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mercoledì 8 luglio 2015

Come trovare il lavoro anche se si ha la laurea.

Nei giorni scorsi il Governo ha fatto timido passo nel codificare come non tutte le università siano uguali. 
La proposta, in sintesi, era che nei concorsi pubblici si assegnino più punti a chi ha fatto una facoltà meno di manica larga con i voti. Immediata è stata la reazione dei rettori e, tra tarallucci e limoncello, l'ipotesi si è sciolta nella calura.
Sebbene ciò riguardi solo l’ammissione a un piccolo gruppo in via di estinzione (i dipendenti pubblici assunti per concorso), secondo me l’argomento è tutt’altro che di importanza residuale per un paese. Si incunea con forza nei tentativi di valutare e essere valutati, di rendere conto del proprio lavoro o ritenersi sopra le leggi della logica e del mercato, di rispondere a chi con le tasse ti paga lo stipendio.
La proposta del Governo forse era zoppicante ma chi si è già premurato di affossarla non ha certo intenzione di presentarne una migliore.
Sì, perchè come ogni famiglia e azienda sanno per esperienza diretta, l'Università italiana è più che adeguata al XXI secolo trasmesso su Rai 1.
Però ci sono molti posti al mondo (es. Inghilterra) dove non vige il valore legale del titolo di studio.
È dunque utile fermarsi e inquadrare la questione.
Parlando poi di mondo reale, anche in Italia l valore legale del titolo riguarda ben pochi e il settore privato ha da decenni introdotto forme di ranking spietato (e non scritto) verso le università.

Nel mio piccolo ricordo bene quando, dopo il terzo candidato con 110 e lode che non sapeva leggere un istogramma, diedi indicazione di cestinare preventivamente tutti i curriculum provenienti dalla Lumsa di Roma, pur sapendo che così mi sarei forse perso qualche perla rara. Ho però valutato che il tempo della mia organizzazione valesse di più. Ci sono poi facoltà risapute come  ‘facili’, atenei ‘chiusi alle novità’ che ripropongono da decenni le stesse visioni del mondo, i diplomifici on line e off line costruiti per accedere ai concorsi pubblici o poter scrivere “Dott.” sul biglietto da visita e acquisire punti agli occhi della mamma o di un cliente sprovveduto.
   
In generale da un laureato ci si aspetta che sia sveglio, capace di dare letture trasversali, abbia delle passioni, una vita e non abbia solo studiato. Di certo deve saper scrivere e far di conto.
Spesso non ci si aspetta molto in termini di competenze specifiche, non perché i giovani non studino ma perché le università hanno poca chiarezza sul cosa serva insegnare loro.
Meglio se qualcosa di concreto abbia comunque imparato a farlo, magari nel tempo libero.

Sempre più spesso mi accorgo che i selezionatori desiderano sentirsi dire dai candidati cosa potrebbero fare nell’azienda. Non perché siano pigri o distratti ma perché per loro la selezione del personale diventa  un canale per portare in azienda innovazione: nuove persone sono nuove e inaspettate competenze per nuovi prodotti, processi, mercati, soluzioni…

Per capire il concetto, consiglio di leggere i requisiti di questa selezione lanciata da Casa Netural a Matera, uno dei santuari dell’innovazione sociale in Italia: “Non ci interessa ricevere curricula, i candidati devono possedere pochi requisiti: curiosità, voglia di lavorare in team, passione per il proprio lavoro e una voglia irrefrenabile di sperimentare nuove soluzioni!
Senza dubbio sono più molto interessanti i candidati che abbiano fatto l’Erasmus e ragionato su tesi con impatti sul mondo reale. Se hanno già lavorato, meglio; se non sanno solo l’inglese, meglio; se non si spaventano davanti alle responsabilità, più che meglio.

Con buona pace della Conferenza dei Rettori, nel mondo reale il valore legale del titolo di studio è ormai nei fatti prossimo argomento per tesi di Storia del Diritto. 

martedì 30 giugno 2015

La tirannia del weekend sempre impegnato

Permettetemi uno sfogo: è un numero imprecisato di weekend che lavoro.
È vero, non sputare mai nel piatto in cui mangi e ringrazia, però non posso esimermi dal notare come da tempo molte delle cose più interessanti avvengano nel  fine settimana.

Possono essere festival, docenze a master, workshop sull’innovazione, sessioni di coprogettazione, o altre diavolerie interessantissime che ti spingono ogni volta pensare “Voglio esserci, per imparare, per scambiare, per partecipare, per dare maggiore spessore ai miei progetti, per ascoltare X che da tempo vorrei incontrare di persona”. 
A volte mi pagano per partecipare, per tenere una relazione o animare un incontro; a volte è pari e patta con una branda e una cena; altre volte pago e sono pure contento di farlo.
E i weekend passano così… come se fosse sano, normale, così da sempre. Non è vero, una volta c'erano le grigliate, l'abbronzante, la gitarella senza post-it né visual map. 
È un segno dei tempi? Devo forse imparare a staccare da tutto il martedì mattina per spiaggiarmi a Capocotta senza sensi di colpa? Le risposte arrivano lente, intanto io arranco per sfiancarmi nei brainstorm del weekend dopo una settimana già a testa bassa.

E poi le Summer School, dove le mettiamo? Una organizzazione che si rispetti deve sempre avere la sua Summer School per non sembrare un dopolavoro o un cenacolo di allegri burloni. Sono tante, attraenti e pure tutte interessanti. Però la School  sta alla violazione delle vacanze estive proprio come i finesettimana sempre pieni lo sono per il riposo.  

Allora ti assale il dubbio…
Che dietro il design thinking ci sia soprattutto voglia di contarsi, riconoscersi, misurare la quantità di speranza che possiamo permetterci di nutrire.
Che le alchimie della misteriosa blockchain non vadano davvero capite ma servano a dirsi: per guadagnarci la birretta al tramonto proviamo a sudare assieme riflettendo sul futuro. Che la Social Innovation sia un'assunzione di responsabilità a tempo pieno e - detto ciò - se ti perdi un TED per svaccarti in agriturismo ci guadagni sia in salute che in conoscenza. 
Che in fondo tutto questo incontrarsi e per affrontare i problemi sia uno speed date della conoscenza, una specie di piattaforma antiedonistica e laica che trasforma il capitale intellettuale in strumento di seduzione e sedizione.

Ora che l'ho scritta non è che la cosa mi spiaccia, mi sono un po' pacificato.
Però per chi ha famiglia e pupi, come il sottoscritto, rimane sempre acrobatico spiegare come l’ennesimo weekend a zonzo sia proprio necessario e importante (perché nessuno ti chiede mai di giustificare l'urgenza e l'importanza di cosa fai il martedì mattina.)

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Dedicato con affetto a tutti gli amichetti che si sbattono per organizzare tutto questo ben di dio. Incluso me stesso e coloro con cui sto progettando con entusiasmo 2 Summer School, domeniche di docenza già in agenda, attività di co-living e varie e eventuali che danno gusto e senso anche a quello che faccio in settimana.


sabato 20 giugno 2015

Family Day 2015: c'ero e ve lo racconto.

Torno ora da Piazza San Giovanni dove si è tenuta la manifestazione Family Day 2015, contro le unioni civili, le adozioni gay, e tutto quello non sancito nell’Antico Testamento.
Ho visto abbastanza concerti del Primo Maggio per stimare i partecipanti al massimo 100.000; la questura dice 400.000 e glielo ricorderemo alle prossime manifestazioni. Nello specifico: la piazza era piena, nessuno però nei vialoni adiacenti.

La prima cosa che colpiva erano i bambini: tantissimi, ovunque, sfatti, stravolti dai lunghi viaggi, dal rimbombo di parole incomprensibili, dall’assenza di spazi per il gioco, dal disinteresse e nervosismo da parte degli adulti tutti impegnati a seguire i relatori. Molti neonati e pupetti ancora in carrozzina. Perché erano lì? Per far numero? Per punizione? L’impressione era che fossero strumentalizzati come feticci da mostrare ai media, da difendere dal mostro del GENDER (ne parliamo dopo).

La seconda cosa che ho notato è stata la falange di Forza Nuova
con le sue magliette stirate, i manifesti ordinati su più file, il brivido di poter stare in Piazza San Giovanni così vicina a Piazza Venezia, che già si pregusta nell’eco di quei discorsi sulla famiglia ‘tradizionale’, sui valori del passato, sull’insegnamento dei nonni e genitori. Poco più in là c’era il neonato Fronte Nazionale,  lepeniano, con tricolori e facce ugualmente littorie.

La terza cosa era vedere come tutti tirassero per la giacchetta Papa Francesco, tutti a dire e urlare “Il Papa è con noi”, impegnati a cogliere in qualche oscura parola dei suoi discorsi una benedizione alla crociata contro il GENDER e a smentire le smentite del Vaticano in materia. Nessun citava il cristallino e famoso “Chi sono io per giudicare i gay”.
Era evidente l’imbarazzo davanti a un Papa che non se li fila proprio, che legge la complessità senza paura, .

E poi il clou: tante famiglie. Moltissimi giovani, anche nell’età della ragione. Parecchi preti e suore.  Tanti registravano coi i telefonini gli interventi. Una folla attenta e desiderosa di riconoscersi. Ben organizzata da parrocchie, circoli e associazioni. Nessuna curiosità o libertà, piuttosto un esercito silenzioso che si vive lo scontro come inevitabile, anche perché neppure conosce il nemico. Ne ho apprezzato la compostezza, pacatezza quasi. Mi hanno colpito davvero.
I manifesti erano concordati, tutti uguali, privi di fantasia nelle parole. Tutti a indicare il GENDER, questa fantomatica filosofia, come nemico canceroso per la società, che le darà morte se non fermato e estirpato quanti prima. Qua e là, gentili signore volantinavano preghiere contenenti maledizioni a Hollande e rimandi francescani, altre diffondevano un indirizzo mail a cui denunciare i progetti GENDER nella tua scuola.

Gli interventi erano tra il bizzarro e il fondamentalista. La maggioranza senza coerenza tra premesse, svolgimento e conclusioni. Spesso sigillati da opportuni passi delle scritture che da soli dovevano spiegare tautologicamente tutto.
Spiccavano l’intervento del padre della famiglia con 11 figli che accusava il sistema scolastico di non meglio precisati condizionamenti ideologici che io avrei definito “presentazione di punti di vista diversi da quello di tuo padre che ha schiavizzato l''utero di tua madre". Notevole l’intervento di repertorio standard dell’ex PD Adinolfi, professionista del poker, acidamente invidioso di Scalfarotto e sconclusionato opinionista del quotidiano La Croce, che ha raccontato di come Elton John ha affittato un utero e fatto soffrire le madri a cui così ha sottratto i figli. Poi è venuto un altro professore convinto che il matrimonio omosessuale avrebbe svuotato asili e parchi giochi. Tutti lì a pompare sui pedali per un posto in parlamento appena si rivoterà.

Il fondo lo ha toccato “Colui che tutti attendete!”, tale Kiko Arguello, spagnolo iniziatore del cammino neocatecumenale che ha catechizzato a lungo la piazza con brani dell’Apocalisse, musicati da lui stesso.
Ha esordito chiedendo “Cosa significa essere cristiani adulti?” Bella domanda. Ha risposto che vuol dire “Amare il prossimo anche se è un nemico”, bell’inizio di risposta. Ha poi aggiunto solo “La moglie è un nemico, il figlio è un nemico e bisogna amarli” e ha chiuso con una canzonetta che mettesse una pezza al vuoto sul perché solo gli etero abbiano diritto a una unione benedetta da Dio. Poi ha aggiunto che l’educazione al rispetto tra i generi non serve a diminuire i femminicidi; “Perché?”, si è chiesto il mio povero neurone. Kiko per spiegarlo in modo semplice ha citato salmi e antico testamento, tarallucci e vino, ha urlato che Cristo è morto per noi e che la Madonna è piena di Luce, e trallalero trallalà come spiegazione sui femminicidi.

Insomma, un sano fact checking proprio del XXI secolo avrebbe sbugiardato due terzi delle tesi presentate inclusa la credibilità dei relatori. Le cose più serie erano quelle fondate sull’Apocalisse, la Genesi, san Paolo che – si sa – sono fonti attendibili e riconosciute anche dal CERN.

E il GENDER? Bho? Volevo capire qualcosa in materia ma niente. Tutti a impregnarsi le fauci in un
diffuso “E' ‘na brutta cosa che rovina la famiglia”. Molti travolti da catene di messaggi su Whatsup che asseriscono come in Germania e Francia alle elementari venga insegnata la masturbazione e alle medie la copulazione in luogo pubbligo.

Quello che ho visto a San Giovanni, e mi preoccupa, è cristallina paura per i propri figli, preoccupazione per l'incapacità di capire il mondo e dunque educare alle sfide, tanto bisogno di risposte semplici e diffusa solitudine. Poi ho visto schiere i falchi in tonaca e in politica che di tutto questo si faranno un bel boccone.

Sono contento di esserci andato. Volevo uscire dalle battute su Facebook e dai talk show sul tema.
Si tratta di temi che mi riguardano personalmente perché oggi tocca ai gay, domani a chi legge Pasolini, dopodomani a chi pubblica Baumann o Harry Potter, e poi chi non vuole mettere la divisa, chi la domenica non va in chiesa, chi usa il preservativo, chi non saluta la bandiera, poi a me.

lunedì 11 maggio 2015

Dalla musica al tumore di Gianmaria Testa

Ho scoperto la magia di Gianmaria Testa da un trafiletto che segnalava come questo ferroviere italiano semisconosciuto avesse fatto 3 serate di tutto esaurito all’Olympia di Parigi. Sarà stato il 1996. Per fortuna dovevo andare a Parigi di lì a poco e mi accaparrai il suo primo disco Montgolfieres e anche un raro demo non destinato al commercio.
Fu amore a primo ascolto per quell’uomo schivo che echeggia da lontano le atmosfere di Conte e Fossati ma percorre un nitido percorso tutto suo.
Nel suo caso, più che di un percorso si può parlare di viaggio. Già, Testa è il cantore del Viaggio in tutte le sue varianti, mezzi, direzioni. Treni, auto e aeroplani muovono i sentimenti dei suoi personaggi, sostenuti da un intreccio jazz che con gli anni si è dilatato verso contaminazioni sognanti.

L’anno dopo la felice scoperta parigina, leggo che è previsto il suo primo concerto importante in Italia proprio al Teatro Carlo Felice di Genova, dove vivevo. Compro una spettacolare prima fila e attendo. Presentandomi la sera fissata vengo dirottato nella sala prove del teatro perché i biglietti venduti sono talmente pochi che nella sala principale da 2000 posti saremmo state una quarantina di tristi mosche sparse sui velluti. Quaranta mosche presto trasformate nei vagoni del treno tirato dalla musica via da lì  

Escono altri bei dischi, tra cui Lampo.
All'epoca, sul web i suoi accordi non si trovano ancora e, col mio stile stentato, tiro già direttamente dall’ascolto quei 4 giri di chitarra che mi consentono di cantare e strimpellare Un Aeroplano a Vela.

Nel 2000 sono al Teatro Valle di Roma, parte di un tutto esaurito che lo conferma un grande anche in Italia. Stupefatto, dal palco ci confidò: “Dal mio piccolo paese del Piemonte, Madonna del Pilone, si veniva a Roma solo in viaggio di nozze o a vedere il Papa. Io suono per voi, non ci avrei mai creduto se me lo avessero detto pochi anni fa”.
Un altro concerto unico ed esclusivo fu quello per poco più di 100 persone, sul tetto del Palazzo delle Esposizioni, in una afosa estate romana, dove si presentò solo con la sua chitarra, un bandoleon e un contrabasso e provò musiche diverse che legavano mediterraneo e pampas.
In quel periodo comincio a ninnare i miei figli con la soave Biancaluna che arrivai a cantare a Ada per tranquillizzarla in una sala di Pronto Soccorso, facendo anche tacere i medici che la stavano curando, tutti presi ad ascoltare.

E poi, viene l’incredibile performance sperimentale all’Auditorium pochi  anni fa, come colonna sonora vivente a Giuseppe Battiston e al suo potente spettacolo teatrale “18.000 giorni – Il Pitone” sullo spettro della disoccupazione a 50 anni.

Oggi, sul giornale, leggo la sua lunga intervista a Michele Serra, della lotta contro un tumore inoperabile, della potenza della musica, di come a 57 anni fino a poco tempo fa ci si potesse dire già vecchi, di come si alzi a suonare e cantare la notte, di come non sia la paura a segnare i suoi giorni ma la sua voglia di lottare e battere la malattia.

Leggo e, senza altre parole, con totale inutilità, lo ringrazio e mi metto già in fila per il suo prossimo concerto. 

giovedì 23 aprile 2015

Idee innovative, azioni, approcci differenti per favorire l’occupazione dei giovani.

Percepisco molte novità nell’aria.
Qua e là c’è aria di ripresa. Non riguarda tutto e tutti, la senti in nicchie di mercato che guardano all’innovazione, all’internazionalizzazione, che riescono selezionare e motivare talenti in gradi idi fare la differenza per capacità, apertura alla contaminazione, padronanza del loro tempo.
C’è nell’aria poi una deriva anarchica legata alla perdita di rappresentatività e di senso in molto sistema pubblico che per missione, progetti e azioni pare indietro di vent’anni e impaurito dalla sua stessa ombra.
C’è anche aria di nuovo. Ne vedo molto in materia di mercato del lavoro e di sevizi per l’occupazione. Le persone, i cervelli migliori, si incontrano e immaginano in base alle necessità dei giovani e delle aziende.
  • Alla base di questi ragionamenti vedo ad esempio con grande favore la mobilitazione creativa per l’occupazione giovanile  PreOCCUPIAMOCI di RENA, McKinsey e TraiLab per mappare iniziative, progetti e azioni in atto per rispondere in modo efficace e innovativo alla richiesta di occupazione da parte dei giovani (indagine aperta ancora fino a fine Aprile). In tanti si occupano di incrocio tra domanda e offerta e molti con metodo e efficacia. Conoscerli serve a tutti, magari con l’idea di imparare e rendere sistemici gli interventi. Indagini del genere oscurano nella loro inutilità centinaia di volumi prodotti da ISFOL o Osservatori vari centrati spesso sui servizi, sui processi burocratici e per niente su necessità e impatti reali. E vista la lunga lista degli Enti partner di questa indagine credo di non essere il solo a pensarla così.
  • Vedo di nuovo con grande favore da punto di vista dell’utenza la nascita di piattaforme tematiche per l’incrocio domanda-offerta di lavoro come quella davvero ben fatta appena lanciata da Art Tribune relativa ai profili dell’arte, creatività, design e dintorni.
  • Sono incuriosito oltre misura da un progetto ambizioso come quello di Whatchado che tra poche settimane esce in Italia dopo l’enorme successo avuto nei paesi di lingua tedesca con la logica di raccontare alle persone migliaia di professioni ‘mettendoci la faccia’ e aiutando i giovani a capire la complessità del sistema fuori dalle poche professioni telegeniche. Tra le migliaia di professioni raccontate ci sono anche quelle di cui le aziende hanno bisogno ora, rendendo così più logico e naturale l’incrocio. Lì ad esempio ho appreso che le banche e le assicurazioni non ricevono i cv degli esperti in comunicazione digitale – che desiderano per ammodernarsi - perché viste come posti di lavoro ‘vecchi e noiosi’. Gli infaticabili raccoglitori di storie professionali di Whatchado sono arrivati anche a un profilo indefinito come il mio e lo hanno messo nella loro banca dati.
  • Infine vi lascio con questo splendido video francese in cui si mostra ancora un altro modo bizzarro e efficace di favorire l’incrocio tra domanda e offerta


Insomma, molto di nuovo e di interessante si muove sotto il sole.

domenica 12 aprile 2015

Garanzia Giovani e Servizi per l'Impiego: cosa servirebbe e cosa invece non serve ai lavoratori.

Sono circa 1,5 i miliardi di Euro che si stanno bruciando in questi mesi in una inutile iniziativa denominata Garanzia Giovani. È un intervento di sostegno ai giovani senza lavoro deciso nel 2013, su cui Istituzioni, Enti di Formazione e Agenzie varie si sono accapigliate per oltre un anno a definire i criteri con cui dividere il bottino e l’alibi con cui farlo. A due anni dalle decisioni europee molte regioni stanno ancora definendo le regole del gioco (qui qualche dato).
Le azioni proposte seguono percorsi che si chiamano Orientamento, Tirocinio, Apprendistato, Formazione, Autoimprenditoria (che associata alla parola Giovane NEET suona come un ossimoro). Tutte  parole create nella forma e nella sostanza negli anni ’90, quando il ministro di riferimento era Treu, il tempo indeterminato era per molti ancora un obiettivo realistico  e Internet lo usava solo la NASA. In breve, un piano destinato al fallimento in culla e i suoi progettisti destinati al girone degli ignavi.
Inoltre, la Garanzia Giovani e il Job Act stesso si calano in un contesto in cui i Servizi per l’Impiego pubblici sono evirati di testa e braccia con l’abolizione delle Provincie e revisione della conseguente delega in materia, e la fantomatica costituzione di una Agenzia Nazionale per l’Impiego da edificare in 2-3 anni sulle carcasse di ISFOL, ItaliaLavoro e (buon senso direbbe) la parte di INPS che eroga gli ammortizzatori sociali.

In generale, credo che il mercato del lavoro possa vivere solo se è funzionale a una strategia di sviluppo e investimento sui settori economici ai quali l’Italia è vocata e, in parallelo, rendendo più facile la vita di chi tenta di creare lavoro in termini burocratici, di accesso al credito, di legalità, di giustizia fiscale.

Ho più volte scritto su questo blog come a mancare non siano i soldi ma le idee e il rimpallo tra le istituzioni e le parti sociali sia il segno della diffusa incapacità a confrontarsi col presente.
Per lavoro e come cittadino, assisto allo sviluppo di molti servizi per l’impiego che, nell’assenza istituzionale, portano risposte e efficacia. Vedo anche il pericoloso distacco crescente tra pubblico e privato e la progressiva inutilità del pubblico rispetto a un privato che si auto aiuta senza considerarlo e neppure chiedendogli più soldi.
Nei servizi attuali non si vedono azioni di senso in relazione alle nuove forme di lavoro, allo sviluppo delle competenze legate lavoro autonomo che riguarda almeno il 70% dei nuovi assunti. La cosa più innovativa è forse il Contratto di Collocazione in troppo timida sperimentazione, che riprende prassi che in UK hanno ormai 15 anni e che già vengono ripensate perché superate dai tempi.
Quello che invece vedo è:
  • il nascere di veri e propri pezzi di servizi attivi del lavoro fuori dal sistema, in luoghi come i fab lab, gli spazi di coworking, gli spazi per makers, non nella logica modaiola delle start up (chimere sopravvalutate per pochissimi) ma come luoghi dove avviene l’apprendistato alla libera professione, non sancito da alcuna legge ma destino che riguarda la stragrande maggioranza dei giovani.
  • la fine sul campo della retorica delle relazioni intergenerazionale di molti progetti-fuffa in cui “gli anziani passano competenze e relazioni ai giovani” o del "salviamo i mestieri che non ci sono più". Gli over 50 sono spesso espulsi perché a disagio nelle richieste del mercato del lavoro e sono loro le fasce deboli che i giovani possono sostenere e attualizzare. I mestieri non ci sono più quasi sempre perchè non hanno più senso. Gli stessi over 50 si sforzano di adattarsi a un mondo dove le relazioni (come tutte le informazioni) non sono potere se tenute strette ma solo se scambiate.
  • Grazie alle piattaforme online, è possibile la disintermediazione di ogni servizio e la nuova centralità di concetti come la reputation del candidato e il branding dell’azienda. Se parliamo di lavoro, è già la fine dei modelli on line dell’incrocio domanda offerta pubblici e privati (peraltro in Italia irrilevanti dal punto di vista statistico) per un modello su cui trionfano modelli di selezione in cui l’evidenza pubblica della vacancy c’è se genera anche branding all’azienda, altrimenti i canali di ricerca rimangono ‘informali’.
  • La necessità del bastone e della carota. Nessun servizio può essere standardizzato se non risponde alla regola per cui gli ammortizzatori sociali vengono erogati solo se il lavoratore si attiva davvero per cercare lavoro. La retorica del reddito di cittadinanza è dunque spazzata via dalla logica del reddito minimo garantito, garantito solo “se”. Oggi questo non succede, mai, neppure quando la legge in qualche modo lo imporrebbe come nella CIGS e nella Mobilità.  (Voi lo immaginate in Italia un impiegato del centro per l'impiego che ‘tiene famiglia’ e rifiuta l’assegno a un utente perché non si è attivato, magari lavorando in nero? Io no)
  • La lettura intelligente dei dati. La progettazione dei servizi è scalata di modello con l'uso dei dati. Anche in Italia sono in atto hackaton interessantissime sul come mettere in relazione la grande mole di dati sul tema per comprende il mercato del lavoro e sviluppare servizi che rispondano a esigenze reali e non alle lobby.  Non pensate perà di trovarvi funzionari o accademici, queste nuove piste di lavoro le sviluppano gruppi di cittadini che poi riporteranno alle comunità e ai territori la conoscenza messa a punto.
Lo avrete capito, quello che mi tormenta di più oggi è la mancanza di dialogo tra mondi che si sono voltati le spalle per comodità, autodifesa, paura, interesse e nell'allontanarsi uno dall'altro sfaldano il terreno su cui poter costruire un futuro solido per chi c'è e chi verrà. Bisogna lavorare per ricucire. 


lunedì 6 aprile 2015

Lo Yemen è in guerra. Ci sono stato e lo ricordo così...

Le prime pagine dei giornali, le aperture dei tg, vanno ovunque tranne che in Yemen. Da settimane lì è in atto una guerra sanguinaria e devastante in cui gli aerei dell’Arabia Saudita bombardano Sana’a, la capitale occupata da settembre da i sostenitori dell’ex presidente Saleh, sospettato di appoggiare i ribelli sciiti filoiraniani Houthi. Il Parlamento è stato sciolto e il paese è in preda alla totale anarchia per bande. Il presidente in carica è scappato a Ryad. Una situazione drammatica per gli abitanti e che interessa alla dilomazia internazionale meno della Siria. Ci sono pochi cristiani coinvolti e zero bianchi e dunque nessuna notizia da raccontare.
Ci sono stato in uno dei più bei viaggi della mia vita, sicuramente il più magico. Ero lì nella finestra temporale tra la guerra che unificò il nord al sud del paese e l’11 settembre 2001.
È (era?) un posto unico al mondo. Per molti aspetti andarci era anche un viaggio nel tempo. Un luogo dove la natura, gli uomini, le armi davano a me, bipede occidentale, la sensazione di un ‘altrove’ dominato dalla forza e votato al sacrificio.
In quel viaggio il Paese era in pace, una pace dura e spigolosa con pochi sorrisi e tensioni serpeggianti in ogni angolo. Per ricordarlo e accendere una piccola luce su quel posto, provo lasciare qui qualche briciola di quel viaggio:
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L’unicità di Sana’a è confrontabile solo con quella di Venezia. Pur non avendo avuto un Canaletto a raccontarne lo splendore, i palazzi altissimi ne hanno la bellezza e la raffinatezza. Solo che al posto dell’acqua le fondamenta sono piantate nella sabbia del deserti.
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Sono palazzi in argilla e mattoni, labirintici all’interno e costruiti per ingannare il caldo. Fuori si ergono superbi con le loro decorazioni bianche in calce che hanno la finezza e la bellezza dei ricami più preziosi
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Gli uomini indossano tutti l’abito tradizionale lungo e a nessuno che abbia più di 14 anni manca il coltello ricurvo, la jambia. La portano come noi faremmo con la cravatta. Molti non disdegnano anche girare con la pistola, il fucile, il kalashnikov.
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Durante un lungo trasferimento in pulmino dal nord al sud del paese, l’autista si fermò in mezzo al nulla, dispose delle bottiglie a trenta metri da noi e, per un dollaro a colpo, fece provare il mitra ai viaggiatori che lo desideravano
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Gli stessi kalashnikov venivano scaricati verso il cielo ogni sera allo scoccare dell’ora in cui si poteva rompere il digiuno legato al ramadan. Le prime sere trattenevo il respiro fino alla fine di quegli sbotti di gioia, poi mi limitai a rimanere al chiuso.
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Le donne, tutte imprigionate nei loro burka si muovevano silenziose nelle città e zappavano la terra nei campi. Nei mercati la biancheria intima coloratissima e traforata ammonticchiata nei banchetti, completava una sudditanza culturale che a noi turisti appariva parte di una tragica schiavitù.
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A parte pochi hotel a 5 stelle per ricchi americani, blindati e senza senso, nessuna infrastruttura turistica. Abbiamo dormito e mangiato nei funduk, luoghi di sosta carovanieri dove dividevamo cibo semplice sullo stesso pavimento coperto di tappeti dove avremmo poi dormito.
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Il ghat, una pianta alcaloide parente della coca, masticata da tutti, che inebetisce e rende automi e senza volontà, e che distrugge i denti e brucia quasi il 50% del PIL del paese.
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Le carcasse di carri armati di fabbricazione russa abbandonati lungo le strade e furi dalle città, coperti di sabbia o usati come parco giochi da mille bambini sorridenti.
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Le spiagge, magnifiche e deserte, sull’Oceano Indiano dove all’improvviso tre donne in chador con visi solari e modi gentili dispongono su foulard colorati decine di conchiglie, forse rare, di certo magnifiche. Ancora oggi, quandole rigiro tra le mani, sento il mare senza neppure il bisogno di portarle all’orecchio.
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Il cappotto di fustagno con bottoni dorati, residuo dell’alta uniforme di un ufficiale inglese delgi anni '30, che ho comprato al mercato dopo una interminabile contrattazione.
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Shihara, il paese a 3000 metri d’altitudine, palazzi di argilla, aquile, dove è anche l'abitazione di Franzisca, giovane yemenita innamorata in qualche modo ricambiata di un viaggiatore italiano arrivato lì un paio d’anni prima.