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lunedì 26 maggio 2014

Voglia d’Europa non di retrocessione.

Prometto, non commenterò mai un risultato del Mondiale 2014 perché del calcio capisco a malapena le regole e non comprendo le ragioni. Sono però un cittadino, faccio politica con le mie azioni quotidiane e dunque non riesco a esimermi dal porre qualche riflessione sul risultato elettorale delle Europee.

  • Voglia d’Europa. È l’aspetto più chiaro e confortante. Gli italiani vogliono far parte dell’Europa e hanno capito che se c’è futuro questo è lì, con gli altri Stati Membri, nella pace. Fandonie come l’uscita dall’Euro non li tentano. Il PD ha vinto prima di tutto perché aveva la scelta maggiormente europeista, è stato credibile negli atti, nei toni e anche negli slogan. 
  • La legittimazione di Renzi (e Marino). Chi ha a lungo, giustamente, detto che Renzi è stato ‘imposto’ e non votato, da oggi può solo tacere. Allo stesso tempo, questa superlegittimazione diventa un carico di responsabilità storico in merito alle riforme. Non ci sono più alibi. Renzi ha vinto soprattutto contro i suo partito, che lo ha sempre subìto. Vorrei aggiungere che il 42% a Roma deve essere letto anche come un rafforzamento a Marino, inviso a molti PD ma a molta meno popolazione di quanto si pensi.
  • Il partito degli onesti senza idee, M5S. Questo mesi hanno evidenziato come Grillo sia di destra, confuso, senza un programma e – soprattutto – faccia paura. Quest’ultimo elemento l’ho sentito molte volte specie dalle persone anziane che hanno visto il fascismo. Le stesse che reputavano B. una marionetta col parrucchino avevano un timore istintivo di Grillo. La volgarità innata della sua politica ha spaventato i più. Le espulsione, epurazioni, censure dentro e fuori il partito sono state quanto di meno democratico visto in Italia negli ultimi anni. E ha pagato, duramente. Forse la fine è iniziata con la sconfessione dei propri parlamentari sullo ‘ius soli’, i corteggiamenti con Forza Nuova, la non presentazione alle regionali in Sardegna. M5S può rilanciarsi solo se mette da parte Grillo e Casaleggio. E dell’Europa non sapeva neppure la collocazione sulla cartina.
  • L’uscita di scena di B. Berlusconi, patetico e ormai imbarazzante, è riuscito ancora a tenersi accanto la creme degli stipendiati, interessati, evasori, evasi, che in Italia rappresenta un ragionevole 15%. Il ‘liberi tutti’ è alle porte e non credo che il lancio nell’arena della figlia Marina possa essere un’opzione reale, la ragazza mi sembra furba e si terrà lontana.   
  • I fenomeni della Lega. La Lega al 6,2% è un risultato fenomenale che mette assieme gli antieuropeisti veri e duri. RIallacciare il filo della politica con questi cittadini credo sia la priorità per il Nord Italia che vuole essere protagonista nei prossimi anni.
  • Tsipras. Una sinistra dura e pura è necessaria e la avremo, ne sono felice più per il piano europeo che nazionale. In Italia l’esperienza di SEL pare ormai alla fine sia sul piano della cultura politica che della capacità di proporre idee. Qualche cosa di nuovo speriamo succeda presto da quelle parti.  
  • Alfano e NCD. La loro ammissione al consesso aiuta Renzi e lascia un seme sulla possibilità che si vari un centrodestra ‘normale’. Certo che se i travasi dal PdL e la presenza di inquisiti rimane a questo livello, poco ci sarà da salvare anche qui.
  • Meloni e Fratelli d’Italia: non se ne sentiva la necessità e gli elettori lo hanno detto chiaro. Qui neanche il solito Photoshop potrà fare un lifting a idee e numeri.
  • Scelta Civica e IdV: Chi glielo ha fatto fare? Su quali basi pensavano di raggiungere il 4%?  Non pervenuti.

giovedì 22 maggio 2014

Votate, perché solo in Europa l'Italia si può coniugare al futuro.

Non avrei mai pensato di sedermi un giorno per scrivere un appello al voto europeo.
Per certi aspetti l’avrei giudicato inutile perché ovvio (siamo Europei? Mica devo ricordarlo io!), dall’altra è talmente evidente che senza l’Europa saremmo spacciati che l’affluenza dovrebbe essere fin maggiore di quella legata alle nostre elezioni politiche nazionali. Scrivo però perché in queste settimane ho colto un livello del dibattito infimo e disinformato, lunghe diatribe che nulla hanno a che fare con la UE, capipopolo ignoranti e supponenti.

Io sono cittadino europeo e solo grazie a questo posso avere un’opinione sul mio paese, posso capire cosa vi succede, posso fare confronti amarlo odiarlo, impegnarmi nel cambiamento. 

In Europa viaggio e passo confini ormai invisibili, mi alimento di conoscenza, sapori, informazioni e idee che germogliano in stati e lingue diverse dalla mia. Sorrido della Generazione Erasmus che ha scoperto se stessa grazie all’Europa unita. Provo orgoglio per l’amore incondizionato che gli altri Stati hanno per l’Italia e mi si ghiaccia il sangue a ascoltare le loro analisi su di noi, lucide e informate più della media di noi italiani. Vedo spesso opportunità (per me e per tutti) che l'Italia non dà e, sentendomi cittadino europeo, non vedo l'approfittarne come emigrare ma solo come coglierle. Mi godo inoltre la pace che l’Europa ci garantisce e comprendo quanto sia costata.

Come cittadino europeo ho passato venti anni a cercare di non vergognarmi quando tutta l’Europa vedeva bene come il nostro Re fosse nudo, non solo davanti alle minorenni ma davanti alla Storia, al buon senso, al progresso.
Negli stessi 20 anni ho mille volte ringraziato chi ha lottato perché fossimo nell’Unione e nell’Euro perché è solo grazie alla nostra appartenenza europea che abbiamo avuto un minimo di leggi, regole, politiche. 
Non sono state tutte perfette per noi? Può darsi, ma la colpa è nostra: siamo da tempo l’ultimo vagone del treno (per scelta e decisione nostra) ma meno male che al treno eravamo attaccati.

Votare è di fondamentale importanza perché è puerile dire che tutto fa schifo e tutti rubano. Anche io sono contro l’Europa delle banche ma solo votando si può fare qualcosa per costruire diritti (e doveri) comuni, servizi sociali diffusi e democratici, opportunità e innovazione, un superamento dei criteri di austerità che in mancanza di altre idee ci bloccano qui, al palo.       

Vedo con terrore l’ipotesi che ci sganciamo dal convoglio proprio ora che il sistema di potere che ha cariato il Paese forse è alle corde (per motivi anagrafici e giudiziari).

È il momento di  guadagnare posizioni sul treno, di avvicinarsi fino a unirsi ai piloti e ai navigatori. 

Per farlo occorre competenza, positività, toni pacati e idee chiare. 
Prima di tutto occorre votare.

mercoledì 21 maggio 2014

Zero Reputation: del perché i tassisti non ci sono simpatici.

Ho già scritto dello scontro che vede protagonisti i tassisti e il servizio Uber per il noleggio di auto con conducente. Tutti i giornali ne parlano, pochi a proposito. La diatriba viene semplicisticamente presentata come ‘vecchio’ contro ‘nuovo’ che in un’epoca di rottamazioni allegre fa istintivamente propendere il tifo verso chi brandisce un’App e non un cric. Il tema è mal posto e, al di là delle lecite resistenze di chi vuol mantenere posizioni pagate a caro prezzo, rientra in un più generale bisogno di regole e servizi adatti al XXI° secolo.

Qui però vorrei fermarmi a riflettere di come i tassisti in questa fase paghino la scarsa simpatia del pubblico verso la categoria.
In termini contemporanei potrei quasi dire che la loro reputation  è un disastro, il ranking dei loro servizi è sofferente, la customer satisfation sofferente, il brand della categoria svalutato. E, a mio avviso, queste debolezze potranno essere per loro ragioni di parecchie sofferenze.
A parte che a se stessi e ai loro familiari, la categoria è piuttosto invisa. Ma cos’hanno fatto che li ponga su di un piano diverso da quello dei falegnami, degli insegnanti, dei giornalai o degli architetti?

Nulla di personale ma è diffusa la percezione che tra i servizi taxi imperi la scarsa qualità del servizio. E se il servizio che eroghi è percepito come insoddisfacente è difficile avere solidarietà professionale.
Certo le auto vanno da qui a lì, ma non basta.
L’uso del taxi in questo paese si confronta spesso con sistemi di tariffazione spesso discutibili e iniqui, distrazioni dubbie, carenze in materia di bancomat wifi aria condizionata, radio costantemente sintonizzate su acefali canali da ultras, uso del cellulare alla guida, …
Diciamo che la user experience è sconfortante e il cliente è spesso una variabile indipendente.
La mia personale opinione è che questa sciatteria diffusa sia generata a sua volta dalla autopercezione di essere fondamentali e intoccabili. Forse il sapersi un pubblico servizio fa alla lunga pensare di essere quasi dei dipendenti pubblici. Intoccabili forse potranno continuare a esserlo ma fondamentali non credo.

La loro intoccabilità l’hanno costruita, come tutte le corporazioni, strutturando legami stretti e spesso opachi con la politica. L’esenzione alla ricevuta fiscale concessa da Berlusconi e la contiguità interessata con frange estreme li ha resi indiscutibilmente antipatici. Il blocco alle nuovi concessioni comunali legato alla candida motivazione che c’è un mercato nero da tutelare fa ribrezzo. Il voto di scambio a cui si presta in larga parte la categoria mi allontana da ogni empatia (“a dotto’, visto che la porto in Regione, ce lo dice lei alla Polverini che se non ci da i soldi che ci ha promesso in campagna elettorale per le auto nuove, la prossima volta i nostri voti li diamo a quarcun’altro. Ventimila preferenze almeno”).

Poi, come capita in tutte le corporazioni chiuse, le mele marce non vengono additate e messe all’angolo dagli altri (o dai giudizi degli utenti, se vogliamo essere un po' 2.0) ma tollerate voltandosi dall’altra parte.

Ora sono sotto attacco.
App americane, car sharing, biciclette anche, ne minano alle basi la necessità, a meno che non decidano di confrontarsi e rilanciare. Magari ricostruendo la loro immagine attraverso un atteggiamento diverso verso il mercato... vedremo.
Per manifestare le loro ragioni intanto picchetteranno le stazioni, bloccheranno forse strade, faranno casino, troveranno il politico compiacente a far salire i toni. Con molte ragioni dalla loro parte ma - e mi spiace - con ben pochi cittadini al loro fianco.

sabato 17 maggio 2014

Servono regole per questo millennio, non tassisti incazzati.

Oggi a Milano 300 tassisti inferociti hanno fatto irruzione al Wired Next Festival dove si parlava di futuro e di come tecnologia e Economia della Collaborazione stiano ridefinendo le regole del consumo e della produzione, di beni e servizi. I tassisti volevano impedire a Benedetta Arese Lucini, manager per l’Italia dell’app UBER di parlare in qualità di caso di successo della new economy.

Rabbrividisco perché otto giorni fa ho scritto su questo Blog un post sull'Economia della Collaborazione che mi ha stupito per accessi e condivisione, che cito:
Scontri più o meno espliciti sono all'orizzonte: Albergatori contro AirBnB, Ristoratori contro CookeningTassisti contro Uber, distribuzione alimentare contro Food Assembly, banche contro Social Lending e così via, ... qualcosa andrà distrutto, posti di lavoro andranno persi e altri creati, tante cose andranno regolamentate molti dovranno cambiare pelle per continuare a stare sul mercato. Le corporazioni e i monopoli sono tutte destinate a essere travolte dal mercato che cambia.

Non faccio vaticini, né leggo i fondi di caffè. Osservo e sommo, talvolta sottraggo il rumore di fondo di chi si ostina a sottovalutare la potenza dell’innovazione dal basso. E' il mio mestiere.

Ciò che per Wired è una best practice, per Mario Rossi tassista a Lampugnano è una minaccia epocale, una minaccia di estinzione.
Un mondo nuovo è alle porte, che preme per stravolgere regole e consuetudini, corporazioni e monopoli. Se dopo il risibile tentativo di fermare la musica liquida chiudendo Napster servivano altre conferme che i muri si aggirano, ecco che ce le troviamo in casa. Le agenzie di viaggi sono state decimate da Internet, le Poste hanno cambiato pelle, l’editoria si deve reinventare. I tassisti devono trovare un modo per far parte del mondo che verrà o cambiare mestiere. Uber deve rispettare le regole sostenendo le proprie ragioni nel cambiare.

Perché in questa partita:
  • Non ci sono buoni né cattivi, il mercato vive di vita propria.
  • C’è il passato e il futuro, quelli sì.
  • Ci sono i diritti dei consumatori ad avere servizi di qualità, sicuri e a prezzi equi.
  • C’è il diritto della collettività a esigere  il pagamento delle tasse da chi produce reddito.
  • C’è la fine della divisione tra privato e professione.
  • C’è il disvalore del possesso quando ci basta l’uso.
  • C’è la follia del consumo messa a confronto col riuso, il riciclo, il risparmio.
  • C’è una sfida epocale a cui è chiamata la Pubblica Amministrazione.
Stamattina lavorando a un’ipotesi di piano per lo sviluppo di un ecosistema collaborativo su base regionale scrivevo (scusate la seconda autocitazione, ma questa è perlomeno inedita):


Finora la Pubblica Amministrazione è rimasta passiva rispetto a tali dinamiche, non facendosi permeare (nei processi decisionali, normativi, organizzativi) dalla rivoluzione culturale in atto, senza recepirne l’effettivo potenziale in termini di semplificazione dei processi, progettazione di servizi, creazione di valore per i territori.
Le pubbliche amministrazioni non possono più governare solo in nome dei cittadini, ma se vogliono mantenere credibilità e senso devono farlo con i cittadini che diventano una fonte di energia, talenti, risorse, capacità e idee.
Il settore pubblico è di fronte a una sfida storica: può facilitare lo sviluppo dell’economia della condivisione o osteggiarlo.
Può togliere auto dalla strada, evitare ridurre e rivalutare i rifiuti, includere gli esclusi; mettere a disposizione luoghi, informazioni, competenze perché  acquisiscano creino nuovo valore per la collettività.”
Il ruolo della PA diventa quello di supportare la nascita e l’integrazione di un ecosistema con:
  • Adeguamento della normativa per favorire la transizione da un modello economico all’altro, ammortizzando l’impatto del nuovo paradigma, dando certezze alle imprese e alle startup;
  • Sostegno alle sperimentazioni, con un’attenta analisi di impatto e una rapida messa a sistema laddove auspicabile.
  • Messa a disposizione di luoghi fisici (anche oggi male/sottoutilizzati) dove si sviluppino attività aventi i cittadini come co-progettisti e protagonisti di scambi di idee, talenti, tempo.
  • Promozione di spazi virtuali. Dunque sviluppo e sostegno a piattaforme on line, dove condividere e/o scambiare tempo, talento, libri, auto, spazi verdi, parcheggi, attrezzature, ricette, consigli medici, camere sfitte, libri, energia pulita.
  • Identificare, sostenere, valutare, App a valenza civica in grado di dare soluzioni a bisogni collettivi attraverso strumenti diffusi come smartphone e tablet
  • mettere a contatto esperienze e persone, anche grazie a facilitatori che includano i più deboli, che spingano al dialogo tra generazioni e tra generi, che sorveglino il rispetto della legalità e dei valori democratici e della libertà di espressione.
Le cose succedono anche se non vogliamo. 
Se le affrontiamo con saggezza possiamo  guadagnarci tutti. 

venerdì 9 maggio 2014

Economia della Condivisione, futuro e altre serie amenità collegate.

Possiamo continuare a consumare, inquinare, muoverci, sprecare, isolarci, fregarcene dell’eredità che lasceremo? La domanda è retorica ma la risposta può essere molto pratica.
Ho passato tre giorni al OuiShareFest di Parigi, il Festival dell’Economia Collaborativa, dove amministratori pubblici, grandi aziende, piccole start up, filosofi, smanettoni dell’open source, sognatori e costruttori di futuro si sono dati appuntamento per raccontarsi che si può e si fa.

Amministratori pubblici hanno raccontato come il settore pubblico possa facilitare un’economia della condivisione che tolga auto dalla strada, eviti riduca e rivaluti i rifiuti, includa gli ultimi, metta assieme le diverse informazioni in modo che acquisiscano nuovo valore. A Seul, Berlino, Amsterdam (e anche Bologna) si parla di Sharing City (che forse è la via più equilibrata alla Smart City di sapore tecnologico ma poco vicino alle persone).
La ministra francese alle politiche digitali ha detto con franchezza “Le comunità e le persone sono in cerca di SENSO. Compito della politica è costruire questo senso. Voi potete aiutare molto”. Sottintendeva anche che le migliori idee e comportamenti possano venire con credibilità solo da chi fa, sbaglia, corregge, affina.

L’amministratrice delegata di Castorama ha spiegato come sempre meno gente comprerà trapani poiché quello che serve davvero è solo il buco. Ecco che allora loro affitteranno le attrezzature, metteranno a disposizione dei laboratori attrezzati dove si potrà andare a farsi la mensola o la porta, incontrare appassionati come voi, imparare dai più esperti. E renderanno pubblico il design dei loro prodotti in modo che chi vuole possa riprodurre con stampanti 3D. Non hanno paura di perdere mercato? No, sanno che sarà l’opposto perché la fantasia dei clienti inventerà nuove destinazioni per i loro prodotti. Da fornitori di prodotti molte aziende diventeranno abilitatrici di processi.

Un giovane nepalese ha descritto come funziona la sua scuola per figli di indigenti: uno dei due genitori paga la frequenza lavorando per la scuola due giorni al mese in attività contadine o artigianali ottenendo prodotti che verranno venduti per sostenere la scuola.

Quello di Parigi non era un ambiente naif, né new age, né di sinistra, né di destra.
Era un consesso molto pratico che vedeva come inevitabili certi processi e come sia il profit che il no profit dovessero fare i conti con il cambio di paradigma economico e di comportamento dei mercati.
Scontri più o meno espliciti sono all'orizzonte: Albergatori contro AirBnB, Ristoratori contro Cookening, Tassisti contro Uber, distribuzione alimentare contro Food Assembly, banche contro Social Lending e così via, ... qualcosa andrà distrutto, posti di lavoro andranno persi e altri creati, tante cose andranno regolamentate molti dovranno cambiare pelle per continuare a stare sul mercato. Le corporazioni e i monopoli sono tutte destinate a essere travolte dal mercato che cambia.

L’Economia della Collaborazione era di certo nel DNA dei nostri nonni, di chi nella tradizione contadina e nella penuria di risorse del dopoguerra trovava naturale e logico utilizzare tutto, riparare, risparmiare perché consapevole che un futuro poteva e doveva esistere. Questa certezza di un futuro ‘a prescindere’ è diventata talmente nostra che abbiamo sostituito l’essere con l’avere.

In tal senso, la crisi ha aiutato a ristabilire un ordine di valori. E la tecnologia ha reso la possibilità di scambiare e condividere un fenomeno di massa, a partire dalla merce più preziosa: le idee. Soprattutto è così possibile condividere e scambiare con chi è con noi in sintonia anche se non lo conosciamo e non lo conosceremo mai.
Perché qui non si tratta di risparmiare ma di cambiare totalmente una cultura che vorrebbe far coincidere il consumo con la felicità. È semplicemente insostenibile dal punto di vista ambientale, sociale e economico (Già sentito? Oltre che il buonsenso, le stesse cose le dice anche la Strategia Europa 2020).
Anche perché come ha detto l’AD di Bla Bla CarSe una buona prassi non è scalabile, allora non è importante e non porterà a nulla”.

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Che poi i tassisti e Uber si sono scontrati davvero, otto giorni dopo... di questo ne parlo qui

mercoledì 30 aprile 2014

Parte la Garanzia Giovani. Viva i giovani! Ma soprattutto, lunga vita alle Garanzie!

Si tratta di una azione massiccia di contrasto alla disoccupazione giovanile, fatta di interventi spesso consueti attuati con strumenti ordinari dopati da una straordinaria dotazione economica in un contesto confuso e complesso. Sono 2 miliardi da spendere in meno di un anno e mezzo... fantascienza
Si avvia il Primo di Maggio e nei fatti per ora succede assai poco. Tolti forse il Piemonte e la Puglia nessuna Regione ha pensato a qualcosa di nuovo da offrire ai suoi utenti. Qualcuno rinforza sistemi esistenti che danno discreti  risultati (Lombardia, Toscana) e altri si accodano sperando che passi anche questa. Nei fatti se ne riparla tra qualche mese. Intanto iscriviamoci al data base.

Io, giovane disoccupato, mi iscrivo tramite il sito web del Ministero o della Regione, anche non la mia, al programma. Verrò chiamato entro 4 mesi dal Centro per l’Impiego e lì profilato e un po’ orientato, forse riattivato. Mi verrà proposta della formazione, forse un tirocinio, se sono fortunato il servizio civile, alcuni specialisti potranno favorire il mio ingresso nel mondo del lavoro.
Non vivo su un altro pianeta. Come operatore del settore abituato a osservare da vicino processi e organizzazioni mi viene da considerare:

Sulla Politica sul Lavoro in generale: la GG è un pannicello caldo che se non viene accompagnato presto da vere politiche di sviluppo che individuino i settori economici e lì concentrino investimenti, attenzioni, deburocratizzazione, si raffredderà appena finiti i soldi, e avremo messo su l’ennesimo nefasto ammortizzatore sociale. Che riformino pure il Senato e la Giustizia ma che facciano uno sforzo a immaginare un paese attrattivo dove sia bello e redditizio vivere e lavorare

Sui Centri per l’Impiego: funzionano a corrente alternata in tutta Italia. In media, peggio dove la disoccupazione è più alta. Dipendono dalle Province e dalle loro agonie di enti morenti. Hanno piante organiche incomplete e più precari al loro interno che tra i loro clienti.
I pochi bravi e bene organizzato fanno già le cose indicate in Garanzia Giovani e non ti fanno aspettare 4 mesi per avere i servizi. Vorrebbero magari strumenti più moderni (tipo un repertorio nazionale delle professioni, un sistema di incrocio domanda/offerta degno del primo mondo, un quadro istituzionale che gli consenta di erogare assieme servizi e indennità (carote e bastoni), un quadro normativo che li promuova e li valuti).
Gli altri sono strutture abbandonate dalla politica e dalle stesse direzioni di riferimento. Qualcuno vorrebbe incorporarli alle Regioni o a qualche Agenzia Nazionale. Sono abbandonati anche dagli utenti che li disertano per evitare perdite di tempo.   

Sulle azioni di GG: le azioni proposte dalle linee nazionali sono le stesse di sempre. Non ho nulla da aggiungere, soprattutto in relazione alla loro limitata efficacia. Mesi di lotte tra parti sociali e consultazioni tra lobby hanno prodotto schemi triti e elementari che faranno fare buoni affari agli enti di formazione, alle agenzie per il lavoro, e poco più. Per fortuna che qualche Regione ci mette del suo e prova a affrontare la realtà.
Per essere costruttivo, mi inoltro tra le righe delle (poche) Regioni che si sono esposte con delibere o bandi in materia di servizi da erogare.
Recependo obtorto collo le indicazioni della nuova programmazione del FSE 2014-2020, vengono qua e là esplicitate condizioni innovative (es. dalla Delibera 223/14 Reg. Lazio) “Formazione mirata all’inserimento lavorativo- Il rimborso [all’Ente di formazione] fino a 4.000 euro riconoscibile, in fase di prima attuazione, per il 40% a processo e per il 60% a risultato (in caso di successiva collocazione nel posto di lavoro entro 60 giorni dalla conclusione del percorso formativo). Tuttavia, trattandosi di una prima sperimentazione sia per la tipologia di intervento formativo sia per le modalità di rimborso, la Regione si riserva la facoltà di modificare tali percentuali sulla base dell’andamento della misura e degli esiti del monitoraggio.” È un primo passo, benvenuto, timido, in cui non si fa nessun riferimento alla durata/tipologia della ‘collocazione’. Anzi, ci si affretta a indicare come “Per il contratto di lavoro conseguente è prevista l’erogazione del bonus occupazionale.” E dunque la Formazione può stare tranquilla, dico io.
L’idea di pagare in base ai risultati, oltre che avere anni di ritardo rispetto a nazioni più responsabili, è pure applicata in maniera scolastica e si vede bene quando è applicata ai servizi di Sostegno all’Imprenditorialità, dove leggiamo  “L’importo [dei servizi di consulenza] sarà riconosciuto per il 40% a processo e per il restante 60% a risultato (effettivo avvio dell’attività imprenditoriale).” È evidente a tutti come un bravo consulente debba prima ti tutto valutare con durezza il business plan di ogni start up che gli si presenti davanti ma qui più sarai bravo nel tuo lavoro e meno euro vedrai J

Cosa manca, secondo me:
  1. L’ottimo approccio dell’orientamento ai risultati e all’impatto può funzionare bene se la bontà dei risultati vincerà sulla standardizzazione del processo. Mi spiego: la formazione così come è ha un'evidente efficacia, così come gran parte dei servizi per l’impiego. Mettere una marea di soldi sul pezzo sperando che vecchi soggetti e metodi possano dare nuovi risultati va contro ogni logica. Occorre più flessibilità sui servizi erogabili, quasi una liberalità nei processi.
  2. Altro grande buco antistorico è aver rinunciato da tempo a costruire un senso di solidarietà nazionale e generazionale sul tema, in cui le aziende e chi il lavoro ce l’ha si sentano responsabili della creazione di opportunità per gli esclusi e possano anche partecipare con le proprie competenze, tempo, relazioni al progetto GG. Qualcuno potrebbe farlo per responsabilità sociale, altri perché credono nell’Economia della Condivisione, nell’Innovazione Sociale. È possibile farlo.  
  3. Poco si vede anche di come considerare questi giovani un valore e non un soggetto da trattare. Nessun rilievo è dato alla collaborazione tra di loro, tra ‘peer’, alla progettazione di contesti che li motivino a rafforzare le proprie competenze sul campo elaborando un progetto personale e professionale e, nello stesso tempo, partecipare attivamente allo sviluppo del proprio territorio. Nessuno in GG stabilisce legami tra la potenzialità di migliaia di italiani adulti e l’uscita dalla crisi generale, e il modo in cui può avvenire.      In questa direzione l’unico esempio di rilievo che ho colto viene da “Tutti i giovani sono una Risorsa” di Regione Puglia, sviluppato in Bollenti Spiriti e che sarà anima anche di GG.
  4. Senza possibilità di successo è un’organizzazione che continua a mettere al centro il servizio e non l’utente. Una volta ‘smistato’ verso la formazione, la creazione di impresa, il servizio civile, …, la palla è passata ad un altro che fa il suo e può fallire o riuscire con gli strumenti che lui ha. A fallire o riuscire è invece il giovane. Non si vede la figura di un tutor/responsabile del processo globale del giovane, con cui possa parlare una volta la settimana, che a metà di corso di formazione inutile gli proponga un tirocinio in un altro settore o che se la business idea viene demolita gli proponga di fare un’analisi di mercato all’estero con una mobilità internazionale
  5. A quest’ultimo punto aggiungo che non si vede un processo di premialità dei Servizi per l’Impiego pubblici, che siano valutati in base alla loro efficacia. Con parametri di SROI (Ritorno Sociale dell’Investimento). E che tale valutazione arrivi al singolo operatore  a cui concedere premialità sulla base dei successi legati ai ‘suoi’ utenti.

L’argomento, mi capite, mi sta molto a cuore. Soprattutto finché vedo più Garanzie per gli operatori che per i Giovani. Gradisco riflessioni, critiche e contributi da parte dei molti colleghi che so attenti a queste note. Di certo ne riparlerò presto.


giovedì 24 aprile 2014

Ho grande fiducia nei mercati di periferia.

Ho fiducia nei mercati. I mercati raccontano molto dell’efficacia delle politiche, sullo stato dell’economia, sulla fiducia dei consumatori.
I miei preferiti sono quelli nelle prime periferie romane, non drogati dai flussi turistici e dai vizi di gola di diplomatici e monsignori, frequentati da famiglie di medio reddito, con le esigenze basilari di tutti e qualche spicciolo in più nel portafoglio per concedersi i gamberoni il sabato o il roast beef per la cena con la suocera.
Se devo credere ai mercati, oggi, 24 aprile post pasqua e presantificazioni, sono molto scettico. A fronte di uno sbandierato recupero dell’economia, di messaggi tranquillizzanti e positivi da parte di chi amministra il paese, mi sono ritrovato con una situazione che anche solo rispetto a un mese fa è radicalmente cambiata:
  • I prezzi. La mozzarella di bufala è scesa sotto il muro psicologico (per noi, non per le bufale) di 10 Euro al chilo. Significa solo che forse ne mangerò di più o che ne vendono sempre meno e i produttori sono col l’acqua alla gola? Anche la porchetta si trova buona a meno di 10 euro al chilo. Il parmigiano reggiano è ormai da tempo tra i 12 e i 14 euro, ben lontano dai fasti di un tempo, e pensare che pure le scorte fatte dagli strozzini dopo il terremoto dovrebbero essere finite. Mettiamoci anche il baccalà bagnato a 10 euro e il filetto a 9.
  • I negozianti. Oggi sembrava di essere in un suk: tutti a gridare i loro prezzi e le meraviglie dei prodotti “Solo io ho le fave di qualità!” “Orate a 10 contro la crisi!” e altre disperazioni del genere. Sono diventati petulanti, non lo erano. Erano gentili e generosi. Ti si aggrappano al sacchetto con la foga di un naufrago. Se guardi nella loro ombra ti pare di scorgere i passi dello strozzino che li tiene alla garrota e attende la rata di fine mese.  
  • I sussurri. “In tutto il mercato sono al massino 3 i banchi che vanno in pari a fine mese” mi diceva uno. “Ma anche i mercati a Genova sono ridotti così?” mi chiedeva Gino il macellaio con cui discetto spesso dell’uso del carciofo con l’agnello o con la stessa coratella “La cosa che si vende di più sono le ali di pollo, due euro al chilo…”. Sussurri che sono un po’ anche grida.
  • La politica. Se ne fa e dice molta nei mercati. “Secondo te, Renzi riuscirà a combinare qualcosa?” mi chiede la fruttivendola dal gran sorriso e gli occhi stanchi. Al banco dei tre laureati-precari-allultimaspiaggia che affettano salami e contano fagioli secchi il discorso diventa programmatico e le riforme si intrecciano con ragionamenti sulla tassa d’occupazione suolo pubblico, la regolamentazione del biologico, la concorrenza cinese.
Se i mercati non mentono, la situazione è molto più nera di quanto ce la raccontano e lassù, sulla tolda dell’Italic, ballano colpevolmente una musica suonata ormai in playback perché l’orchestrina, tutta in cassa integrazione, ha già lasciato il paese.