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giovedì 21 gennaio 2016

Ettore Scola, quando presiedeva la Giuria di cui facevo parte alla Festa del Cinema di Roma

È stata senza ombra di dubbio una delle più sensazionali settimane della mia vita.
Il Comune aveva lanciato un bando pubblico per costituire la giuria del 1° Festa del Cinema di Roma. Si trattava di vedere e commentare 8 film. Partecipammo in più di 3000. Venimmo preselezionati in circa 300. A gruppi di 30 alla volta fummo convocati per un colloquio collettivo con giochi di ruolo.
Lì incontrai per la prima volta Ettore Scola. Ci accolse uno per uno, assistette curioso ai nostri tentativi impacciati di passare la selezione. Osservava e prendeva appunti con i suoi assistenti.
Poche settimane dopo ricevetti la notizia: ero tra i 50 prescelti.
All’epoca dirigevo un’azienda piuttosto grossa e rampante. Faticai abbastanza a ottenere una settimana di  ferie in novembre. Poi il circo ebbe inizio.

Ci muovevamo sempre in gruppo per 12 ore al giorno. Tre-quattro proiezioni, più le riunioni di giuria per stabilire i criteri e votare. Spesso raggiungevamo le conferenze stampa con gli attori, ci perdevamo in interminabili discussioni tra di noi. Sì, ogni accesso al mondo esterno era precluso, incluso giornalisti e familiari.
Ettore Scola era con noi, sempre col polso della situazione, carino quando poteva esserlo, fermo quando le ambizioni cinefile di qualcuno soverchiavano la logica o le regole della buona educazione. Indagava i nostri punti di vista e misurava curioso la distanza che ci separava, come generazioni, culture, punti di vista.
Ci furono due incidenti gravi in giuria (un piede e un braccio rotti), varie influenze anche serie (incluso io), ma nessuno mollava. I feriti ritornarono ingessati dopo poche ore all’ospedale e la Tachipirina scorreva a fiumi e giorno dopo giorno la convinzione di essere fortunati di sommava alla responsabilità dell’essere giusti e concentrati.

Gli aneddoti sarebbero mille, inclusa la cena notturna al Bioparco riservata alla giuria, dopo la visita alle tigri. Ricordo una bella discussione con Veltroni-cinefilo, l'incontro imbarazzato con la bella attrice francese che pochi minuti prima avevo visto sullo schermo in posizioni ginecologiche, l'orchestra di Santa Cecilia che suona il motivo di Star Wars, il silenzio di tutti quando in sala faceva buio. 

Dal giovedì pomeriggio cominciò a montare la tensione legata all’assegnazione dei premi. Lì fu chiaro che tra la maggioranza dei giurati e Scola c’era pochissima identità di vedute. E si discusse, allo sfinimento, fino a dover chiedere alla sicurezza di rimanere oltre l’orario di chiusura dell’Auditorium. Andammo a oltranza per ore. 

Solo la discussione per il premio alla Miglior Attrice trovò tutti concordi: erano tutte scarse e votammo la meno peggio in pochi minuti.

Di Scola porto con me un insegnamento di assertività e autorevolezza assieme che ho sempre presente quando devo gestire dei gruppi. Ancora ricordo la sua attenzione al risultato, rispettando ogni pensiero di noi pischelli, onorando allo stesso tempo la sua esperienza e l’incarico.  
Votammo dunque convinti lo Shakespeare in chiave  russa Izobrajaya Zhertvy di Kirill Serebrennikov (credo mai uscito in Italia) inventammo un premio speciale della Giuria a This Is England di Shane Meadows che uscì dopo molti anni e che trovò doppia giustizia nella bella serie prodotta in questi anni. Premiammo poi Giorgio Colangeli come miglior attore per L'aria Salata di Alessandro Angelini dando visibilità a un grande attore. 
Facemmo quello che nessuno di noi 50 avrebbe mai pensato di fare nella vita e lo facemmo, con sicurezza e passione, accompagnati da Ettore Scola.

giovedì 6 febbraio 2014

Di reliquie, di santi e di superstizione.

Ci sono coincidenze che paiono ideate a tavolino da uno sceneggiatore un po’ alticcio a corto di soluzioni narrative.
Recentemente mi ha colpito sentire Giovanardi parlare della figlia che si è messa con un rasta sposato con un altro uomo. Bella anche quella del bancario americano che ha trovato per terra una carta di credito emessa dalla propria banca, che era proprio di una sua ex,  e che si sono ritrovati e infine hanno sparso il Wyoming di fiori d’arancio.
Ma la più bella l’hanno raccontata in pochi.
Si tratta qui di reliquie e reliquiari.
A distanza di pochi giorni:
  • è morto Carlo Mazzacurati, regista de “La Lingua del Santo”,
  • in una chiesetta a L’Aquila alcuni sbandati hanno rubato un reliquiario contenente un drappo insanguinato del vestito di Papa Woytila.
Nel bel film di Mazzacurati due ladri sempliciotti penetrano di notte nella basilica del Santo a Padova e rubano quasi per caso la preziosa reliquia di Sant'Antonio. Poi, resisi conto del valore del malloppo, decidono di chiedere un forte riscatto.  Il film peraltro era ispirato a un fatto vero, avvenuto nella notte del 10 ottobre 1991, quando le reliquie del mento e della lingua di Sant'Antonio da Padova furono trafugate dalla basilica del Santo da parte della Mala del Brenta per ricatto nei confronti dello Stato, e furono ritrovate due mesi dopo in circostanze misteriose vicino a Roma.

Quello che è successo vicino a L’Aquila il 25 gennaio è molto più reale e parodistico assieme. Questi tre balordi entrano in chiesa per cercare qualcosa di valore trovano il contenitore che pare d’oro, o comunque prezioso. Lo prendono. Quando, nel garage antisismico di uno di loro, capiscono che è una patacca, buttano tutto quanto, stoffa non meglio identificata compresa.
Il mondo intero, 50 poliziotti, passano 6 giorni a cercare la stoffa mancante e – tautologicamente – un miracolo la fa trovare. Da un importante e attendibile sito nazionale riporto che subito:  “… la Polizia Scientifica si mette a disposizione per ricomporre definitivamente la reliquia e attende una risposta dall’arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Petrocchi, che la prende in consegna. Il frammento è stato ricostruito in mattinata dal vescovo ausiliario dell’Aquila, Giovanni D’Ercole. Da fonti della curia si apprende che la reliquia, potrebbe non tornare nel santuario in quell’area della montagna tanto cara a Giovanni Paolo II. La Chiesa aquilana potrebbe chiedere una nuova reliquia alla Postulazione della causa di canonizzazione del pontefice che sarà proclamato Santo il 27 aprile. Reliquia ricomposta o nuova potranno comunque essere accolte nella chiesetta solo dopo l’installazione di sistemi di sicurezza: attualmente il suggestivo luogo sacro, infatti, è totalmente incustodito. “


Lo ammetto, questi conati di medioevo mi trovano distante e estraneo. Paradossalmente coloro che hanno dimostrato maggiore realismo in tutta la storia sono proprio i tre balordi che la cui la voglia di droga ha cancellato superstizioni e idolatrie. Ma questo non mi consola di certo. Vorrei quasi non credere che a qualcuno interessino amuleti e feticismi correlati, vorrei vivere in una società dove le tuniche macchiate di sangue o si lavano o si mandano al macero, dove la religione abiti nei cuori e non negli abiti, dove all’alienazione dei giovani in cerca di denaro per una dose vengano date risposte vere, una città ricostruita e non un cratere senz'anima, fatti e non pistolotti paternalistici.

sabato 16 novembre 2013

Classifica e somme dopo il Festival del Cinema di Roma

Il Festival del Cinema di Roma è terminato e comincio a digerire l’usuale indigestione di immagini, idee, punti di vista, provocazioni. È stata una bella festa con un livello medo dei film decisamente superiore all’anno scorso (per dire: non ho abbandonato nessuna proiezione a metà come invece mi è spesso capitato negli ultimi anni)
Persiste l’orribile sigletta iniziale con l’insulsa donnina nuda che si inginocchia e tende l’arco: roba per guardoni cinefili o cinefili guardoni. A seguire però hanno messo uno spot del Governo contro le barriere architettoniche, ma forse era per promuovere l’ospitalità, o per il turismo: talmente pasticciato che tutti lo deridevano
Ricordo il primo festival, otto anni fa, in cui ero in giuria e faticammo per trovare una donna a cui assegnare il premio per la miglior attrice. Chi aveva selezionato allora di certo non sopportava le donne. Quest’anno al contrario impazzavano bellissimi ruoli femminili, ben scritti e pensati. I film erano però affollati di uomini insulsi, disorientati, fatti, sbronzi, spenti che in più di un film non volevano fare figli con donne invece dichiaravano che li avrebbero fatti pure con passanti sconosciuti.

Ecco la mia personale classifica dei film visti:
  1. HER (di S. Jonze). Grandissima prova d'autore sugli incubi della digitalizzazione dei sentimenti. Lui si innamora del nuovo sistema operativo – e fin qui nulla di nuovo – ma le cose diventano interessanti quando il sistema operativo ricambia l’amore. Recitazione, dialoghi e fotografia memorabili. Da far circolare nelle scuole perché si capisca il pericolo insito nella riduzione che separa il diaframma tra la realtà e la proiezione dei propri desideri nel virtuale. 10 minuti di meno e piacerebbe a tutti, ma un po' di lentezza serve a fermarsi e pensare.
  2. CAPO E CROCE - LE RAGIONI DEI PASTORI (di P. Carbini e M. Pani). Meraviglioso documento sulla attuale lotta dei pastori sardi contro politici ottusi, mafie commerciali, disinteresse del mondo alla al loro mestiere e al valore culturale, ambientale e economico che ha per la collettività. Emozionante l'incontro finale con i protagonisti del film presenti in sala. Lo vorrei in prima serata su Rai1. Tornato a casa ho addentato con più gusto quel tocco di grana di pecora di Anglona in agguato nel mio frigo.
  3. QUOD ERAT DEMONSTRANDUM (di A. Gruzsniczki) la Romania del 1985 ci racconta con gelida chiarezza come la libertà di pensiero sia alla base della dignità e il maggior pericolo per la dittature. Tutti hanno un prezzo? Tutti possono essere vittime e delatori? Fidatevi, vi stupirà.
  4. JE FAIS LE MORT (di J. Salomè) spassosa, originale e attuale detective story ambientata sulle alpi francesi. L’attore disoccupato viene mandato dai servizi per l’impiego a impersonificare il morto nelle ricostruzioni della polizia. Una bella spremuta di bel cinema che ha il coraggio di osare una lettura non banale della crisi.
  5. SONG'S E NAPULE (by Manetti Bros) scoppiettante magnifico melodramma pop napoletano. Il poliziotto imboscato appassionato di pianoforte viene infiltrato in un gruppo neomelodico che suonerà al matrimonio del grande camorrista ricercato. Ben recitato, scritto e cantato. C'è più spremuta di Italia lì dentro che in 10 serate di Santoro. Io lovvo Manetti Bros. e Giampaolo Morelli.
  6. L'AMMINISTRATORE (di V. Marra). Sincero e umanissimo spaccato del lavoro meno invidiato del mondo urbanizzato. Intelligente documentario in cui la macchina da presa segue le liti, le furbizie, le lacrimucce e i trucchi di una Napoli struggente.
  7. IL VENDITORE DI MEDICINE (di A. Morabito) la mafia delle industrie farmaceutiche che lucrano sulle nostre malattie. Bravo Santamaria. Film davvero scomodo a rischio insabbiamento prima di arrivare in sala.
  8. UVANGA (di M. Cousineau) la casa è dove è la famiglia, anche al Polo Nord. Suggestivo film canadese di poche parole, grandi paesaggi, timidi sorrisi e sinceri sentimenti.
  9. TAKE FIVE (di G. Lombardi) colorito furto in banca con buco attraverso le fogne in terra napoletana. IL colo riesce ma niente va per verso giusto. Personaggi scombinati e varia umanità in giro per una città che arranca nel riveder le stelle.
  10. THE HUNGER GAMES (di. F. Lawrence). Tachicardico action movie per il quale mi sono alzato alle 6.45. Ti prende le viscere e te le porta avanti nella storia per 2 ore e mezza. Poi, sul più bello ti da appuntamento al terzo capitolo della saga.
  11. PATEMA INVERTED (by ) cartoon giapponese sulla difficoltà di accettare il diverso e l'inverso. Il film stesso è stranamente diverso e piacevole con mezza umanità che viene respinta dalla forza di gravità a cadere verso il cielo. Visto in una sala piena di adolescenti orfani di Zalone, ululanti e timorosi del buio.
  12. HARD TO BE GOD (di A. German) Russo, in bianco e nero, iconoclasta, attesissimo, scatologico, disassato, forse necessario, ispirato, piove tutto il film e io trattenevo la pipì, dura tre ore. Ci hanno messo tredici anni per farlo ma non si capisce perché. Inquadrature e movimenti di macchina stupefacenti. Sputano più che in un derby all’Olimpico.
  13. JULIETTE (P. Godeau) film parigino affollato di giovani confusi e confondenti. Lavoro? Può attendere. Responsabiiltà? Dopo. Futuro? Eterno presente. Ma in un modo o nell'altro cresceranno. Malinconico.
  14. SNOWPIERCER (di J. Bong). Action movie post apocalittico pieno di poveracci che se menano su un treno che pare un fulmine e attraversa una terra ghiacciata. Raggelante e scontato ma denso di feromoni.
  15. L'ULTIMA RUOTA DEL CARRO (di G. Veronesi). Storia sgangherata di un tipo dickensiano che vive a Borgo Pio. Vivacchia e ammicca, come il film. Presuntuosa panoramica tentennante degli ultimi trenta anni in questo paese che sta disimparando a raccontarsi, così come a ascoltarsi.
  16. ENTRE NOS (P. Morelli) il Grande Freddo do Brasil. Gli amici di un tempo si ritrovano dopo 10 anni a leggere delle lettere che si erano autoindirizzare poco prima che uno di loro morisse in un incidente. C’è letteratura, giungla, sopravvivenza a ogni costo e un’amicizia ritenuta sempiterna che non regge la prova del tempo.

venerdì 18 gennaio 2013

Al cinema con i bambini: Complementi di educazione per genitori adulti (caso 6).

Ero schierato in posizione centrale nel cinemone semiperiferico romano assieme al mio pupo gongolante. Nell’aria, fetore di pop corn d’ordinanza, risucchi di cocacola e scartare di caramelle;  io speravo solo che le successive due ore passassero  presto. Di lì a poco il nuovo film di Asterix avrebbe rinverdito i miti di Bud Spencer e Terence Hill con una spruzzata di Stanlio e Ollio. Ma non avevo messo in conto la pubblicità.
In platea, una congrega in libera uscita dalla scuola materna si è sorbita con passione quindici minuti di estratti dall’ultimo violentissimo Tarantino, tette e i culi con bestemmioni parasimpatici dal prossimo dimenticabile film di Fabio Volo, e un paio di altri inutili usi della cinepresa. Era evidente come già a 5 anni non percepissero significative differenze tra il film e la pubblicità.
Poi sullo schermo è apparso lui: mezz’età, barbetta, occhio ficcante più dei cowboy. La platea, a una sola voce infantile ha urlato “Cracco!!”. Mio figlio mi ha guardato perplesso; io ci ho messo un po’ a riconoscere l’uomo con la padella in mano. Gli altri bambini erano elettrici, neanche si trattasse di Totti o di Ben Ten in persona. Il tipo con la barbetta pare sia un mito di Master Chef, lì a pubblicizzare una padella bianca di certo in grado di trasformare molte mie amiche in dee dei fornelli (specie se con la di lui presenza accanto, sopra o sotto). Ho già espresso qui la mia opinione in merito alla pornografia di molta passione gastronomica contemporanea, e il cracco sullo schermo non ha fatto che confermarlo.
Buio in sala.
I bambini al cinema non sono affatto peggio dei loro genitori: parlano, commentano, si alzano, chiedono l’ora, l’acqua, se il film che stanno vedendo è in 3D o no, se il giorno dopo possono saltare scuola. A loro però non squilla il cellulare, forse solo perché tutti quelli che potrebbero chiamarli sono dentro il cinema.

Asterix e Obelix è risultato abbastanza adatto alle aspettative dei bambini, e a quelle dei genitori che non corrono il rischio di dover spiegare alcunché, né di far seguire dibattito. Ha una trama sgangherata ma simpatica, il placement di prodotto è limitato, la violenza è poca, i riferimenti al sesso sono solo per chi è in grado di capirli.
Tra gli ultimi 10 film che ho visto coi pupi l’unico davvero pensato per loro parlava di Puffi; gli altri, Disney e Dreamworks, erano tutti confezionati strizzando occhi e portafogli ai genitori, e dunque pieni di riferimenti, battute e paradossi in grado di far sentire adolescenti i quarantenni e dare un’accelerata a infanti che devono al più presto diventare consumatori perfetti.

All’uscita mio figlio ha chiesto - serio - "In cosa il cinema è diverso dalla televisione". Già il fatto che me lo abbia chiesto risponde da solo a molte domande sulla crisi del cinema stesso. Ho provato a rispondergli ma con lui la retorica non attacca. A casa, il giorno dopo abbiamo visto assieme "ET".
Non ha mosso un dito per tutto il film e la sua bocca è stata una O perfetta per oltre un’ora. “Questo è il cinema” gli ho detto alla fine e finalmente ha capito.


Per chi fosse interessato agli altri post in materia di genitorialità:

martedì 17 luglio 2012

Una settimana a Parigi, da romano: confronti tra due città crudelmente diverse.


Se vivi a Roma, passare una settimana a Parigi (ai primi di giugno) porta inevitabilmente a fare dei confronti.
  • La capitale francese è sporca, direi più sporca di Roma, si vede agli occhi e si sente al naso. Però è molto più ordinata e gode della scelta illuminata di aver quasi bandito le auto dal centro. D’altronde la metropolitana è un reticolo fittissimo che arriva ovunque e, in superficie, decine di migliaia di biciclette solo a disposizione a uso pubblico e semigratuito.
  • A Roma se dici la parola ‘cultura’ ti aspetti in risposta il pernacchione di Sordi al lavoratori. A Parigi l’offerta culturale è stupefacente e straripante, cosi come il numero di librerie, biblioteche, cinema, musei. I grandi attrattori culturale lasciano attoniti per organizzazione e contenuto: ho visto la mostra su Tim Burton, una su Degas, un po’ di arte moderna, la gente in fila per i Maya,… Molti cinema iniziano la programmazione alle 10 del mattino e diversi offrono tessere d’ingresso illimitato per 25 euro al mese (che è meno di un polveroso abbonamento a  Sky). Le gallerie fanno tutte i vernissage lo stesso giorno (di giovedì) e diventano vere serate di festa del quartiere.
  • Sono molto nervosi, questo sì. Loro non sono abituati all’incertezza politica e economica. Hanno patito Sarkò come il passaggio di una malattia contagiosa e nulla si aspettano da Hollande. Sono disillusi dalla politica e credono molto di più in una  Francia che riparta per merito dei francesi.
  • Difendono le loro conquiste di civiltà con i denti: le 35 ore, la laicità dello stato, i servizi alle famiglie e si inventano delle cose utili a spezzare la solitudine. In quei giorni tutti erano coinvolti nella “Festa dei vicini di casa” e nei cortili e sulle terrazze migliaia di persone superavano la consuetudine del freddo cenno in ascensore per ritrovarsi a chiacchierare con un calice in mano.
  • Poi ho scoperto che fino alle medie vanno a scuola 4 giorni la settimana col mercoledì a casa e relativo caos organizzativo nelle famiglie e nelle aziende dove è difficile organizzare riunioni. Questa mi pare una emerita sciocchezza di cui mi sfugge il perchè.
  • Amano l’Italia mentre noi neanche ci filiamo la Francia. Moda, musica e film sono ben conosciuti e il cibo idolatrato. Mi è capitato ben 3 volte ascoltare parigini doc osannare la gelateria Grom che ha appena aperto in Rue de la Seine come fosse un tempio dello spirito. Imparano addirittura a conoscere i nostri vini (mi ha stupito sentirli parlare di Nebiolo e Bonarda. Solo rossi, per carità: per loro quello bianco non è vino, Champagne a parte).
  • Sono vere lucertole, specialmente le ragazze, e vedono così poco il vero sole che appena sbuca rimangono con un niente addosso che ti chiedi se il tessuto sia tassato. Tutti quei nulla svolazzanti in bicicletta godono della fortuna che il traffico sia davvero poco altrimenti gli incidenti trasformerebbero la città in un unico ingorgo.
  • Infine, parlando con molti giovani mi sono reso conto che la frattura generazionale da loro è molto più profonda e responsabile. Intendo dire che nulla si aspettano dai padri, né consigli, né raccomandazioni. Prendono atto che il mondo è del tutto cambiato e, serenamente, cercano nuove vie. 

giovedì 7 giugno 2012

Se gli ebook non bruciano sono veri libri? (Omaggio a Ray Bradbury)


E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.

“Fahrenheit 451”- Ray Bradbury (1920-2012)

Non sono certo all’altezza di poter commentare il genio e la forza delle opere di Ray Bradbury, la sua straordinaria capacità di creare mondi e ospitarti all’interno per darti nuovi punti di vista sull’uomo e sulla storia.
Ho però un aneddoto che riguarda una delle sue opere e che oggi, in memoria della sua scomparsa, e desidero metterlo lì, nel mare magnum delle cose scritte.

Sei anni fa aspettavamo ospiti dall’Austria. Si trattava di una coppia con due bambini di 6 e 4 anni. Dovevano arrivare a Roma in treno, per visitarla e visitarci. Durante il viaggio, il più piccolo ha cominciato a stare male, a vomitare. La diagnosi telefonica del pediatra austriaco interpellato nella notte a distanza dai genitori fu di appendicite. Allertato, caricai la famigliola abbacchiata e spaesata alla Stazione Termini per scaricarla dopo venti minuti al Bambin Gesù. La diagnosi era esatta. Il pupo fu trattenuto e in breve operato.
La mamma e il papà si alternavano preoccupati al capezzale in quell’ambiente nuovo, un po’ ostile, dove tutto avveniva in una lingua sconosciuta.
A me appiopparono il fratellino grande, parlante solo tedesco, diffidente nei miei confronti come una recluta verso un sergente sovrappeso di un esercito con coscrizione obbligatoria. Comunicando poco e solo a gesti visitammo il Colosseo, lo lusingai con un gelatone, e poi venne il tempo di portarlo a casa.
Dall’ospedale nessuna notizia e la tv era l’unica risorsa a disposizione per allentare la tensione ma anche lì, guarda il caso, era tutto in italiano.
Frugai tra i DVD e gli unici due doppiati anche in tedesco erano “Eyes wide shout” e “Fahrenheit 451”; senza esitazioni scelsi il secondo.
Il bimbo, accortosi che non si trattava di cartoon americano o di favoletta scandinava con renne volanti, storse il naso ma almeno ebbe fin dall’inizio il conforto della lingua madre.
Rimasi accanto a lui per tutta la prima visione, per skippare eventuali scene forti e comunque assumermi ogni responsabilità per i danni eventuali alla sua psiche. Venne la seconda visione immediatamente dopo, la terza col papà al suo rientro dall’ospedale (la prima commentata, arricchita da domande e risposte). Il giorno successivo i pompieri incendiari andavano ancora e ancora per lo schermo e quando il fratellino appendictomato fu rilasciato dall’ospedale venne accolto sulla porta dall’incitazione a correre in soggiorno, davanti alla tv a vedere questa storia incredibile dove gli uomini cattivi  bruciavano i libri, e gli uomini buoni imparandoli a memoria li difendevano, i libri, gli uomini, forse anche quelli cattivi (da se stessi).
L’ho rivisto recentemente quel bambino immerso nella storia come un anatroccolo nello stagno, sta bene e si ricorda tutto. Me lo ha detto accennando al fatto che quella solitudine intrecciata a forza nella trama di una storia così potente è stata per lui una cosa importante.

Forse i libri vanno bruciati per essere salvati.

Grazie a Bradbury e Truffaut