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sabato 27 febbraio 2016

La Realtà Virtuale sta a Internet, come Internet sta al fax.

Mi ritengo un uomo tecnologicamente fortunato.
Ho partecipato attivamente all’avvento di Internet, fin dagli esordi. L'ho cavalcato, mi ha cambiato in meglio la vita. Mi consente di accedere a informazioni, persone e opportunità come mai è stato possibile nella storia. Mi ha permesso di lavorare da casa, impennando la mia produttività e dilatando il tempo che ho dedicato alla famiglia. Mi permette di proiettare la mia esistenza oltre i confini del corpo.
Per farlo con competenza, serenità e sicurezza il mio cervello ha sviluppato logiche e imparato a padroneggiare schemi e comportamenti nuovi. Credo che le tecnologie stiano generando una piccola mutazione della nostra specie. Ho ben presente come per altri Internet sia invece una nuova schiavitù, un abisso, una preoccupazione costante. La differenza, come sempre nelle rivoluzioni tecnologiche la fanno l’educazione, l'esperienza e l’etica.

Mi ero già abituato all’idea che questa interconnessione crescente si estendesse dalle persone agli oggetti (l’Internet delle cose); mi è chiara da tempo la rivoluzione della stampa 3D ormai in grado di riprodurre organi umani, cibo, case, auto.

Un’altra evoluzione della specie è però necessaria per accogliere la Realtà Virtuale (VR)
Mark Zuckemberg ha dichiarato la settimana scorsa: “La Realtà Virtuale stravolgerà le nostre vite e il modo in cui comunichiamo.” Poteva fin enfatizzare di più.

Ho il piacere di vederne abbastanza, di collaborare nel progettare format, di studiare le prassi che arrivano al mercato, occuparmene per lavoro con le applicazioni futuristiche dei geni di ETT alla valorizzazione dei beni culturali.
Dopo qualche mese di assaggi non ho difficoltà ad affermare come si tratti di un nuovo salto culturale, fisiologico, etico e morale. Alcuni di noi si adatteranno ancora, altri lo cavalcheranno, altri ancora lo useranno per fini nobili, altri aberranti. Nuove ricchezze, nuove povertà, nuove opportunità, nuove relazioni e nuove solitudini.

Per chi non ha presente l'argomento, premetto come la Realtà Virtuale stia a Internet come Internet sta al fax.
Per VR oggi si intende la fruizione di realtà simulate attraverso visori che danno la sensazione di essere in un altrove dove le cose accadono e con cui potete interagire. Mentre ne fruite i vostri sensi vi dicono che siete lì. Su questo si stanno investendo trilioni di dollari.

Gli editorialisti dei quotidiani vendono le mirabolanti possibilità della VR (peraltro tutte reali) come poter disporre di ambienti incredibili per il gioco, per operazioni chirurgiche a distanza, simulatori di volo, molte applicazioni educative, riabilitative. Si possono allenare la mente e i sensi, comunicare/giocare/lavorare ‘in presenza’ con altre persone ovunque nel mondo. Bellissimo e stupefacente.
L’alterazione percettiva è quasi totale. Sono prossimi i primi modelli in grado di farti interagire con la VR senza joypad ma con sensori spaziali posizionati nella stanza. Il mercato è pronto al lancio dei primi videogiochi di qualità. I costi scendono, i processori si specializzano per animare tutto questo in modo da renderlo sempre più credibile ai sensi.
La combinazione tra VR e tessuti intelligenti (in grado di simulare calore, pressione, vibrazione) sarà uno dei prossimi passi, così come lo sviluppo di ambienti collaborativi.
Il business vero sarà nel poter soddisfare bisogni ben più profondi. Ne ipotizzo alcuni:
  1. Potremo presto interagire con i nostri defunti avendoli davanti a noi, parlare con loro o passeggiare in un bosco. Ai programmi basterà avere qualche loro immagine, magari un campione della voce, poi rispondere a qualche centinaio di domande su carattere e caratteristiche della persona poi la tecnologa farà tutto il resto nel ricreare per noi.
  2. di certo prima di quella scadenza il porno irromperà  nella VR. Se il livello di immersività sarà anche solo la metà del prodotto di navigazione dentro il corpo umano che ho provato recentemente, prevedo una bomba vera e propria. Poi il sesso potrà essere incrociato con tessuti intelligenti e le stesse tecnologie di rievocazione delle persone reali dette prima, etc, etc
  3. Come nel bellissimo e visionario film Her (S. Jonze 2014), credo che per alcuni particolarmente deboli o soli sarà possibile arrivare a innamorarsi del proprio sistema operativo, non solo nelle sembianze della persona desiderata ma magari irraggiungibile, ma anche in quelle di una persona nuova progettata per essere ideale per noi.
  4. Sarà possibile passare tempo, suonare in una band, giocare a carte o altro, chiacchierare in salotto con persone reali che stanno altrove o  con i propri miti.
  5. Saremo a Disneyworld, così come a Petra o Las Vegas, nella tomba di Tutankhamon senza andarci. Non come degli spettatori di un superfilm ma stringeremo la mano a Topolino così come potremo sfiorare le colonne o puntare davvero alla roulette.
   

Coniugando sistemi che autoapprendono e VR, per molti sarà superfluo uscire di casa e il fenomeno che oggi riguarda già adolescenti drogati dai videogiochi si potrebbe diffondere a molti. Per tante ragioni diverse credo che sarà difficile per molti evitare la dipendenza da applicazioni simili, che coprono bisogni e sogni per tutte le età della vita.

Abbiamo tempo per educare noi stessi e i nostri figli a un uso virtuoso di questi strumenti, per migliorare la vita e non per dotarsi di una vita migliorata artificialmente. Se non ci toglieremo più la maschera VR sarà solo perché riterremo la nostra vita non abbastanza ricca, condizione in cui prima o poi passiamo tutti, e preferiremo passare il suo comando a palinsesti artificiali. 
Ovviamente più povera è la vita, più sarà necessaria la droga, o il visore che sia.

La nostra vita di comunità, l’educazione, la cultura, l'etica dei progettisti saranno cruciali per farci usare la VR come una vera opportunità evolutiva.

sabato 30 gennaio 2016

Ero al Family Day '16 al Circo Massimo: ve lo racconto, purtroppo.

Lo ammetto, mi preoccupa essere qui a scrivere un post sul Family Day Circo Massimo 2016. Ci sono stato, ho osservato, ascoltato, parlato con alcuni per sentire le loro argomentazioni. Ho passeggiato a lungo per il Circo Massimo, un po' attonito e sempre più preoccupato per la deriva neo-neo fascista che questa cosa sta prendendo andando a raccogliere i brandelli di una destra vuota se senza nemici e di una Chiesa impaurita dal Papa e dal futuro.
Il colpo d'occhio della conca del Circo Massimo era notevole. Facevano bella figura, posizionati a metà dello spazio le falangi della destra sempre più organizzata, con le loro bandiere italiche e i manifesti con font runici. Poi, qui e là, c'erano tutti i movimenti fondamentalisti cattolici, qualche residuo di Comunione e Liberazione e alcune sigle inquietanti tipo Alleanza Cattolica a cui mancavano solo le croci uncinate. Poi dal palco è partita “Mamma son tanto felice” cantata dal vivo con musichetta così fascisteggiante che ti aspettavi fosse seguita da “Faccetta nera”, che molti dei presenti avrebbero di certo gradito.

Sono rimasto ammirato per la perfetta organizzazione. Truppe arrivate con pizza e mortazza dagli  oratori della cintura romana. Tanti bambini e gruppi parrocchiali, portati lì come truppe cammellate, perlopiù bloccati sui loro cellulari, poveracci (non per i cellulari). Moltissimo Veneto, impressionante davvero. Mi hanno profondamente indignato i gonfaloni regionali come quello della mia Liguria che chiarivano bene come per un 10% dei presenti quella lì fosse solo carne da voto a cui non dover rendere conto delle proprie abitudini sessuali e familiari ma solo da tranquillizzare contro nemici inesistenti. E mentre io giravo, loro urlavano forte “Questa è la vera piazza: le altre sono artificiali, create dai media.
Nell’aria risuonavano decise frasi come “Combatteremo fino all’ultimo!”, “Siamo qui a sguainare la spada di Chesterton!”; “Noi i figli li facciamo e per questo vinceremo! E la civiltà vincerà in Italia, e dall’Italia in tutta Europa”; “Chi tocca l’anima dei bambini instillandogli idee sessuali contro natura ne risponderà a Tribunale degli Innocenti”; “Difendiamo i nostri figli!” (senza mai chiarire bene da che o da chi, a parte che dalle loro paure); "L'Italia è sempre stata avanti nei diritti civili e ha depenalizzato l'omosessualità nel 1866" (Mussolini, si sa, ha mandato gli omosessuali ai campi di concetramento in pieno Medio Evo).

mercoledì 27 gennaio 2016

Vi anticipo il mio intervento di 180 secondi al RomaPuoiDirloForte

Oggi 28 gennaio, in Galleria Alberto Sordi sono invitato a portare la mia briciolina di idee al prossimo governo di Roma. Ho 180 secondi, sono pochissimi e sfidanti. L'iniziativa si chiama Roma puoi dirlo Forte! 
Questo intervento è stato costruito anche grazie a due giorni di crowdsourcing di idee sui social network. Strumenti come questi potrebbero supportare un’amministrazione capace di ascoltare.

Nel giorno in cui mi hanno invitato a intervenire, sotto il ponte della stazione Tuscolana sono apparse delle belle righe per delimitare la corsia riservata alla bici: le hanno fatte i cittadini. Andatele a vedere, sono meglio delle opere di Bansky. E' illegale farsi le righe? Possiamo discuterne... Perché i cittadini sanno cos’è la mobilità e se volessimo davvero risolvere il problema avrebbero mille contributi da dare.
Da qui la prima parola che porto alla vostra attenzione è MANUTENZIONE.

Amministrare una città significa fare Manutenzione, di tutto: delle infrastrutture materiali e immateriali, dei diritti, dei doveri, delle competenze, dell'organizzazione, della memoria. Manutenzione è rilevare i cambiamenti per un adeguamento tempestivo ad essi. La manutenzione fa funzionare il presente. È un obiettivo di minima, necessario, invocato dalle liste civiche, dai 5 Stelle, è il #torneràpulita di Storace, tutti sicuri che sia la risposta a chi ormai dalla politica non si aspetta niente di più.
La manutenzione da fare non ‘per’ i cittadini ma ‘con’ essi. Vediamo tutti come i Retaker stanno ridefinendo il concetto di cittadinanza attiva, i tanti gruppi efficaci nell’aiutare i migranti, che tengono aperte biblioteche o puliscono parchi. Non sono tappabuchi, sono cittadini impegnati e hanno molto da dire a chi sa ascoltare.

A me però un presente migliore non basta, voglio vivere in una città che guardi al futuro e credo che la politica abbia anche l’imperativo morale di sostenere INNOVAZIONE.
L’Innovazione non può essere imposta. Non si può dire a nessuno INNOVA!
Il Comune deve favorirla, semplificare la vita a chi la fa, liberare spazi per imprese e coworking, dare chance anche a chi ha fallito. Occorre coraggio, perché non ci può essere innovazione senza il fallimento. Occorre saper ascoltare per decidere. L’innovazione si fonda sulla diversità, è mettere a proprio agio i diversi, e questo deve essere un impegno di un Comune che guarda al mondo.

Da un punto di vista sistemico è interessante il modello della Cabina di Regia su Fondi EU della Regione. Il Comune è ora organismo intermedio per la gestione dei Fondi strutturali regionali, 260 milioni in 7 anni, occorre evitare i progettini e creare un ecosistema favorevole all’innovazione.
Ho chiesto all’assessore di Bologna come ha fatto a varare il Regolamento diPartecipazione per la Cura e la Rigenerazione dei Beni Comuni che ha ripensato i rapporti tra comune e cittadini attivi. Mi ha detto che la pressione dall’interno era tale che non poteva sottrarsi ad ascoltare l’esterno. Perché nessuna pressione 'da sotto' sarà ascoltata come quella dei dipendenti comunali che sono cittadini e sognano, riciclano, consumano, partecipano a social street, vanno in bici, hanno figli che non vogliono emigrare per trovare lavoro. ASCOLTO è dunque l’ultima parola che mi sta a cuore.

Se Roma sarà un bel posto dove vivere, nessuno la batterà come posto dove lavorare, viaggiare, ritornare… io vorrei che il medico mi dicesse che devo andare una volta all’anno a Parigi o Londra, invece quando invito gli amici qui rispondono “Sono già venuto 5 anni fa”.

Cosa sposta la prospettiva? I murales a Tor Marancia e a Furio Camillo. I festival del Cinema, le proiezioni a Via dei Fori, la Maker Faire, le mostre. E poi le persone e le imprese che si fidano del territorio perché il territorio si fida di loro, anche se non ancora della politica.

(Alla fine i secondi sono stati meno di 100 e il mio intervento è venuto fuori così )


lunedì 25 gennaio 2016

Quando 'partire' si coniuga al futuro imperfetto (caso 13)

Sabato pomeriggio c’è stata la festa per la partenza di Vittoria.
Vittoria ha 9 anni e va negli Stati Uniti, da qualche parte sulla costa Est. Abbiamo organizzato la festa per tutta la classe, perché i bambini si salutassero come si deve dopo tre anni passati assieme sui banchi.
È la terza compagna che lascia la classe in due anni perché i genitori in Italia non riuscivano a far quadrare i conti. Vittoria in USA ha dei parenti, il padre si lancia nella ristorazione, la casa si trova, l’azienda si apre in una settimana, se sei bravo i soldi sbucano fuori. E anche se non fosse esattamente così, occorre crederlo per trovare lo slancio.
All'età di 9 anni non vi è la cognizione del tempo e il ‘partire’ è solo un verbo della terza declinazione. Per i bambini gli Stati Uniti valgono Bologna o un quartiere qualsiasi della nostra grande città. Si salutano come ogni giorno perché è normale che gli amici si rivedano. Noi sappiamo che sarà difficile, se non impossibile però non glielo chiariamo, è come dirgli che Babbo Natale non passerà più.

Per un po’ circoleranno foto e auguri di buon compleanno, dalla prossima festa di Carnevale ci collegheremo via Skype e con un megaselfie. Forse tra un paio di anni Vittoria tornerà per le vacanze e andrà a fare un saluto agli ex compagni che stenteranno prima a riconoscerla, poi annulleranno in un attimo la distanza dei chilometri e degli anni di separazione, infine scopriranno come ci sia qualcosa di diverso se sei cresciuto di dieci centimetri e ti mancano esperienze condivise.
Intanto noi genitori guardiamo Pietro e Serena, i genitori di Vittoria, e ci immaginiamo nei loro panni perché in parte li vestiamo tutti i giorni. Vestiamo la stessa difficoltà a far quadrare i conti col presente, le ansie legate a decisioni importanti da prendere, le acrobazie nell’immaginare il futuro dei bambini al punto a volte da volerlo negare.

Mentre ci stringono le mani raccomandandosi di chiedergli l’amicizia su Facebook li accompagniamo col cuore, perché desideriamo come loro di rimanere e comprendiamo le ragioni del partire. 
Abbiamo forse qualche ragione in più per stare, qualche euro di più in tasca, qualche peso di più nella testa.

Però vogliamo davvero tutti che sulla East Coast ci sia almeno il sapore di quello che qui non potevano avere.


giovedì 21 gennaio 2016

Ettore Scola, quando presiedeva la Giuria di cui facevo parte alla Festa del Cinema di Roma

È stata senza ombra di dubbio una delle più sensazionali settimane della mia vita.
Il Comune aveva lanciato un bando pubblico per costituire la giuria del 1° Festa del Cinema di Roma. Si trattava di vedere e commentare 8 film. Partecipammo in più di 3000. Venimmo preselezionati in circa 300. A gruppi di 30 alla volta fummo convocati per un colloquio collettivo con giochi di ruolo.
Lì incontrai per la prima volta Ettore Scola. Ci accolse uno per uno, assistette curioso ai nostri tentativi impacciati di passare la selezione. Osservava e prendeva appunti con i suoi assistenti.
Poche settimane dopo ricevetti la notizia: ero tra i 50 prescelti.
All’epoca dirigevo un’azienda piuttosto grossa e rampante. Faticai abbastanza a ottenere una settimana di  ferie in novembre. Poi il circo ebbe inizio.

Ci muovevamo sempre in gruppo per 12 ore al giorno. Tre-quattro proiezioni, più le riunioni di giuria per stabilire i criteri e votare. Spesso raggiungevamo le conferenze stampa con gli attori, ci perdevamo in interminabili discussioni tra di noi. Sì, ogni accesso al mondo esterno era precluso, incluso giornalisti e familiari.
Ettore Scola era con noi, sempre col polso della situazione, carino quando poteva esserlo, fermo quando le ambizioni cinefile di qualcuno soverchiavano la logica o le regole della buona educazione. Indagava i nostri punti di vista e misurava curioso la distanza che ci separava, come generazioni, culture, punti di vista.
Ci furono due incidenti gravi in giuria (un piede e un braccio rotti), varie influenze anche serie (incluso io), ma nessuno mollava. I feriti ritornarono ingessati dopo poche ore all’ospedale e la Tachipirina scorreva a fiumi e giorno dopo giorno la convinzione di essere fortunati di sommava alla responsabilità dell’essere giusti e concentrati.

Gli aneddoti sarebbero mille, inclusa la cena notturna al Bioparco riservata alla giuria, dopo la visita alle tigri. Ricordo una bella discussione con Veltroni-cinefilo, l'incontro imbarazzato con la bella attrice francese che pochi minuti prima avevo visto sullo schermo in posizioni ginecologiche, l'orchestra di Santa Cecilia che suona il motivo di Star Wars, il silenzio di tutti quando in sala faceva buio. 

Dal giovedì pomeriggio cominciò a montare la tensione legata all’assegnazione dei premi. Lì fu chiaro che tra la maggioranza dei giurati e Scola c’era pochissima identità di vedute. E si discusse, allo sfinimento, fino a dover chiedere alla sicurezza di rimanere oltre l’orario di chiusura dell’Auditorium. Andammo a oltranza per ore. 

Solo la discussione per il premio alla Miglior Attrice trovò tutti concordi: erano tutte scarse e votammo la meno peggio in pochi minuti.

Di Scola porto con me un insegnamento di assertività e autorevolezza assieme che ho sempre presente quando devo gestire dei gruppi. Ancora ricordo la sua attenzione al risultato, rispettando ogni pensiero di noi pischelli, onorando allo stesso tempo la sua esperienza e l’incarico.  
Votammo dunque convinti lo Shakespeare in chiave  russa Izobrajaya Zhertvy di Kirill Serebrennikov (credo mai uscito in Italia) inventammo un premio speciale della Giuria a This Is England di Shane Meadows che uscì dopo molti anni e che trovò doppia giustizia nella bella serie prodotta in questi anni. Premiammo poi Giorgio Colangeli come miglior attore per L'aria Salata di Alessandro Angelini dando visibilità a un grande attore. 
Facemmo quello che nessuno di noi 50 avrebbe mai pensato di fare nella vita e lo facemmo, con sicurezza e passione, accompagnati da Ettore Scola.

martedì 12 gennaio 2016

Leggere senza genere né generi.

Il caso monta poco prima di natale dopo l’incauta affermazione del direttore della libreria La Feltrinelli di Bologna riassumibile in “Non leggo libri scritti da donne”.
Era comunque già da tempo che anche come autore mi confrontavo con le questioni di genere legate all’editoria.

Il mio romanzo tratta di un uomo lasciato da una donna all’improvviso. Di lei sappiamo poco. Forse si è stufata, dei due è la più coraggiosa, non ha un amante, e di lei non vi racconto molto altro perché mi interessa seguire la storia di lui, che è il protagonista.

Il manoscritto ha ricevuto per oltre due anni molti apprezzamenti dagli editor e simmetrici lapidari commenti dagli uffici marketing. 
Una sintesi delle risposte ricevute è:
  • Trovati un editore piccolo stavolta, perchè la narrativa è letta al 70% da donne, gli uomini rappresentano il 70% dei lettori di saggi e biografie. Sappilo. (per inciso, il libro va verso la seconda edizione, con soddisfazione mia e dell'editore che ha investito)
  • Tutti cercano in quello che leggono conferme e evasione, non si vuole essere messi in discussione. La storia di un uomo lasciato all’improvviso dalla moglie ‘solo’ perché lei è cambiata e lui no spaventa le lettrici che difficilmente accettano la sfida perchè hanno difficoltà nell'empatizzare sia con con lui che con lei. Passerebbe forse se l’autore fosse donna ma non uomo come te.
  • Questo vale anche al cinema: pensaci, sono pochi i film in cui lui rimane solo (tipicamente vedovo perché nessuna lascia Raul Bova o Alessandro Gassman) e poi comunque si rifà una vita con un’altra donna e non immaginando la vita in montagna con venti vacche  

Ero già dunque turbato da queste schematizzazioni quando il direttore di Feltrinelli Bologna ha detto la sua. Stufo marcio di semplificazioni, come immagino altri, ho fatto mente locale alla mia libreria e al mio passato da lettore.

Leggere, così come frequentare, le donne mi è sempre sembrato il modo migliore per avere un punto di vista non scontato né accondiscendente sulle mie azioni e sugli interrogativi che mi pongo.
Nell’adolescenza mi ha illuminato la narrativa giornalistica di Oriana Fallaci, il suo sguardo al mondo. Ciò è culminato con la scelta di portare “Un Uomo” alla maturità contro il volere della prof che si era illusa che i miei apprezzamenti per Svevo me lo facessero scegliere. Alice Sebold e il suo “Amabili resti” ha avuto un ruolo di forte ispirazione, direi di insegnamento, per il mio “Il Donatore”. Le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar è dentro di me quando devo dare il senso a termini come ‘amore’, ‘bellezza’, ‘potenza’, o materializzare i rapporti tra generazioni.
Nel 1999 viaggiando da solo in Nuova Zelanda ho comprato un libro che pareva di discreto successo nelle librerie locali, mai visto in Italia. Mi fulminò per intelligenza, bellezza e gusto per la lingua. Tornato in Italia lo suggerii agli occhi più attenti e curiosi. Si trattava di “Harry Potter and the Philosopher’s Stone” di tale J.R.Rowling il cui sesso a quel tempo mi era sconosciuto.
In me c’è poi Amelie Nothomb e la sua “Metafisica dei tubi”, Jhumpa Lahiri e il suo “L’Omonimo”, e la Allende. In Italia adoro l’intelligenza di Valeria Parrella e la modernità di Michela Murgia.
E' poco, lo so. So di avere lacune infinite. 
Alcuni anni fa mi sono imposto di leggere i classici del ‘900 e ne ho provato soddisfazioni infinite. In questi giorni mi sono convinto che il 2016 diventerà l’anno in cui molte nuove autrici entreranno nei miei pensieri.   

Sono tra quelli che ancora i libri li compra, nuovi e di carta (perché è giusto, perché l’editoria deve vivere, perché sono feticista e altro). Visti i prezzi, sono dunque un po’ spiazzato davanti a un’offerta drogata dal marketing e dall’effetto Che Tempo Che Fa. Non ho dubbi nell’avvicinarmi alla Morrison o alla Munro, parecchi con altri autori e autrici.

Dopo questo impegno pubblico, accetto suggerimenti e opinioni in merito. Ne faccio tesoro e magari poi li giro al direttore della Feltrinelli di Bologna  

mercoledì 2 dicembre 2015

Sul tempo del lavoro, quello dello studio e quello della pensione.

Interessanti le due affermazioni del ministro Poletti rifilate in un paio di giorni: “Laurearsi a 28 anni con 110 e lode? Non serve a niente: meglio a 21 con 97″; “Dovremmo immaginare contratti collettivi che non abbiano come unico riferimento le ore lavorate“
E ieri, si è aggiunto Boeri, presidente di INPS, col suo “I nati negli anni 80 andranno in pensione dopo i 70 col 25% in meno di pensione” che riflette nei numeri cosa succede iniziando a lavorare a 30 anni con contratti che non prevedono quasi contributi versati.
Ci sono stati sindacalisti indignati  pronti a sollevare argomentazioni che mai hanno parlato alla maggioranza di cittadini. Ho letto di docenti o genitori affermare senza timore del ridicolo che la colpa è solo dell’università se i giovani hanno dei problemi a laurearsi. Poi c’è chi accusa il ministro di fare il gioco delle aziende sfruttatrici di mano d’opera, o di – semplicemente – non capire nulla del mondo reale. Sulla questione previdenziale pochi i commenti, anche perché tre sono le soluzioni: ricalcolare le pensioni di chi già le percepisce, rendere più efficiente la pubblica amministrazione e far pagare i contributi a chi non paga, tutte talmente impopolari che qualsiasi politico, sindacalista, confederazione, preferisce aspettare il 2040 quando ci sarà la rivoluzione dei sessantenni in povertà.
Quasi tutti i commenti svicolano il succo delle questioni con depistaggi paraculi tipo: “Il ministro offende chi si laurea a 28 anni perché nel frattempo lavora!”, “Vorrei vedere il lavoro di un infermiere o di una sarta non legato al tempo!

In fondo sono tutte ovvietà che per come vengono poste non danno risposte a nulla. A mio avviso emerge forte la necessità di ripensare completamente l’idea stessa di cosa sia la formazione e cosa il lavoro, per tutti (e non arroccarsi sulle mosche bianche col tempo indeterminato).
Quelle di Poletti sono due frasi brevi che dovrebbero sollevare piuttosto una lunga teoria di “dipende”, “è vero ma…”, distinguo ragionati che diano il senso di una società e di una economia complesse in cui permangono, ad esempio, molte professioni in cui il tempo contingentato da un contratto è centrale sia per la prestazione che a garanzia del lavoratore, e molte altre in cui è del tutto evaporato, in cui l’orario è una gabbia antistorica e nei fatti impedisce il lavoro di qualità e lo svolgimento stesso delle attività.

Le tre affermazioni, per caso o per scelta, solo connesse al Tempo. Forse è intorno a questo che la riflessione può trovare corpo. Da almeno 20 anni è finito lo schema che separava i tempi della vita attiva in studio-lavoro-pensione. Gli ambiti oggi si compenetrano, si alimentano, si sviluppano secondo schemi non più lineari (una volta: studio ragioneria = farò il ragioniere). Per la stessa ragione non ci si indentifica più in una professione e in una categoria (questa è una delle ragioni per cui il sindacato non è più vissuto come rappresentativo). Ci si riconosce professionalmente sulla base delle competenze possedute e della forza che si ha di generare opportunità. Si muta pelle su base annuale, e per farlo si sviluppano competenze acquisite con percorsi di apprendimento lungo tutta la vita, in luoghi diversi, con modalità varie, non necessariamente certificate o certificabili.  Alla pensione non si pensa, per non intristirsi, nella speranza di mettere da parte un gruzzolo che non ti faccia sentire dipendente dal poco che forse riceverai indietro dallo Stato dopo i 70 anni.
È complicato, non si è educati né formati per ragionare in questi termini, per avere cura e manutenzione del proprio futuro professionale. Si perdono un mucchio di anni senza un progetto, come senza un progetto paiono le università, molte aziende. 

Riprogettare il futuro, questa secondo me è la sfida a cui puntano le tre frasi  citate.

Tocca a tutti ma di certo è troppo gravoso per il singolo farlo su larga scala
Dovrebbe essere la missione di qualsiasi organismo di rappresentanza che a partire dalle esperienze virtuose dei singoli e dei piccoli gruppi dovrebbe diffondere i modelli e le soluzioni. E se non si parte dal fatto che le disparità oggi sono tropo grandi per essere reiterate nel futuro non si va da nessuna parte.