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giovedì 8 marzo 2018

Donne e Uomini, Vittime e Carnefici, Passato e Futuro.


L’ultimo a finire sui giornali è stato un italiano, un carabiniere che ha preso la pistola, ha sparato alla moglie, ucciso le figlie e si è suicidato. Un omicidio premeditato fin nei più piccoli particolari.
Nei prossimi giorni ci sarà la sentenza per l’omicidio ugualmente premeditato di Michela, una nostra amica, da parte del suo partner, un manager bancario. Michela era una donna radiosa, un’insegnante molto impegnata nell’educare studenti e studentesse al rispetto e alla giustizia tra i sessi.
La stragrande maggioranza di questi reati avviene per mano delle persone più vicine e fidate. Quasi sempre uomini incapaci di affrontare la realtà e la vita. Inermi di fronte alle difficoltà proprie e a quelle della coppia. Alcuni in cerca di una madre nella partner, tutti inabili alla costruzione del futuro assieme. Uomini convinti del possesso,non abituati alla sconfitta, così come all’uso della ragione.
Come ben si sa, non sono né il reddito né il livello scolastico a inquadrare il fenomeno, né a darci spunti per combatterlo.
Gli uomini coinvolti in atti di violenza ragionano male, vivono male, pensano male. Qualcosa dentro di loro non funziona, o ha smesso di funzionare negli anni o non si è mai acceso. Parliamo di adulti, e  dunque la colpa è loro. Trattano le donne come oggetti di proprietà, o nel mito incatramato della coppia perfetta hanno annegato proprie imperfezioni con cui non hanno mai fatto i conti.

In questi fatti, i rotocalchi cercano la causa scatenante, l’alibi, i fantasmi del passato, gli amanti misteriosi. I media fanno il possibile per razionalizzare i ‘fatti’ o scaricano tutto sul ‘raptus’ e la ‘follia’. Non puntano mai il dito alla Colpa. Vi è un chiaro rifiuto a portare la riflessione su milioni di persone, perlopiù uomini, che dovrebbero fare i conti col proprio essere adulti per darsi un modo diverso di vivere le relazioni affettive.
Sul tema, nella nostra cultura è diffusa una superficialità giustificabile col non voler porre mai le domande che contano. Perché succede? Ci si arrende davanti a risposte troppo complesse e – soprattutto - scomode.

Per quel poco che ho vissuto e conosciuto, ho contezza che per quanto il panorama delle relazioni appaia a volte desolante le donne di oggi stiano in Italia molto meglio delle nostre nonne, ed è da questo che vorrei partire per smantellare la tesi del raptus.

È il caso di ricordare come le nostre nonne (se avete 50 anni) o bisnonne (se ne avere 20-30) hanno in genere avuto delle vite di coppia di merda. Sia lette con i nostri parametri che con i loro: zero affetto, zero complicità, tante legnate e tante corna. Non amano parlarne, non vogliono; siccome era inevitabile, le hanno educate a non parlarne mai: occhi bassi e mente a Dio.
Se vi capita, fate loro domande perché spesso la loro intelligenza aspetta solo di dimostrare quanto non fossero fesse ma piuttosto tenute al giogo.
Dall’alba dei tempi fino al dopoguerra – pochi anni fa - gran parte dei matrimoni erano combinati dalla famiglia, un’altra bella fetta erano riparatori, altri ancora casuali nati grazie al parroco, alle inserzioni sui giornali e simili. Qualcuno d’amore, lo concedo, vere perle rare. Anche quelli d’amore avevano quasi sempre uno schema chiaro nei ruoli di forza e nelle regole che segnavano la distanza del maschile dal femminile. Le nostre nonne erano considerate donne degne dallo Stato e dalla Chiesa solo se si riproducevano parecchio. Questi parti numerosi rispondevano a necessità socio-economiche e ottenevano anche il risultato di tenerle impegnate e con la testa bassa, lontano da libri e civiltà. Oltre a quello dovevano gestire casa, cucinare, educare i figli, etc.
Gli uomini dovevano lavorare e portare a casa soldi, fecondare le mogli e quando ‘serviva’ sfogarsi con le prostitute. Questi criteri li rendevano bravi padri di famiglia.

Era così, punto. Un ordine millenario sancito da necessità ed equilibri di forza. Poco da dire e recriminare. Chi ci provava finiva all’indice se non schiacciata dagli schiaffoni. Era la regola in tutti i matrimoni. Non bello da raccontare. Un po’ come il fatto che in quegli anni quasi tutti erano fascisti e antisemiti, parlo sempre dei nostri nonni e nonne, e oggi che riabbiamo i fascismo alle porte si ritiene ancora indecoroso parlarne, per rispettare la memoria posticcia fissata nelle foto in bianco e nero in bugiardi album di famiglia. 

Le cose cambiano. Credo che dopo l’invenzione della ruota, nulla abbia trasformato il mondo come la pillola anticoncezionale. L’appropriazione da parte delle donne del controllo delle loro funzioni riproduttive è il grande punto di svolta, il primo passo per porsi in una relazione nuova con se stesse, l’economia, la famiglia, la coppia.
L’altro elemento centrale è stata la Pace. Le donne sono il motore e la forza maggiore di un periodo di pace, quale quello che per fortuna stiamo vivendo in Europa da almeno 60 anni. Se non occorre prendersi a mazzate la donna sa bene come manifestare la propria intelligenza, ricchezza e il proprio ruolo. L’uomo del '900 non era programmato per la pace.
L’accelerazione fu forte e la miccia del ’68 servì a contarsi, a scoprirsi una forza, a uscire dalla solitudine a rivendicare quello che è dovuto non solo come donne ma come esseri viventi.

Gli uomini? Eccoci.
Per uscire dalla cultura della clava e del conflitto, dopo millenni dobbiamo cambiare i modelli di riferimento. Di certo abbandonare quello dei nonni e in larga parte dei padri. Possiamo funzionare anche disarmati solo se gli uomini che ci hanno cresciuto riusciamo a amarli e rispettarli, consapevoli che ci sono aspetti per i quali non possono essere dei modelli, e che la nostra felicità passa anche nell’essere diversi da loro. Non può essere altrimenti anche perché le donne che incontriamo sono contemporanee e in tutto diverse dalle nostre madri (meno male, aggiungo).
Il mondo che voglio è un altro, la pace è troppo importante, le donne sono immensamente interessanti per non coglierne il valore.

Dobbiamo anche imparare a litigare con loro. Perché è umano, serve, capita. Ce ne sono pure di stronze, prevaricatrici, crudeli. ‘Come un uomo’ verrebbe da dire. A questi conflitti va applicata la ragione e la giustizia e, se ci vedono perdenti, devono essere un insegnamento, come ogni altro fallimento nella vita.
Chi non ci riesce, chi questo non l’ha capito, si ammala di rancori e rabbia. Diventa vittima di sé stesso e genera vittime attorno a sé.

Dunque. Non parlate più di follia, raptus, pazzia, non ci credo. Basta scuse! La violenza è l’arma dei perdenti. Come faceva ogni giorno Michela, insegniamo alle donne e agli uomini – fin da ragazzi e ragazze – a cogliere la forza negli altri, a valorizzarne la differenza e a identificare i comportamenti deviati rifiutando anche le piccole violenze che, se accettate, autorizzano implicitamente questi criminali a atti sempre più distruttivi e umilianti.

domenica 25 febbraio 2018

Il futuro che vogliamo, a nostra insaputa.

Remo ha due figli da poco maggiorenni e mi guarda, sconsolato, “Sono ragazzi fantastici, anche impegnati. Il problema vero è che con loro non litighiamo mai. Intendo sulle cose importanti, cose come la politica, il futuro, il lavoro, la coppia. Una volta fissata la paghetta settimanale tutto il resto va da sé… non hanno una visione del mondo diversa dalla mia: proprio non hanno una visione del mondo di cui sentirsi responsabili.”
La difficoltà a immaginare il futuro è il limite di una generazione e di un’epoca. Non parlo di pessimismo ma dell’oggettiva difficoltà a immaginare come saranno le cose  5 o 10 anni. Chi lo sa? Io guardavo mio padre, gli zii, nonni e prendevo su di loro le misure di quello che volevo e non volevo ‘essere da grande’. Oggi è inimmaginabile ipotizzarsi a 20 anni di distanza. Certo, tutti d’accordo su Pace e Amore ma poi? Quale Pace? Quale Amore? Con quale significato?

Il modello è forse quello falso e modaiolo dello startupper? Patetico. Quello dell’influencer? Peripatetico. O quello dell’ingegnere che se non emigra si ritiene il nuovo operaio della catena di montaggio?
Più di venti anni di ammollo nel berlusconismo hanno azzerato gli anticorpi a una generazione o due. Siamo autoimmuni alle nostre coscienze. La colpa è sempre di qualcun altro. Il fine giustifica i mezzi. Tre quarti dei cantanti che passano in radio usa meno di 3000 parole perché, come i politici, hanno capito che la lettura di un bugiardino è oltre le capacità (e la voglia) di quasi tutti i loro ascoltatori. La politica gemma furboni, cretini e pupi bidimensionali  come Renzi e Di Maio, berlusconiani a loro insaputa, con la voglia di piacere, tutta tattica e zero strategia (B. la strategia l’aveva e si riassume nel fare politica per salvarsi da inchieste e fallimenti).  

Il Paese come sta? In Italia non ci sono mai stati così tanti occupati (nella storia); economia e fatturati aziendali sono in decisa crescita; criminalità in calo costante e importate. Da decenni non venivano legiferate riforme sociali così importanti e incisive. I clandestini sono in deciso calo. Le infrazioni comunitarie dimezzate. Eppure…
Eppure gli urlatori hanno uno spazio immenso, tra bugie e verità distorte, e chi le cose le ha fatte ha quasi timore a ricordarle. Ho tra le mani il volantinone delle 100 cose che il PD si propone di fare nella prossima legislatura e lo trovo confuso e infelice, quasi timoroso di dire “Siamo di sinistra. Riteniamo che l’interesse collettivo venga prima dell’individuale. Che la paura si combatta con la conoscenza e non con i muri. Che le tasse vadano pagate come dovere. Le case abusive abbattute. Le regioni governate dalle mafie, liberate. I dipendenti pubblici premiati per il loro lavoro quando è meritevole e cacciati quando fanno i furbi. Gli istituti di cultura italiana all’estero potenziati. I nostri cervelli (in fuga o no) coccolati. Gli insegnanti valutati, oltre che assunti e ben pagati. Gli stipendi dei parlamentari dimezzati. Gli imprenditori sostenuti, soprattutto se investono in economie sostenibili.”
La paura va combattuta con argomenti: il tempo indeterminato è finito, defunto, stop, chiaro?  e i migranti possono essere una risorsa determinante come lo sono in molti Paesi. La tecnologia è un toccasana per mille cose e una criticità in altri contesti, che si possono gestire se non si interviene sempre in ritardo. La Scienza non ha a che fare con la democrazia, e i vaccini non portano l’autismo.
Per vivere in questo futuro ci sono parecchi modelli di intervento che escludono la pistola ad ogni famiglia.
Il futuro comunque rimarrà un’incognita e dunque i venditori di risposte facili non valgono un lettore di tarocchi al luna park.

Il 4 si vota e mai come questa volta vedo la discesa in un trampolino per il salto con gli sci, nel mese di agosto. La mia amica Barbara, che vota da San Francisco, crede che l’eventuale vittoria di questa destra becera non ricompatterà affatto le opposizioni come sta accadendo in USA perché “Con la vittoria di Trump, qui siamo rimasti scioccati a livello viscerale. In Italia nessuno si scioccherebbe. È  questo il problema. Lì tutti si adattano.”

Avremo il futuro che ci meritiamo, anche a nostra insaputa. 

giovedì 13 aprile 2017

‘Give Peace a Chance’, anche nel 2017.

Da un po’ di tempo Papa Francesco riporta all’attenzione di tutti questioni che più che alla religione afferiscono al buon senso e a un etica che può essere cattolica, ma anche laica, buddista e quello che volete. In particolare punta il dito contro le armi. Di certo ne condanna l’uso, tuttavia lui si spinge con forza a condannarne la costruzione e più o meno direttamente anche il lavoro di chi le costruisce.

È una questione che mi sta a cuore e pochissimo dibattuta, sia sul piano economico che su quello etico.
Negli anni ’80 “Give peace a chance” era più di una canzone, era per molti un obiettivo concreto. La leva obbligatoria ti portava a prendere posizione. Come molti amici, ho scelto l’obiezione di coscienza per rifiutare la logica del conflitto e anche per non impugnarle. Ricordo bene il sergente alla visita di leva che mi disse “Attento. Se fai l’obiettore, non potrai avere il porto d’armi per tutta la vita.” Il sorriso che feci allora lo rifarei oggi.
Dopo la laurea rifiutai almeno un paio di lavori perché le aziende che me li proponevano erano produttrici di armi pesanti, sistemi di puntamento missilistico o di telecomunicazione e simili. Erano gli anni in cui ferveva un diffuso dibattito sul tema, piuttosto fuori dagli schemi della politica e della religione. In migliaia manifestammo unendo in una catena umana la base dei Tornado a San Damiano alla Centrale di Caorso, e così via. Quello del disarmo come prerequisito alla Pace era un movimento trasversale che aveva forti oppositori a sinistra, a destra come nella Chiesa.  
Il crollo del Muro di Berlino è il simbolo e il maggior successo di quella stagione. E un po' la fine dello slancio legato all'urgenza di cambiare la logica della violenza.  

Ascoltare oggi il Papa condannare chi col proprio lavoro fabbrica le armi mi torna allora come una voce dal passato da attualizzare. 
Oggi fare armi vuol dire raramente fondere acciai speciali per costruire bombe o mitragliette (vuol dire anche quello comunque), ma sempre di più è scrivere linee di software, progettare scafi o motori, immaginare satelliti, sviluppare realtà virtuale, droni e simili. 
Intendo dire che la distanza del pensiero e del lavoro dalla morte di qualcuno si è fatta abissale e i sensi di colpa si sfumano nell’indefinita destinazione d’uso di quello che si fa. Eppure non ci sono scuse: le armi si fanno per venderle e usarle, e si fanno prevalentemente nei paesi che sono in apparente pace dentro i loro confini, come il nostro, l’Europa, USA, Russia, Giappone, Cina e pochi altri. L'ipocrisia di questo mercato è colossale e silenziosa e ogni rifessione viene messa a tacere deresponsabilizzandosi col "Se non lo facciamo noi lo fa qualcun altro".


Ecco che il Papa  dunque diventa eversivo. Perchè non lavorare per chi fa armi, è una scelta prima di tutto politica, etica e poi educativa.
L'ultimo papa eversivo fu Papa Luciani che disse "Dio è madre" e dopo tre settimane morì in circostanze poco chiare. Far passare l'idea che lavorare per chi fa armi non è cosa buona e giusta potrebbe schiacciare calli ancora più grossi.

sabato 27 febbraio 2016

La Realtà Virtuale sta a Internet, come Internet sta al fax.

Mi ritengo un uomo tecnologicamente fortunato.
Ho partecipato attivamente all’avvento di Internet, fin dagli esordi. L'ho cavalcato, mi ha cambiato in meglio la vita. Mi consente di accedere a informazioni, persone e opportunità come mai è stato possibile nella storia. Mi ha permesso di lavorare da casa, impennando la mia produttività e dilatando il tempo che ho dedicato alla famiglia. Mi permette di proiettare la mia esistenza oltre i confini del corpo.
Per farlo con competenza, serenità e sicurezza il mio cervello ha sviluppato logiche e imparato a padroneggiare schemi e comportamenti nuovi. Credo che le tecnologie stiano generando una piccola mutazione della nostra specie. Ho ben presente come per altri Internet sia invece una nuova schiavitù, un abisso, una preoccupazione costante. La differenza, come sempre nelle rivoluzioni tecnologiche la fanno l’educazione, l'esperienza e l’etica.

Mi ero già abituato all’idea che questa interconnessione crescente si estendesse dalle persone agli oggetti (l’Internet delle cose); mi è chiara da tempo la rivoluzione della stampa 3D ormai in grado di riprodurre organi umani, cibo, case, auto.

Un’altra evoluzione della specie è però necessaria per accogliere la Realtà Virtuale (VR)
Mark Zuckemberg ha dichiarato la settimana scorsa: “La Realtà Virtuale stravolgerà le nostre vite e il modo in cui comunichiamo.” Poteva fin enfatizzare di più.

Ho il piacere di vederne abbastanza, di collaborare nel progettare format, di studiare le prassi che arrivano al mercato, occuparmene per lavoro con le applicazioni futuristiche dei geni di ETT alla valorizzazione dei beni culturali.
Dopo qualche mese di assaggi non ho difficoltà ad affermare come si tratti di un nuovo salto culturale, fisiologico, etico e morale. Alcuni di noi si adatteranno ancora, altri lo cavalcheranno, altri ancora lo useranno per fini nobili, altri aberranti. Nuove ricchezze, nuove povertà, nuove opportunità, nuove relazioni e nuove solitudini.

Per chi non ha presente l'argomento, premetto come la Realtà Virtuale stia a Internet come Internet sta al fax.
Per VR oggi si intende la fruizione di realtà simulate attraverso visori che danno la sensazione di essere in un altrove dove le cose accadono e con cui potete interagire. Mentre ne fruite i vostri sensi vi dicono che siete lì. Su questo si stanno investendo trilioni di dollari.

Gli editorialisti dei quotidiani vendono le mirabolanti possibilità della VR (peraltro tutte reali) come poter disporre di ambienti incredibili per il gioco, per operazioni chirurgiche a distanza, simulatori di volo, molte applicazioni educative, riabilitative. Si possono allenare la mente e i sensi, comunicare/giocare/lavorare ‘in presenza’ con altre persone ovunque nel mondo. Bellissimo e stupefacente.
L’alterazione percettiva è quasi totale. Sono prossimi i primi modelli in grado di farti interagire con la VR senza joypad ma con sensori spaziali posizionati nella stanza. Il mercato è pronto al lancio dei primi videogiochi di qualità. I costi scendono, i processori si specializzano per animare tutto questo in modo da renderlo sempre più credibile ai sensi.
La combinazione tra VR e tessuti intelligenti (in grado di simulare calore, pressione, vibrazione) sarà uno dei prossimi passi, così come lo sviluppo di ambienti collaborativi.
Il business vero sarà nel poter soddisfare bisogni ben più profondi. Ne ipotizzo alcuni:
  1. Potremo presto interagire con i nostri defunti avendoli davanti a noi, parlare con loro o passeggiare in un bosco. Ai programmi basterà avere qualche loro immagine, magari un campione della voce, poi rispondere a qualche centinaio di domande su carattere e caratteristiche della persona poi la tecnologa farà tutto il resto nel ricreare per noi.
  2. di certo prima di quella scadenza il porno irromperà  nella VR. Se il livello di immersività sarà anche solo la metà del prodotto di navigazione dentro il corpo umano che ho provato recentemente, prevedo una bomba vera e propria. Poi il sesso potrà essere incrociato con tessuti intelligenti e le stesse tecnologie di rievocazione delle persone reali dette prima, etc, etc
  3. Come nel bellissimo e visionario film Her (S. Jonze 2014), credo che per alcuni particolarmente deboli o soli sarà possibile arrivare a innamorarsi del proprio sistema operativo, non solo nelle sembianze della persona desiderata ma magari irraggiungibile, ma anche in quelle di una persona nuova progettata per essere ideale per noi.
  4. Sarà possibile passare tempo, suonare in una band, giocare a carte o altro, chiacchierare in salotto con persone reali che stanno altrove o  con i propri miti.
  5. Saremo a Disneyworld, così come a Petra o Las Vegas, nella tomba di Tutankhamon senza andarci. Non come degli spettatori di un superfilm ma stringeremo la mano a Topolino così come potremo sfiorare le colonne o puntare davvero alla roulette.
   

Coniugando sistemi che autoapprendono e VR, per molti sarà superfluo uscire di casa e il fenomeno che oggi riguarda già adolescenti drogati dai videogiochi si potrebbe diffondere a molti. Per tante ragioni diverse credo che sarà difficile per molti evitare la dipendenza da applicazioni simili, che coprono bisogni e sogni per tutte le età della vita.

Abbiamo tempo per educare noi stessi e i nostri figli a un uso virtuoso di questi strumenti, per migliorare la vita e non per dotarsi di una vita migliorata artificialmente. Se non ci toglieremo più la maschera VR sarà solo perché riterremo la nostra vita non abbastanza ricca, condizione in cui prima o poi passiamo tutti, e preferiremo passare il suo comando a palinsesti artificiali. 
Ovviamente più povera è la vita, più sarà necessaria la droga, o il visore che sia.

La nostra vita di comunità, l’educazione, la cultura, l'etica dei progettisti saranno cruciali per farci usare la VR come una vera opportunità evolutiva.

martedì 18 agosto 2015

Quando la televisione è vuota.

La nomina di sette consiglieri over 60 nel CdA della RAI spinge a una riflessione sulla tv pubblica, sul suo senso e utilità.
“Non c’è nulla in televisione” lo sento dire sempre più spesso. Dapprima viene da chi ha solo i programmi in chiaro. Ecco allora l’investimento nei canali a pagamento. “Non c’è nulla in televisione” sbuca dopo poco. Ecco allora l’aggiunta di qualche pay per view, la prossima sarà Netflix. Non ci sarà nulla da vedere neanche lì perché è chiaro come la tv da noi conosciuta negli ultimi 40 anni sia finita.
La sterminata ricchezza di contenuti di Internet è a disposizione di tutti e in particolare di una generazione che li sa trovare, selezionare e apprezzare, avesse anche i soldi per comprarsi la tv non sarebbe poi così interessata a farlo. Le vendite sono infatti in picchiata. Le Smart tv sono l’anteprima di quanto il mercato può offrire ma non bastano neppure a togliersi l’appetito. La loro usabilità è nulla. Il fascino del 50 pollici è però inimitabile e dunque non credo che verrà soppiantato dal computer o dallo smartphone. Piuttosto serve una tv che si comandi come un tablet, che faccia le stesse cose comandata a gesti e parole.
I palinsesti saranno di libera composizione da parte dell’utenza. Per godere appieno il mare magnum dei contenuti si affermeranno degli opinion leader che, come accade su Twitter, segnaleranno le cose che vale la pena vedere e perché. In fondo, già oggi questo avviene per decidere che serie scaricarsi o vedersi su qualche sito pirata. Vi saranno poi gli “eventi”, trasmissioni d’eccezione che varrà la pena vedere in modo sincrono, tutti assieme, attorno al focolare al plasma. Si tratta di Sport ma anche di concerti pop, festival, qualche reality, anteprime e rarità.
L’utenza si segmenterà sui filoni che corrispondono ai desideri,  alle necessità e agli istinti, tra loro anche in parte sovrapposti:
  • Chi vuole capire e informarsi, seguirà programmi e contenuti di approfondimento su un palinsesto infinito
  • Chi vuole divertirsi/svagarsi, avrà a disposizione format e servizi allo scopo, film, serie, …
  • Chi vuole imparare, potrà accedere a tutorial e contenuti di autoformazione, formazione collaborativa, elearning
  • Chi vuole scommettere, accederà a programmi e piattaforme interattive r potrà farlo anche sovrapponendosi ai format precedenti (scommettere in tempo reale sul vincitore del Festival, la squadra di calcio, etc…)
  • Chi vuole socializzare/rimorchiare, avrà ogni modo per farlo (inclusa la telecamera in dotazione a ogni apparecchio).
  • Chi vuole seguire un movimento/religione/partito avrà l’ambiente per farlo attivamente senza alzarsi dal divano  

Tutto questo avrà  senso se funziona, se affascina, se batte la concorrenza di altri device (quella con la realtà è battuta in partenza). La principale scommessa sarà quella sull’usabilità di questi servizi. È lì che bisogna sperimentare e investire qualche trilionata.
Piccoli esempi: guardando un programma sulle vie medievali di Dolceacqua in Liguria posso poter prenotare direttamente un hotel o un ristorante in loco senza interrompere la visione. Dall’ennesimo programma della Clerici in cui si cuociono asparagi alla birra potrò comprare vegetali o prenotarmi per un corso da mastro birraio. Con la stessa facilità si potranno immaginare contenuti su cui costruire sondaggi, sistemi di votazione, quiz, vendite, anche decidere le trame delle fiction a maggioranza.

Quanto ci vorrà? Non credo sia questione di tecnologia quanto piuttosto di cultura del pubblico. Se consideriamo nativo digitale chi è nato dal ’90 in poi, diciamo che la massa arriverà al potere di acquisto di una tv nei prossimi 5 anni. E se la tv non sarà così, le stesse cose si faranno sui pc, smartphone o – peggio ancora – le persone riprenderanno a uscire e a vedersi di persona, pratica, si sa, poco smart e scomoda in generale.

Ecco allora come la RAI e i sui ultrasessantenni al potere fanno quasi tenerezza: soprammobili fuori moda nella stanza di comando.
Se poi, addirittura, qualcuno si ricorda che parliamo di un servizio pubblico, ecco come questo agghiacciante post debba trovare nella società degli anticorpi  che ne sciolgano i poteri eversivi, blocchino i rischi di censura e monopolio delle idee, liberino lo spirito critico nella costruzione di opportunità. Forse allora chi volesse occuparsi di televisione e bene comune potrebbe ripartire dall’educazione alla curiosità, al rispetto per il diverso, all’insegnare a usare il mezzo per arrivare a un fine che si basi su contenuti fatti con/per e i parte da l’utenza e non dagli inserzionisti o dal governo. 

martedì 5 agosto 2014

La Mia Mafia in una Notte di Mezza Estate.

Lo inseguivo da un po’ e ieri sera ho finalmente visto “La Mafia Uccide Solo d’Estate” in un’arena estiva.
Film carino e molto didascalico, ottimo per chi in quegli anni non c’era o era troppo giovane per ricordare le troppe stragi di mafia a Palermo. Credo possa avvicinare i più giovani a temi che diamo molto per scontati ma non lo sono affatto.
La forza del film sono le storie di sconfitta per lo Stato presentate con filmati di repertorio e miscelate con la vita ordinaria di un ragazzino che a Palermo cresce e diventa uomo. Per me sono state un colpo di vento su una catena di ricordi che hanno segnato la mia educazione etica e, anche un po’, sentimentale.

In generale, i fenomeni incomprensibili mi segnano. Ricordo lo sbarco sulla Luna anche se avevo solo 3 anni, poi i colpi di mitra della strage dei carabinieri Tosa e Battaglin sotto casa mia sentiti andando a scuola,  il rapimento Moro, la morte del procuratore Coco, la strage di Bologna, le morti di Falcone e Borsellino, quelle di D’Antona e Biagi. Quando scrivo ‘ricordo’ intendo che ho ancora la percezione esatta di cosa vedevo, facevo, toccavo, odoravo in quel momento. Il film di ieri sera ha riacceso tutto questo per la Sicilia e quegli anni.

La morte di Falcone a Capaci mi lasciò stordito. In quei mesi insegnavo in una scuola superiore per pagarmi un po’ gli studi e cercare di riempire di senso l’inizio dell’età adulta. Ero un supplente non ancora laureato, con nessuna preparazione specifica all’insegnamento. È stata quella prima volta nella vita (ce ne sono state altre, tutte dolorose) in cui ho deciso di chiamare i presenti a un minuto di silenzio. Con loro ho parlato di chi fosse quel magistrato, ancora oggi non so dove trovai le idee e la forza. Ricordo che mi guardavano, indecisi se quella storia fosse meglio o peggio del tempo perso dalla lezione di informatica. Loro avevano 15 anni e da me si aspettavano una mattina di certo differente. Ricordo bene che quasi nessuno dei ragazzi ne aveva parlato il giorno prima con i genitori a cena.

Una sera d’estate di poche settimane dopo chiamai a casa per avvisare che rimanevo al mare a mangiare una pizza per evitare il traffico del weekend. Mio padre mi informò della strage di Via D’Amelio. Ricordo la cabina telefonica a cui mi appoggiai, mi tornò vivida alla mente la faccia seria di Borsellino, annegai di colpo nel caldo di una serata di inizio estate che altrimenti sarebbe stata bellissima, le discussioni con gli amici diventarono una sfida alla pizza che proprio non andava giù.

Quattro anni dopo frequentai V.. Era di Palermo, aveva gli stessi occhi blu e capelli biondi della ragazza di Pif nel film. Abitava in un appartamento signorile del centro città presidiato da un paracadutista della Folgore col fazzoletto rosso e il mitra più grande che avessi mai visto. Attraverso i suoi occhi ho imparato a amare la Sicilia.
E' ripensando a V. e al suo sorriso mentre, camminando per le strade di una città presidiata dalle autoblindo dell’Operazione Vespri Siciliani, mi diceva “Da quando c’è l’esercito in città, i miei mi fanno finalmente uscire da sola” che faccio scendere i titoli di coda sul mio film personale.

Concedetemelo, anche se non ho un nome d'arte bello come quello di Pif.

lunedì 21 luglio 2014

Quando la professoressa è lesbica.

È una storia che non ho mai raccontato, che era finita nel magazzino ordinato dei ricordi assieme a tanti aneddoti, che era lì forse per essere inserita nella vita di un personaggio dei miei romanzi futuri. L'episodio dell’insegnante di Trento inquisita in ragione del proprio orientamento sessuale l’ha fatta tornare a galla e, nell’umidità appiccicosa di questa estate romana, ve la propongo come raccontino della sera.

Stella viveva ad Anversa, la sua città natale. Insegnante di Scienze e Matematica in una scuola superiore, aveva da parecchi anni anche l’incarico di coordinare per l'istituto l'orientamento dei ragazzi nelle scelte di studio e professionali. Come me, aveva vinto una visita di studio per comprendere come la Norvegia si impegnasse per combattere l’abbandono scolastico.
Era lesbica e non ne faceva mistero. Amava l’Italia, parlava un discreto italiano e mi aveva raccontato che ci era stata “con la mia fidanzata”.
In quel periodo stavo scrivendo un racconto per la mia raccolta People from Ikea che aveva come protagonista proprio una donna omosessuale. La simpatica Stella che leggeva in italiano mi parve un’occasione imperdibile per chiedere un’opinione sulla trama e le atmosfere create. Lei ne fu lusingata; trattò l'inedito con delicatezza senza però nessuna remora nello stroncare le mie ingenuità e forse anche pregiudizi in materia. Le due serate passate con lei, con una birra sotto le stelle, a parlare, prima del mio libro e poi delle nostre vite mi sono ancora preziose.
“Insegno in una scuola ebraica di Anversa. È frequentata da figli di famiglie fondamentaliste. Meno male che ho a che fare solo con numeri e formule…  Sai, da noi la musica non religiosa è del tutto proibita, niente Beatles, Madonna né U2. I programmi di storia non sono allineati con quelli ufficiali olandesi. Niente Shakespeare o Jane Austin e altra letteratura moderna”.
Davanti alla mia mandibola incredula e penzolante ha aggiunto “I matrimoni sono ancora combinati e le ragazze dell'ultimo anno non parlano d'altro.”
“Ma, possono comportarsi così?” la interrompevo io.
“Sono venuti gli ispettori del ministero e hanno abbastanza realizzato la situazione, senza però approfondire né intervenire."
"Li hanno pagati per farli tacere?" chiedo io con ottusa mentalità italiota.
"No, la comunità ortodossa ha detto chiaramente che se vogliono che il mercato dei diamanti resti a Anversa e non migri, ad esempio, a New York, su cose come questa devono chiudere due occhi e una bocca.”
“Come fai a stare in un posto così?” le chiesi, sottintendendo anche, ma non solo, al suo orientamento sessuale.
Rise, amaro. “Devo pagare il mutuo…” Poi aggiunse: “Comunque lo sanno che sono lesbica, da pochi mesi, credo tramite una ragazza che si è diplomata alcuni anni fa e che mi ha visto in un locale”. Finì la birra, “Non ne hanno mai parlato direttamente ma mi hanno messo all’angolo: i genitori non vengono più al ricevimento parenti, alcuni ragazzi cambiano marciapiede se mi vedono per strada. Anche i colleghi sono diventati gelidi; molti sono indifferenti alla mia omosessualità ma, diciamo pure, parlare con me non è consigliabile.”
“Una situazione difficile…”
Sorrise, “Mi spiace solo per i miei ragazzi. Per come saranno, per come alcuni soffrianno. Per le gioie della vita che sono destinati a perdere. Io ora voglio solo arrivare alla fine dell’anno scolastico per non dargliela vinta: di scuole ad Anversa ce ne sono tante... poi ho insegnare lì mi impediva di prendere una decisione serena in merito alla proposta di matrimonio che mi ha fatto Marja.”

NdA: il racconto è vero e si riferisce alla situazione specifica di una scuola e una comunità locale non a un popolo o a un paese. In Israele iI diritto garantisce ai gay la maggior parte dei diritti matrimoniali riconosciuti alle coppie eterosessuali, inclusa l’adozione. Anche se la piena ufficialità del matrimonio omosessuale non è ancora stata sanzionata, vengono riconosciuti i matrimoni omosessuali contratti all'estero.
Israele ha anche una delle più alte percentuali di popolazione favorevole all'equiparazione completa delle coppie gay a quelle etero, col 61% che sostiene l'introduzione del matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso (dati 2011).

lunedì 27 gennaio 2014

Il mio ricordo per non dimenticare mai (che può riaccadere).

Era una bellissima giornata di fine ottobre e gli alberi nel campo di rieducazione e correzione di Aushwitz avevano già indossato la livrea autunnale. Le palazzine di mattoni rossi avevano una loro eleganza austera, sembravano quasi gli edifici di un college nella campagna inglese. L’ordine saltava all’occhio e l’unica vestigia che ti ricordava subito dove ti trovavi era il cancello sovrastato dall'anacronistica scritta in ferro “Il Lavoro rende Liberi”.
Entrando in quelle palazzine conobbi la morte attraverso la sua contabilità: migliaia di foto ordinate e numerate dei deportati; poi una montagna di valige con sopra scritti i loro nomi, borsoni con le ammaccature, i manici deformati dal peso e dalla stretta, i segni del tempo e delle vite che le avevano riempite nella speranza che quello fosse solo un trasferimento, nella certezza umana che lo sterminio non potesse essere nei piani di nessuno. Poco oltre la montagna degli occhiali, alta un paio di metri. Avete idea di quanti occhiali servano per fare un cumulo di tali dimensioni? Io gli occhiali li porto e lì, impalato, mi sono affezionato a quest’oggetto come a un feticcio di resistenza alla follia. C’erano altre stanze simili, con i vestiti, le scarpe, e presto ebbi bisogno d’aria. All’esterno ho passeggiato sino al muro delle fucilazioni e agli accessi alle stanze della tortura. Il cielo continuava a essere blu, sei lì e lo immagini identico a quello che anche i deportati hanno visto. Sono entrato negli edifici ristrutturati e curati dagli Stati che hanno avuto deportati al campo, i paesi dell’Est, il Belgio, l’Austria, poi ecco l'ingresso del padiglione Italiano.
Lo hanno chiuso da un paio di anni, il che è già una vergogna. Io l’ho visitato e vi assicuro che era brutto, per niente evocativo, malandato. Era una soluzione di compromesso per la quale avevano coinvolto addirittura Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora e Mario Samonà per una strana opera a spirale che percorreva tutto l’enorme salone. Nel complesso illeggibile e vuoto. Si vedeva bene l’imbarazzo di una nazione che non ha affatto riflettuto sul tema, che deve ancora capire se ha vinto o perso la guerra, che nel dopoguerra era popolata solo da nuovi antifascisti con la memoria corta. Ora altri paesi bussano per avere il nostro spazio e di certo lo utilizzerebbero meglio.
La persona che mi accompagnava, al terzo memoriale visitato ha ceduto sotto l’impatto della forza della memoria e all’impossibilità di accettare quella verità e si è seduta a controllare le proprie emozioni sotto uno di quei bellissimi alberi. Io ci sono passato attraverso, senza risposte e sempre più timoroso nel fare domande.
Con un anonimo bus di linea ci siamo poi spostati a Birkenau, a pochi chilometri, il campo di sterminio.
Sto scrivendo questa nota seduto al mio pc su un Frecciabianca diretto a Genova. Il mio è un treno di lavoro, comodo, luminoso e utile a costruire relazioni e idee. A Birkenau ti accoglie il binario che portava i carri piombati, senza aria, carichi di dolore e vite al termine del percorso. I deportati lì scendevano dai treni e in larga parte venivano uccisi immediatamente, con la scusa della doccia disinfettante.
La differenza tra questi due treni la fanno soprattutto 70 anni di pace, la forza dei sopravvissuti, e la voglia di capire il proprio tempo senza provare a semplificarne i problemi con facili capri espiatori.
Quello che a Birkenau mi ha colpito da subito sono state le dimensioni del campo. Immaginate 40 chilometri quadrati, pensate a un quadrato di 5 km per 8. È infinito. Immenso. Le camere a gas sono subito vicino all’arrivo del treno, goffamente implose su se stesse, minate da chi voleva cancellare le tracce lasciate dietro di sé.
La disumanità a Birkenau ha una scala industriale. È facile immaginare migliaia di persone indaffarate a farla funzionare, centinaia di soldati, pare impossibile che i paesi limitrofi non sapessero, hai la certezza che invece avessero chiuso gli occhi, così come le grandi potenze dell’epoca.
“Come è stato? Può ricapitare? Perché l’uomo arriva a tanto?” te lo chiedi per tutta la visita e uscendo di lì te lo porti dentro per sempre. 
Penso che l’orrore sia negli occhi di chi guarda, so bene che il rischio di un nuovo olocausto è dietro l’angolo. Puoi raccontare a te stesso che non sia possibile, di come siamo ormai vaccinati, poi a farti cambiare idea basta un anonimo socio di una cooperativa a Lampedusa, incaricato di spruzzare acqua gelata  in dicembre su profughi nudi allineati all’aperto, che dichiara “L’ho fatto perché me lo hanno ordinato. Sì, un po’ mi vergognavo ma cosa dovevo fare? Ho bisogno di lavorare.”

Allora il dubbio che possa succedere di nuovo diviene certezza e capisci che la tua missione di uomo, di padre, di lavoratore non può essere che quella di difendere la memoria, coccolarla quasi, e combattere per spostare più in là quella data, sempre più in là, sempre più in là. 

lunedì 11 novembre 2013

L'Energia più pulita è generata dalla Cultura.

Mentre qui lanciano un film di Zalone in 1200 sale, in Scandinavia, UK, Repubbliche Baltiche lanciano azioni di largo impatto in cui centinaia di artisti entrano in migliaia di scuole (Creative partnership, Cultural Rucksack), in altri Paesi tutti i ragazzi imparano a suonare uno strumento (sull’esempio de El Sistema di Abreu che sta cambiando il volto del Venezuela, ma anche in Olanda o Germania).

Marco Magnifico il vice presente del FAI in un seminario ci raccontava: “Volevamo misurare la distanza tra il FAI e il National Trust inglese. Migliorarci, capire. Ero in visita in un magnifico parco pubblico gestito dal NT e mi sono fermato a guardare delle peonie particolari. Lì accanto c’era un giardiniere che faceva il suo lavoro con la zappetta. Ha notato la mia sosta su quel fiore e si è avvicinato. Abbiamo dialogato per cinque minuti e mi ha spiegato quello che sapeva della pianta, ha risposto alle mie domande si è stupito per le varietà che nascono da noi. L’ho salutato e, uscendo, ho detto alla direttrice del posto ‘Un giardiniere è stato gentile a dedicarmi il suo tempo per spiegarmi tutto di un fiore che non conoscevo’. Lei ha risposto: ‘Non è stato gentile, è pagato per farlo. I giardinieri, come i custodi dei musei, sono pagati per dedicare l’80% del loro tempo alle mansioni specialistiche e il 20% per far sentire il visitatore accolto, fidelizzarlo, appassionarlo’. Lì ho capito che in Italia non ce l’avremmo mai fatta”.
In effetti l’abituale immagine fantozziana del custode di un museo scolpito sulla sua seggiolina fa già apparire ipercinetico il casellante autostradale. Di certo la colpa non è sua, ma non è neanche innocente. Come non lo sono i manager e la politica. Oggi poi, con la crisi e le spending review, la domanda “Ha senso investire nella crescita, nella valorizzazione e nella partecipazione culturale?” assume un’urgenza vitale.

Per alcuni è facile dire “No”, e lo fanno osservando i costi e i miseri incassi di Teatri, Musei, Biblioteche, Centri Culturali.
Io la penso al contrario ma sono convinto che occorra lavorare duro per far percepire il valore che hanno l’arte e il patrimonio culturale per la vita e la democrazia altrimenti i fiori di Van Gogh valgono le erbacce di uno spartitraffico e i Caravaggio le pennellate di un imbianchino.

Non bastano qui le spiegazioni romantiche, le pretese ovvietà, né le evidenze intellettuali sempre confutabili da chi ha altri interessi e sensibilità. Servono  Indicatori di impatto Culturale che come quelli di Impatto Ambientale o Economico possano quantificare cosa significhi aprire o chiudere un museo, ma anche costruire una ferrovia su un parco o preservare le botteghe storiche di una zona. 
Forse non si può misurare la bellezza ma, ad esempio, la solitudine sì, e con essa il suo 'costo' per i singoli e la collettività. 
Indicatori ragionevoli di Impatto Culturale possono zittire chi ha interessi anticulturali e vuole vendere le spiagge e quello che esse rappresentano per far cassa.
Si può fare: si possono misurare i suicidi, gli alcolisti, le violenze. Posso misurare la partecipazione alla vita della comunità, la penetrazione e l’uso della banda larga, le propensioni xenofobe e omofobe, la diffusione delle droghe e degli strumenti musicali tra gli adolescenti.
E gli antidoti all’isolamento e alla solitudine sono la cultura e il lavoro, entrambe coniugate col rispetto e la passione.
Si può cominciare allora a ragionare su qual è l’impatto concreto dell'aprire un teatro in un quartiere periferico, quanto valga far partecipare gli abitanti della zona alle attività di un Centro Culturale, quale sia l’impatto culturale di un Bingo o di un centro commerciale; e anche il valore di laboratori artistici in una scuola o in un centro anziani. E quanti sollevi l'opera a Caracalla, un concerto dei Negramaro, o l'estasi davanti a un Kiefer, un Rothko, un Bernini.

Si potrebbe meglio programmare il futuro, zittire quelli che “con la cultura non si mangia” e dimostrare come quella generata dalla Cultura sia la vera energia pulita. 

giovedì 24 gennaio 2013

Quando arriva il secondo figlio: Complementi di educazione per genitori adulti (caso 7)

“Aspettiamo il secondo”, mi scrive l’amico Dino. “Hai suggerimenti?”

Mi congratulo subito con chi decide di raddoppiare la presenza di infanti in casa: con uno, la famiglia cammina a tre ruote, diciamo è come una divertente Apecar furgonata; con due si va a quattro ruote e la stabilità del mezzo guadagna visibilmente, crescono però i consumi e la necessità di bagagliaio.
Siccome il tema ‘figli’ è infarcito di luoghi comuni, anche col secondo figlio mi pare appropriato approfondire alcune  profezie che vengono diffusamente citate perché si autoavverino come:
  • “Al primo servirebbe davvero un fratellino o una sorellina”: lo dicono i nonni, i vicini, gli impiccioni in presenza di figli unici che sfraccicano i cabbasisi oltre misura. Lo si prescrive ai bambini viziati e egocentrici, come se si trattasse di un antibiotico.  Nessuno si preoccupa di un ipotetico secondo usato come pungiball o gingillo antistress.
  • “Il secondo figlio nasce imparato”. Oddio, anche il primo lo nasce ma i genitori non lo capiscono per parecchi anni perché sono loro a essere impreparati. (per questo vedi post: la nascita del primo figlio)
  • “Non è importante la quantità del tempo che si dedica a un bambino ma la sua qualità”. E mentre lo dici intorno a te tutti annuiscono indipendentemente dal numero dei bambini che hanno; il tasso di sensi di colpa collettivo si abbassa e la metà dei presenti continua a messaggiarsi con What’s Up mentre i figli si scartavetrano sul marciapiede immerdato. Ovviamente non è vero ma è bello crederci. I piccoli apprendono per emulazione, anche i secondi nati, e se non emulano te, emuleranno qualcun altro (che magari ti va bene e crescono davvero meglio).   
  • “I secondi figli sono diversi”. Che è un altro modo per scaricarsi del fatto che prima di tutto quelli diversi siamo noi. Col secondo siamo: meno spaventati, più occupati, più stanchi, più scafati, più anziani, meno ricattabili con un colpo di tosse o una lacrimuccia. Darwin ha spiegato bene come le specie si adattino per sopravvivere, non perché gli piaccia la situazione. Se i secondi non fossero svegli e intraprendenti verrebbero spesso e volentieri dimenticati all’autogrill.
  • “I secondi sono meno viziati”. Questo è vero anche perché le aspettative dei genitori su se stessi sono minori. Evidenti sono i tracolli delle madri: il primo mangia solo bio, il secondo si agganascia sugli avanzi; il primo aveva i pannolini lavabili, il secondo usa quelli cinesi del discount; il primo aveva i suoi capolavori esposti sui muri di ogni stanza, del secondo si usa il retro dei disegni per la lista della spesa; il primo era un testimonial dell’omeopatia, il secondo deve sbrigarsi a guarire con medicine dopanti.
  • “Se ne fai due, poi te li dimentichi perché giocano assieme”. Vero finché le loro azioni non sono rubricabili nel reato di associazione a delinquere.  E vero anche perché se ne hai due sei naturalmente portato a volerli dimenticare.
  • “I secondi crescono più velocemente”. È una percezione legata al fatto che con l’ingresso del secondo figlio nella vita improvvisamente rientrano in testa anche tutte le altre cose che col primo avevi dimenticato: pare quasi sia lì per ricordarti che hai lasciato il coro, il calcetto, lo yoga, la sauna, lo sci, la poltrona. Intuisci di colpo che esiste un ‘dopo’, valide babysitter,  e che rincoglionirsi nel ruolo esclusivo di papà o mamma non fa bene a te e neanche ai pupi.

Chi volesse confrontarsi con altri temi:

Le feste di Compleanno (caso 4)

domenica 6 gennaio 2013

Le prime interminabili settimane del vita della vostra creatura: Complementi di educazione per genitori (caso 5).


L’attenzione ai precedenti post per Genitori Adulti mi portano a condividere con voi alcune riflessioni sul come affrontare le prime settimane di vita della creatura. Non mi permetto considerazioni filosofiche, che ognuno affronta di par suo, ma di poche considerazioni pratiche che mi preme tramandare a chi surfeggia nella rete e può mettere a frutto l’ennesima opinione di “chi c’è passato” per farne l’uso che crede.
·         I bambini nascono imparati: Sanno vivere, mangiare, chiedere, e tutto il resto. Sono però egoisti e asociali, non rispettano le precedenze e stentano a capire che il mondo non si riduce alla distanza tra il loro naso e la tetta o il biberon. Vanno in questo assecondati quanto basta e educati alle regole di convivenza civile. Devono pensare di comandare loro ma godere del soddisfacimento di  bisogni programmati da mamma e papà. Ciò non è facile e comporta la messa a punto di una serie di tecniche di sopravvivenza (della mamma, del bambino, della coppia).

·         Il sonno: Non esistono bambini che non dormono, esistono molti bambini che non dormono quando lo si vorrebbe noi (dalle 20 alle 8 del mattino). Conseguenza di ciò è il fatto che – specie nei primi mesi - la mamma deve dormire ogni volta che il pupo dorme, in qualsiasi posto, a qualsiasi ora. Fregatevene di casa, telefono, spesa, visite di cortesia, libri da leggere, parrucchiera: se non dormite non sopravvivete, e se non sopravvivete voi il bimbo avrà coliche di rabbia e spaesamento e vostro marito numerose riunioni di lavoro in ufficio. N.B.: I libri in vendita sulla materia non servono a far fare la nanna al bambino ma a fargliela fare quando vuole la mamma, buona fortuna.  

·         Le nonne: sono spesso creature fantastiche ma non si ricordano niente di quando sono state madri loro e, nonostante questo, pontificano, consigliano, instillano dubbi, emettono sentenze, mischiano scienza e superstizione. Nel prestar loro attenzione, non sottovalutate anche il fatto che negli ultimi decenni la puericoltura e la pediatria hanno fatto passi da gigante. Quelle più umili farebbero meglio a prendere appunti e aprire la bocca per fare solo domande. Lasciatele perdere nel merito dell’esperienza genitoriale ma coinvolgetele in toto nella gestione del mondo circostante per consentirvi di dormire (vedi punto precedente).

·         Il paracetamolo: invenzione meritevole del Nobel a cadenza quinquennale. Va bene sempre e non ha praticamente controindicazioni col bambino. Con la febbre e con i dolori, per i denti e per la metereopatia. Tachipirina o Nurofen aprono qualsiasi discorso e spesso lo chiudono anche. Se poi siete tra le anime belle che amano i metodi alternativi e l’omeopatia, giocate pure al Piccolo Medico ma dopo il paracetamolo. Se poi pensate che il mal di denti si riduca mettendo al collo della creatura una collanina di ambra, fate leggere questo post a vostro marito che essendo uomo non crederà minimamente al potere delle pietre e somministrerà il paracetamolo in un vostro momento di distrazione  

·         I mariti: spesso sono anche essi alla prima esperienza genitoriale e dunque, se avete bisogno di qualcosa da un marito chiedetelo in modo chiaro e esplicito. Non aspettate che intuiscano: gli uomini non sanno intuire in condizioni normali, figuriamoci in assenza di sonno, di scampagnata domenicale, e di sesso. Concedetegli lo spazio di qualche errore e di soluzioni creative che talvolta potrebbero anche essere efficaci.

·         La camera dei genitori: sette-otto mesi è il massimo per cui abbia senso tenere i bambini nella stessa camera dei genitori. Oltre si entra nella sfera del masochismo (… c’è a chi piace).  Se invece parliamo di presenza di bambini nel lettone, meno ci stanno meglio è (qui il rischio è patologico, per i genitori).

·         Pannolini: i migliori sono quelli che costano meno. Tutto il resto è marketing.

Per chi volesse approfondire i temi già trattati, si segnalano gli ultimi:
Le feste di Compleanno (caso 4)
I Videogiochi (caso 3)
I rimpianti del papà manager (caso 2)

lunedì 17 dicembre 2012

La festa di compleanno: Complementi di educazione per genitori adulti (caso 4).


Sono partecipe a questi riti da abbastanza anni da poterne scrivere con una certa competenza.
Se avete figli piccoli, che non sono ancora in grado di gestirsi da soli le feste degli amici vi tocca sovrintendere alle incombenze che si celano dietro la partecipazione a una festa di compleanno.
Per me, ignavo e di memoria autoreferenziale, una festa di compleanno per bambini si riassume in “Invita i tuoi amichetti del cuore a casa, che giocate un po’, i loro genitori si godono un pomeriggio libero, e poi ti faccio una torta con le candeline”. Essenziale, logico direi. Datato, eversivo, destabilizzante, secondo i moderni canoni della socialità minorile che prevede innanzi tutto la logica dell’Evento Memorabile, condizionata da volontà emulative della casa reale, rinforzata da sensi di colpa genitoriali che acconsentono la cessione del fondoschiena già alla richiesta del dito.
Si tratta ormai di format veri e propri di cui si possono esaminare gli elementi fondamentali con una certa facilità:
  • Gli invitati: devono essere tutti quelli a cui si deve rendere conto (definiamoli pure gli azionisti di riferimento). Si intende come minimo tutta la classe, incluso quei 3 o 4 di cui il pupo neppure ricorda il nome, dei 5 che non sopporta, più i fratellini e le sorelline degli invitati, più le maestre. Poi non sia mai che l'esclusione di un teppistello egocentrico oggi comporti minori opportunità lavorative tra venti anni quando il teppista di cui sopra sarà senz'altro consigliere provinciale o dirigente di municipalizzata.
  • La location: il business delle location per le feste dei bambini è in continua espansione. Ludoteche, paninoteche, altroteche, associazioni, sale parrocchiali multifunzione, tutto è buono e tutto va quotato dai 200Euro in su a secondo degli optional richiesti. Siccome parecchi di questi spazi sono anonimi e al piano strada, è escluso che un genitore responsabile lasci il suo pupo lì per andare a fare qualcosa di più adatto alla propria età e gli spazi stessi devono dunque prevedere luoghi e intrattenimenti per papà e mamme,
  • L’animazione: un obbligo masochista. Un esercito di professionisti precari  opera  rigorosamente in nero per animare l’accozzaglia di minorenni coinvolti in questi eventi. Sono necessari, anche perché metà degli invitati non ha relazioni reali col festeggiato e l’altra metà si annoia perché da lì sono stati banditi i videogiochi. Gli animatori sono giovani e meno giovani con nozioni di teatro e giocolieria. I più bravi fanno bolle di sapone del diametro di Giuliano Ferrara o sanno a memoria i nomi di tutti i 27 bambini al quinto minuto di festa. I migliori se li consigliano tra le mamme come si fa con le diete e le gelaterie. Li guardi e hai la sensazione ti faranno anche da badanti precari tra una ventina d’anni.
  • I regali: in media si risolvono in un’accozzaglia di banalità viste in spot televisivi o acquistati per autodefinire lo status del regalante. Da un po’ di anni si è instaurata la tradizione di aprire i regali tutti assieme, in pubblico, in un rito tribale di cattivo gusto in cui tutti ripetono all’unisono  “Scarta la carta!”. Di ogni pacco è annunciato il donante e l’apertura è seguita da commento dell’animatore che cerca così di distrarre il festeggiato dalla insulsaggine del dono. Tale pratica crudele oltre a mettere in concorrenza diretta chi fa i regali, evidenzia a tutti le 3 identiche bamboline ricevute e il libro riciclato dal regalo di natale ricevuto da uno dei presenti. Una nuova piccola follia che sta prendendo piede è quella di regalare agli invitati qualcosa, un ricordo, una specie di bomboniera (che da sé dimostra come tali feste siano da inquadrare nella logica dell’evento familiare e non della festa tra bimbi).
  • Il cibo: è progettato per degli esseri ritenuti incapaci di intendere e volere, condizionati dalla tv e vogliosi di affetto non corrisposto. C’è normalmente tutto ciò che in condizioni normali vieteresti ai tuoi figli: patatine, pizzette gommate, popcorn, coca, fanta, e caramelle colorate di evidenza inquinante. Non c’è altro di commestibile e la torta il più delle volte è la proiezione ipertrofica dei sogni infantili di una madre lasciata sola nell'impresa di organizzare l'evento e a cui solo gli zuccheri fanno ormai svolazzare gli ormoni.
  • I genitori: non potendo eclissarsi, approfittano della presenza degli educatori per dimenticarsi all’istante del  figlio, negarne la paternità se il frugolo spacca lo zigomo alla festeggiata, chattare su What’s Up con l’amica che si è appena rifatta naso e fianchi, sparlare delle maestre, strafogarsi di pizzette di gomma come antidoto alla depressione, guardare nel vuoto sapendo che fuori di lì è possibile un mondo migliore.

In casa mia, a ogni compleanno, c’è la conta tra me e mia moglie per chi debba accompagnare i pupi sul luogo del fattaccio. Si sprecano i “Vai tu, stavolta?” e gli occhi da cane bagnato, si millantano le più improbabili scadenze lavorative, il tutto per arrivare a qualche compromesso. Si lo so, alla fine va un po’ più spesso lei, ne prendo atto. So che la vita la premierà perché, come ha dimostrato Darwin, si salveranno solo coloro che hanno maggiori capacità di adattamento.


Ultimi in materia:

sabato 3 novembre 2012

I videogiochi: Complementi di educazione per genitori (caso 3):.

Quando il pupo passa i sei anni per molti genitori è ormai adulto e responsabile, può decidere del suo tempo, del tuo portafoglio, non va contraddetto e nella sostanza va trattato come un idiota (esattamente come si farebbe con gli adulti).
Argomento principe tra i gentori nelle attese alle feste di compleanno (argomento di cui tratterò presto) è l’utilizzo che viene consentio dei videogiochi. Normalmente le considerazioni partono dall’osservazione di quei bambini che, alla suddetta festa, sono attaccati al giochino portatile incuranti dell’animatrice che prova a ammaliarli.
“Dai, su, metti via e va’ a giocare con gli altri”, accenna un padre del bimbo ipnotizzato.
“Dopo, ma’”, è la risposta quando viene.
Il genitore rimbalzato abbozza incassando le spalle. Gli altri solidarizzano con lui: “Già… sono come una droga”. “Sì, ma non esageriamo...”. “Poi quando c’è un cugino più grande non si riesce a toglierli”. "Li hanno tutti". “Sono anche una tassa. Hai presente quanto costano gli Skylanders?”.
Io attacco il cordone ombelicale al tavolo delle pizzette di gomma e do le spalle finché non mi arriva la domanda diretta: “Il tuo gioca molto con i videogiochi?”
“No. Non ne ha”, rispondo masticando per rimanere anonimo e un po’ sgradevole.
“Eh?”
Deglutisco, “Secondo me è troppo piccolo. Per ora abbiamo deciso di no”.
“Piccolo? Ha nove anni. Dimmi come fate?”
“Non glieli compriamo e diciamo ai nonni di non regalarglieli a Natalee neppure alla Comunione”.
“Sì, ma non va a casa degli amichetti?”
“Sì, e lì se vuole ci gioca. Ma a casa proviamo a fare altro”.
Le mie risposte non bastano mai, insistono “Quindi lui non ha videogiochi?”. “No”. Allora mi vogliono cogliere in contraddizione: “Non gli fai neanche vedere la tv?”. “La tv la guarda, quello che decidiamo noi, ovviamente”. “E tu non hai il computer?”. “Sì”. “E lui non vuole giocarci?”. “Non lo so. Il computer serve a me”.
Pare tutto così strano che non mi chiedono se siamo anche vegani ma poco ci manca. “E come fai a non farlo giocare col tuo computer?”. “Gli dico di no”. “E lui cosa vuole in cambio?”. “Gli dico di no e basta, poi dopo un po' se lo dimentica e facciamo altro”.
Qui la discussione si interrompe.
Dire di no non è contemplato.
Ma quello che spesso non è contemplato è immaginare altro da fare con loro.
Fortunatamente la domanda che non mi fanno mai è “Perché non vuoi che usino i videogiochi?”
Comunque non risponderei perché ogni famiglia è diversa e la mia risposta vale solo nella mia realtà.
Mio figlio la domanda me l’ha fatta, ovviamente. Ha capito, ha sorriso e se ne è fatto una ragione.
Tra 9 anni farà come preferisce.

Puntate precedenti:
Il manager e i sui rimpianti (caso 2)
Le colpe dei figli ricadono sulle nonne (caso 1)

giovedì 13 settembre 2012

Il papà manager (assente): Complementi di educazione per genitori (caso 2).


Nel mio percorso di gavetta genitoriale, dopo l'incontro con la nonna sussidiaria di qualche tempo fa, trovo oggi rilevante questa discussione avuta col padre manager.
Lui è un dirigente di alto livello che ha da poco superato i 60 anni. Mentre mi parla gesticola continuamente. Con me si è sempre molto aperto, gliene sono grato perché mi dà spunti di riflessione e neanche so perché lo fa. E' sempre incuriosito dalla mia scelta di fare molto il papà, a volte credo quasi che mi studi, o attenda il mio ripensamento, o chissà cos’altro. Di colpo mi dice: “Sai, credo di essere stato un padre molto assente e che questo abbia provocato danni profondi nei miei figli, e nella mia famiglia in generale”. La figlia grande ha 30 anni, il maschio 25. “Li ho lasciati in carico a mia moglie, una donna dura, religiosissima. Li ha educati lei. Io intanto guadagnavo in giro per l'Italia. Tanto. Avevo in testa il dovere di assicurargli un benessere duraturo e ricco. Gli ho comprato una casa ciascuno, e una casa al mare. Gli ho pagato ogni cosa”. Mi ha guardato come se fossi stato uno di loro: “Non ho fatto bene. Ho sbagliato. E ora è tardi”.
Non avevo nulla da dire.
“Tutta l’educazione, le basi che determinano come sarai da adulto, si concentra nei primi 5 anni dei bambini. A 10 hai già finito il tuo lavoro vero. Quello che viene è il raccolto o invece una inutile rincorsa a tappare buchi…” e ha proseguito lungo la strada delle occasioni perse. “Mia figlia è diventata una fondamentalista religiosa come la madre e si scontrano continuamente senza ascoltarsi. Il maschio è ateo e disinteressato a noi. Mia moglie ha il pallino della medicina naturale e loro si curano anche il raffreddore cogli antibiotici. In casa c’è sempre una tensione che ti vien voglia di uscirne… ma non posso dare la colpa a mia moglie, la colpa è solo mia che sono uscito troppo quando ci dovevo essere”. Ho solo annuito, prendendo nota.

sabato 14 luglio 2012

Fantozzi contro tutti (in memoria del posto a tempo indeterminato)

All’ombra meridiana dei pini marittimi, mio figlio srotola fiducioso 5 centimetri di lingua in attesa di sentire il dolciastro del francobollo sulle papille. Gli piace, si rende utile in una mansione vintage: manderemo alcune cartoline in technicolor alle zie non ancora raggiunte dall’ADSL. D’improvviso un flashback mi riporta al fotogramma del Ragionier Fantozzi intento al medesimo incarico: eccolo Ugo, con la sua lingua cartonata che umetta il retro di migliaia di francobolli, leccare culi, pulisce il portacenere e le vetrate del megadirettore galattico dell’azienda.
Da tempo Fantozzi è sparito, neanche lo passano più in tv: un non-modello eversivo, diseducativo e malinconico. Uno che per tenersi il posto farebbe qualsiasi cosa.
Se ne parli con chi ha meno di 30 anni ricevi solo risposte del tipo “Non lo conosco”, “L’ho visto una volta e mi dà tristezza”, “E’ una scemata”, "Noioso", "Lo guardava mi padre", con alzate di spalle distratte e annoiate. Gli stranieri, poi, non l’hanno mai amato né capito.
Eppure io/noi ridevamo, e pure tanto. E lo citavamo a memoria, e lo riconoscevamo dei nostri.
Fantozzi è sparito, perché lo spirito di Fantozzi è morto. Morte sono le ragioni che ci facevano ridere. Ridevamo perché Fantozzi era un po’ ciascuno di noi, tutti noi ne conoscevamo uno ‘vero’, un parente, un amico di famiglia, un vicino incravattato come in una garrota.
A differenza di Bud Spencer (rozzo caciarone con cervello sottodimensionato e indole giuliva) Fantozzi non si è rivelato immortale. Perché Fantozzi è il posto di lavoro a tempo indeterminato il cui possesso valeva qualsiasi umiliazione, perché dava certezze. Consentiva il mutuo della lavatrice e le rate della macchina, la sensazione di essere su un gradino e non su un piano inclinato, il pensiero che ogni giorno ci sarebbe potuto essere un bastone o una carota sulla testa ma non nel culo. Il posto fisso è finito, Fantozzi è finito. Nella società liquida Fantozzi andrebbe a fondo come una sgradevole zavorra. Per molti, oggi, le ragioni per invidiarlo sarebbero maggiori di quelle per riderne e compatirlo. Meglio andare oltre, ai vampiri di Twilight magari.
Proprio come il mio bambino col suo papà, Fantozzi in azienda si piega a tutto perché sa come il proprio legame aspiri all’eterno secondo uno schema che dai moderni team builder avezzi a farci dimenticare il precariato cronico verrebbe definito win-win anche in presenza di perenne lingua cartonata e improbabili partite a tennis nella nebbia più fitta col ragionier Filini, dell'Ufficio Sinistri.

giovedì 7 giugno 2012

Se gli ebook non bruciano sono veri libri? (Omaggio a Ray Bradbury)


E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra.

“Fahrenheit 451”- Ray Bradbury (1920-2012)

Non sono certo all’altezza di poter commentare il genio e la forza delle opere di Ray Bradbury, la sua straordinaria capacità di creare mondi e ospitarti all’interno per darti nuovi punti di vista sull’uomo e sulla storia.
Ho però un aneddoto che riguarda una delle sue opere e che oggi, in memoria della sua scomparsa, e desidero metterlo lì, nel mare magnum delle cose scritte.

Sei anni fa aspettavamo ospiti dall’Austria. Si trattava di una coppia con due bambini di 6 e 4 anni. Dovevano arrivare a Roma in treno, per visitarla e visitarci. Durante il viaggio, il più piccolo ha cominciato a stare male, a vomitare. La diagnosi telefonica del pediatra austriaco interpellato nella notte a distanza dai genitori fu di appendicite. Allertato, caricai la famigliola abbacchiata e spaesata alla Stazione Termini per scaricarla dopo venti minuti al Bambin Gesù. La diagnosi era esatta. Il pupo fu trattenuto e in breve operato.
La mamma e il papà si alternavano preoccupati al capezzale in quell’ambiente nuovo, un po’ ostile, dove tutto avveniva in una lingua sconosciuta.
A me appiopparono il fratellino grande, parlante solo tedesco, diffidente nei miei confronti come una recluta verso un sergente sovrappeso di un esercito con coscrizione obbligatoria. Comunicando poco e solo a gesti visitammo il Colosseo, lo lusingai con un gelatone, e poi venne il tempo di portarlo a casa.
Dall’ospedale nessuna notizia e la tv era l’unica risorsa a disposizione per allentare la tensione ma anche lì, guarda il caso, era tutto in italiano.
Frugai tra i DVD e gli unici due doppiati anche in tedesco erano “Eyes wide shout” e “Fahrenheit 451”; senza esitazioni scelsi il secondo.
Il bimbo, accortosi che non si trattava di cartoon americano o di favoletta scandinava con renne volanti, storse il naso ma almeno ebbe fin dall’inizio il conforto della lingua madre.
Rimasi accanto a lui per tutta la prima visione, per skippare eventuali scene forti e comunque assumermi ogni responsabilità per i danni eventuali alla sua psiche. Venne la seconda visione immediatamente dopo, la terza col papà al suo rientro dall’ospedale (la prima commentata, arricchita da domande e risposte). Il giorno successivo i pompieri incendiari andavano ancora e ancora per lo schermo e quando il fratellino appendictomato fu rilasciato dall’ospedale venne accolto sulla porta dall’incitazione a correre in soggiorno, davanti alla tv a vedere questa storia incredibile dove gli uomini cattivi  bruciavano i libri, e gli uomini buoni imparandoli a memoria li difendevano, i libri, gli uomini, forse anche quelli cattivi (da se stessi).
L’ho rivisto recentemente quel bambino immerso nella storia come un anatroccolo nello stagno, sta bene e si ricorda tutto. Me lo ha detto accennando al fatto che quella solitudine intrecciata a forza nella trama di una storia così potente è stata per lui una cosa importante.

Forse i libri vanno bruciati per essere salvati.

Grazie a Bradbury e Truffaut