale, sociale e economico (Già sentito? Oltre che il buonsenso, le stesse cose le dice anche la Strategia Europa 2020).
Anche perché come ha detto l’AD di Bla Bla CarSe una buona prassi non è scalabile, allora non è importante e non porterà a nulla”.

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Che poi i tassisti e Uber si sono scontrati davvero, otto giorni dopo... di questo ne parlo qui