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lunedì 25 gennaio 2016

Quando 'partire' si coniuga al futuro imperfetto (caso 13)

Sabato pomeriggio c’è stata la festa per la partenza di Vittoria.
Vittoria ha 9 anni e va negli Stati Uniti, da qualche parte sulla costa Est. Abbiamo organizzato la festa per tutta la classe, perché i bambini si salutassero come si deve dopo tre anni passati assieme sui banchi.
È la terza compagna che lascia la classe in due anni perché i genitori in Italia non riuscivano a far quadrare i conti. Vittoria in USA ha dei parenti, il padre si lancia nella ristorazione, la casa si trova, l’azienda si apre in una settimana, se sei bravo i soldi sbucano fuori. E anche se non fosse esattamente così, occorre crederlo per trovare lo slancio.
All'età di 9 anni non vi è la cognizione del tempo e il ‘partire’ è solo un verbo della terza declinazione. Per i bambini gli Stati Uniti valgono Bologna o un quartiere qualsiasi della nostra grande città. Si salutano come ogni giorno perché è normale che gli amici si rivedano. Noi sappiamo che sarà difficile, se non impossibile però non glielo chiariamo, è come dirgli che Babbo Natale non passerà più.

Per un po’ circoleranno foto e auguri di buon compleanno, dalla prossima festa di Carnevale ci collegheremo via Skype e con un megaselfie. Forse tra un paio di anni Vittoria tornerà per le vacanze e andrà a fare un saluto agli ex compagni che stenteranno prima a riconoscerla, poi annulleranno in un attimo la distanza dei chilometri e degli anni di separazione, infine scopriranno come ci sia qualcosa di diverso se sei cresciuto di dieci centimetri e ti mancano esperienze condivise.
Intanto noi genitori guardiamo Pietro e Serena, i genitori di Vittoria, e ci immaginiamo nei loro panni perché in parte li vestiamo tutti i giorni. Vestiamo la stessa difficoltà a far quadrare i conti col presente, le ansie legate a decisioni importanti da prendere, le acrobazie nell’immaginare il futuro dei bambini al punto a volte da volerlo negare.

Mentre ci stringono le mani raccomandandosi di chiedergli l’amicizia su Facebook li accompagniamo col cuore, perché desideriamo come loro di rimanere e comprendiamo le ragioni del partire. 
Abbiamo forse qualche ragione in più per stare, qualche euro di più in tasca, qualche peso di più nella testa.

Però vogliamo davvero tutti che sulla East Coast ci sia almeno il sapore di quello che qui non potevano avere.


giovedì 21 gennaio 2016

Ettore Scola, quando presiedeva la Giuria di cui facevo parte alla Festa del Cinema di Roma

È stata senza ombra di dubbio una delle più sensazionali settimane della mia vita.
Il Comune aveva lanciato un bando pubblico per costituire la giuria del 1° Festa del Cinema di Roma. Si trattava di vedere e commentare 8 film. Partecipammo in più di 3000. Venimmo preselezionati in circa 300. A gruppi di 30 alla volta fummo convocati per un colloquio collettivo con giochi di ruolo.
Lì incontrai per la prima volta Ettore Scola. Ci accolse uno per uno, assistette curioso ai nostri tentativi impacciati di passare la selezione. Osservava e prendeva appunti con i suoi assistenti.
Poche settimane dopo ricevetti la notizia: ero tra i 50 prescelti.
All’epoca dirigevo un’azienda piuttosto grossa e rampante. Faticai abbastanza a ottenere una settimana di  ferie in novembre. Poi il circo ebbe inizio.

Ci muovevamo sempre in gruppo per 12 ore al giorno. Tre-quattro proiezioni, più le riunioni di giuria per stabilire i criteri e votare. Spesso raggiungevamo le conferenze stampa con gli attori, ci perdevamo in interminabili discussioni tra di noi. Sì, ogni accesso al mondo esterno era precluso, incluso giornalisti e familiari.
Ettore Scola era con noi, sempre col polso della situazione, carino quando poteva esserlo, fermo quando le ambizioni cinefile di qualcuno soverchiavano la logica o le regole della buona educazione. Indagava i nostri punti di vista e misurava curioso la distanza che ci separava, come generazioni, culture, punti di vista.
Ci furono due incidenti gravi in giuria (un piede e un braccio rotti), varie influenze anche serie (incluso io), ma nessuno mollava. I feriti ritornarono ingessati dopo poche ore all’ospedale e la Tachipirina scorreva a fiumi e giorno dopo giorno la convinzione di essere fortunati di sommava alla responsabilità dell’essere giusti e concentrati.

Gli aneddoti sarebbero mille, inclusa la cena notturna al Bioparco riservata alla giuria, dopo la visita alle tigri. Ricordo una bella discussione con Veltroni-cinefilo, l'incontro imbarazzato con la bella attrice francese che pochi minuti prima avevo visto sullo schermo in posizioni ginecologiche, l'orchestra di Santa Cecilia che suona il motivo di Star Wars, il silenzio di tutti quando in sala faceva buio. 

Dal giovedì pomeriggio cominciò a montare la tensione legata all’assegnazione dei premi. Lì fu chiaro che tra la maggioranza dei giurati e Scola c’era pochissima identità di vedute. E si discusse, allo sfinimento, fino a dover chiedere alla sicurezza di rimanere oltre l’orario di chiusura dell’Auditorium. Andammo a oltranza per ore. 

Solo la discussione per il premio alla Miglior Attrice trovò tutti concordi: erano tutte scarse e votammo la meno peggio in pochi minuti.

Di Scola porto con me un insegnamento di assertività e autorevolezza assieme che ho sempre presente quando devo gestire dei gruppi. Ancora ricordo la sua attenzione al risultato, rispettando ogni pensiero di noi pischelli, onorando allo stesso tempo la sua esperienza e l’incarico.  
Votammo dunque convinti lo Shakespeare in chiave  russa Izobrajaya Zhertvy di Kirill Serebrennikov (credo mai uscito in Italia) inventammo un premio speciale della Giuria a This Is England di Shane Meadows che uscì dopo molti anni e che trovò doppia giustizia nella bella serie prodotta in questi anni. Premiammo poi Giorgio Colangeli come miglior attore per L'aria Salata di Alessandro Angelini dando visibilità a un grande attore. 
Facemmo quello che nessuno di noi 50 avrebbe mai pensato di fare nella vita e lo facemmo, con sicurezza e passione, accompagnati da Ettore Scola.

martedì 12 gennaio 2016

Leggere senza genere né generi.

Il caso monta poco prima di natale dopo l’incauta affermazione del direttore della libreria La Feltrinelli di Bologna riassumibile in “Non leggo libri scritti da donne”.
Era comunque già da tempo che anche come autore mi confrontavo con le questioni di genere legate all’editoria.

Il mio romanzo tratta di un uomo lasciato da una donna all’improvviso. Di lei sappiamo poco. Forse si è stufata, dei due è la più coraggiosa, non ha un amante, e di lei non vi racconto molto altro perché mi interessa seguire la storia di lui, che è il protagonista.

Il manoscritto ha ricevuto per oltre due anni molti apprezzamenti dagli editor e simmetrici lapidari commenti dagli uffici marketing. 
Una sintesi delle risposte ricevute è:
  • Trovati un editore piccolo stavolta, perchè la narrativa è letta al 70% da donne, gli uomini rappresentano il 70% dei lettori di saggi e biografie. Sappilo. (per inciso, il libro va verso la seconda edizione, con soddisfazione mia e dell'editore che ha investito)
  • Tutti cercano in quello che leggono conferme e evasione, non si vuole essere messi in discussione. La storia di un uomo lasciato all’improvviso dalla moglie ‘solo’ perché lei è cambiata e lui no spaventa le lettrici che difficilmente accettano la sfida perchè hanno difficoltà nell'empatizzare sia con con lui che con lei. Passerebbe forse se l’autore fosse donna ma non uomo come te.
  • Questo vale anche al cinema: pensaci, sono pochi i film in cui lui rimane solo (tipicamente vedovo perché nessuna lascia Raul Bova o Alessandro Gassman) e poi comunque si rifà una vita con un’altra donna e non immaginando la vita in montagna con venti vacche  

Ero già dunque turbato da queste schematizzazioni quando il direttore di Feltrinelli Bologna ha detto la sua. Stufo marcio di semplificazioni, come immagino altri, ho fatto mente locale alla mia libreria e al mio passato da lettore.

Leggere, così come frequentare, le donne mi è sempre sembrato il modo migliore per avere un punto di vista non scontato né accondiscendente sulle mie azioni e sugli interrogativi che mi pongo.
Nell’adolescenza mi ha illuminato la narrativa giornalistica di Oriana Fallaci, il suo sguardo al mondo. Ciò è culminato con la scelta di portare “Un Uomo” alla maturità contro il volere della prof che si era illusa che i miei apprezzamenti per Svevo me lo facessero scegliere. Alice Sebold e il suo “Amabili resti” ha avuto un ruolo di forte ispirazione, direi di insegnamento, per il mio “Il Donatore”. Le “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar è dentro di me quando devo dare il senso a termini come ‘amore’, ‘bellezza’, ‘potenza’, o materializzare i rapporti tra generazioni.
Nel 1999 viaggiando da solo in Nuova Zelanda ho comprato un libro che pareva di discreto successo nelle librerie locali, mai visto in Italia. Mi fulminò per intelligenza, bellezza e gusto per la lingua. Tornato in Italia lo suggerii agli occhi più attenti e curiosi. Si trattava di “Harry Potter and the Philosopher’s Stone” di tale J.R.Rowling il cui sesso a quel tempo mi era sconosciuto.
In me c’è poi Amelie Nothomb e la sua “Metafisica dei tubi”, Jhumpa Lahiri e il suo “L’Omonimo”, e la Allende. In Italia adoro l’intelligenza di Valeria Parrella e la modernità di Michela Murgia.
E' poco, lo so. So di avere lacune infinite. 
Alcuni anni fa mi sono imposto di leggere i classici del ‘900 e ne ho provato soddisfazioni infinite. In questi giorni mi sono convinto che il 2016 diventerà l’anno in cui molte nuove autrici entreranno nei miei pensieri.   

Sono tra quelli che ancora i libri li compra, nuovi e di carta (perché è giusto, perché l’editoria deve vivere, perché sono feticista e altro). Visti i prezzi, sono dunque un po’ spiazzato davanti a un’offerta drogata dal marketing e dall’effetto Che Tempo Che Fa. Non ho dubbi nell’avvicinarmi alla Morrison o alla Munro, parecchi con altri autori e autrici.

Dopo questo impegno pubblico, accetto suggerimenti e opinioni in merito. Ne faccio tesoro e magari poi li giro al direttore della Feltrinelli di Bologna  

mercoledì 2 dicembre 2015

Sul tempo del lavoro, quello dello studio e quello della pensione.

Interessanti le due affermazioni del ministro Poletti rifilate in un paio di giorni: “Laurearsi a 28 anni con 110 e lode? Non serve a niente: meglio a 21 con 97″; “Dovremmo immaginare contratti collettivi che non abbiano come unico riferimento le ore lavorate“
E ieri, si è aggiunto Boeri, presidente di INPS, col suo “I nati negli anni 80 andranno in pensione dopo i 70 col 25% in meno di pensione” che riflette nei numeri cosa succede iniziando a lavorare a 30 anni con contratti che non prevedono quasi contributi versati.
Ci sono stati sindacalisti indignati  pronti a sollevare argomentazioni che mai hanno parlato alla maggioranza di cittadini. Ho letto di docenti o genitori affermare senza timore del ridicolo che la colpa è solo dell’università se i giovani hanno dei problemi a laurearsi. Poi c’è chi accusa il ministro di fare il gioco delle aziende sfruttatrici di mano d’opera, o di – semplicemente – non capire nulla del mondo reale. Sulla questione previdenziale pochi i commenti, anche perché tre sono le soluzioni: ricalcolare le pensioni di chi già le percepisce, rendere più efficiente la pubblica amministrazione e far pagare i contributi a chi non paga, tutte talmente impopolari che qualsiasi politico, sindacalista, confederazione, preferisce aspettare il 2040 quando ci sarà la rivoluzione dei sessantenni in povertà.
Quasi tutti i commenti svicolano il succo delle questioni con depistaggi paraculi tipo: “Il ministro offende chi si laurea a 28 anni perché nel frattempo lavora!”, “Vorrei vedere il lavoro di un infermiere o di una sarta non legato al tempo!

In fondo sono tutte ovvietà che per come vengono poste non danno risposte a nulla. A mio avviso emerge forte la necessità di ripensare completamente l’idea stessa di cosa sia la formazione e cosa il lavoro, per tutti (e non arroccarsi sulle mosche bianche col tempo indeterminato).
Quelle di Poletti sono due frasi brevi che dovrebbero sollevare piuttosto una lunga teoria di “dipende”, “è vero ma…”, distinguo ragionati che diano il senso di una società e di una economia complesse in cui permangono, ad esempio, molte professioni in cui il tempo contingentato da un contratto è centrale sia per la prestazione che a garanzia del lavoratore, e molte altre in cui è del tutto evaporato, in cui l’orario è una gabbia antistorica e nei fatti impedisce il lavoro di qualità e lo svolgimento stesso delle attività.

Le tre affermazioni, per caso o per scelta, solo connesse al Tempo. Forse è intorno a questo che la riflessione può trovare corpo. Da almeno 20 anni è finito lo schema che separava i tempi della vita attiva in studio-lavoro-pensione. Gli ambiti oggi si compenetrano, si alimentano, si sviluppano secondo schemi non più lineari (una volta: studio ragioneria = farò il ragioniere). Per la stessa ragione non ci si indentifica più in una professione e in una categoria (questa è una delle ragioni per cui il sindacato non è più vissuto come rappresentativo). Ci si riconosce professionalmente sulla base delle competenze possedute e della forza che si ha di generare opportunità. Si muta pelle su base annuale, e per farlo si sviluppano competenze acquisite con percorsi di apprendimento lungo tutta la vita, in luoghi diversi, con modalità varie, non necessariamente certificate o certificabili.  Alla pensione non si pensa, per non intristirsi, nella speranza di mettere da parte un gruzzolo che non ti faccia sentire dipendente dal poco che forse riceverai indietro dallo Stato dopo i 70 anni.
È complicato, non si è educati né formati per ragionare in questi termini, per avere cura e manutenzione del proprio futuro professionale. Si perdono un mucchio di anni senza un progetto, come senza un progetto paiono le università, molte aziende. 

Riprogettare il futuro, questa secondo me è la sfida a cui puntano le tre frasi  citate.

Tocca a tutti ma di certo è troppo gravoso per il singolo farlo su larga scala
Dovrebbe essere la missione di qualsiasi organismo di rappresentanza che a partire dalle esperienze virtuose dei singoli e dei piccoli gruppi dovrebbe diffondere i modelli e le soluzioni. E se non si parte dal fatto che le disparità oggi sono tropo grandi per essere reiterate nel futuro non si va da nessuna parte.

lunedì 23 novembre 2015

Bruxelles: come la conosco, amo e temo.

Frequento Bruxelles con regolarità da oltre 20 anni. Ci ho studiato, sviluppato progetti, ho frequentato centinaia di convegni e riunioni. Molti cari amici ci abitano; molti sono italiani e altri nati sotto ogni bandiera. Più di una volta sono stato tentato da ipotesi di lavoro sul posto ma, conoscendola, ho sempre valutato che per uno come me i contro fossero più dei pro. Insomma, il coprifuoco di questi giorni mi turba, preoccupa ma non sorprende.

È una città diversamente importante. Molto penalizzata dalla II Guerra Mondiale, rispetto alle altre capitali europee sembra quasi anonima. Forse avrebbe avuto un percorso identitario diverso se non fosse diventata la capitale della UE con un ruolo innestato dall’alto per evitare la lotta tra le capitali che contano davvero, quasi equidistante da Londra Parigi e Berlino. Ha un ruolo prestigioso che quando ci sei puoi godere per la concentrazione di opportunità, talenti, interessi, per le politiche che vi si discutono e prendono forma.
Negli anni è diventata però un centro-servizi per l’Europa perdendo molte dei requisiti che definiscono una città come tale. Tutto questo è avvenuto sulla testa di gran parte dei suoi abitanti spesso impegnati come comprimari a pulire, nutrire, curare, coccolare il mondo dei funzionari internazionali.

È una città divisa dove i conflitti si percepiscono all’istante, e si realizza come non siano su nessuna agenda politica. Lì c’è talmente tanta politica continentale che non si sente per nulla quella del Comune o della Regione, relegata a spazi interstiziali o funzionale a far vivere bene gli ospiti di riguardo.
Non si può dimenticare come il Belgio sia stato recentemente 540 giorni senza governo. I cinici hanno detto che le cose hanno funzionato meglio così. È stata una situazione politica oltre i limiti del paradossale, in grado di minare ogni fiducia per lo Stato, barzelletta tra i più, con alcuni analisti lesti a considerarlo come modello invece che come alieno tra le democrazie e ragione di preoccupante avvelenamento delle regole dello stato sociale.

La prima spaccatura che salta agli occhi è quella linguistica tra francesi e fiamminghi. Capisci subito che il tassista all’aeroporto di Zaventem preferisce ricevere indicazioni in inglese piuttosto che in francese. Gli amici che poi incontri ti dicono chiaramente che dopo 10 anni in città non hanno bisogno di sapere una parola di fiammingo.

Poi viene la divisione tra classi, caste quasi. Su un milione circa di abitanti, 100.000 sono funzionari della Commissione, della Nato, ambasciate e altre istituzioni. Molti tra loro sono trapiantati lì da percorsi di carriera, da stipendi spropositati rispetto a impegni e responsabilità, senza alcuna ragione di sentirsene veri cittadini. Non parliamo dell’1% di privilegiati caro a OccupyWallStreet ma di un 10% che nei fatti occupa tutto quello che di qualità esiste e succede in città. Per anni ho percepito dei miglioramenti alla qualità della vita, ora comprendo che a migliorare erano gli aspetti che volevo vedere: rispetto al passato si mangia molto meglio, ci sono mostre strepitose, trovi gli antiquari più interessanti d’Europa, tutto però per gli occhi e le tasche del solito 10%. Non è certo colpa delle persone che vi abitano ma la sproporzione tra i numeri segna a fondo il tessuto sociale.
La città è violenta, lo percepisci appena esci dalle quattro vie della movida (e a volte anche lì). Molti amici mi raccontano fatti di violenza quotidiana che – ad esempio – a Roma sono rarissimi. Vengono vissuti come parte naturale dello stare in città. Il Belgio è nelle prime posizioni in Europa per quasi ogni categoria di crimini (se avete perplessità in merito navigate questa mappa. o altre dello stesso genere da dati ufficiali).
C’è fin una separazione architettonica: cemento e vetro stanno radendo al suolo gli spazi e i quartieri tradizionali con una violenza e disarmonia rara e colpevole. Dopo un po’ che ci vai hai la sensazione che sia giusto e siano le abitazioni 'normali' a disturbare la scale e la possenza delle sedi del potere.

C’è un evento in particolare, gli OpenDays, a cui partecipo ogni anno: 5000 persone di  tutta Europa prendono parte in una settimana a centinaia di seminari che si tengono in parallelo in decine di sedi in tutta la zona delle istituzioni UE. È bello e utile prendervi parte. Ogni due ore ci si mette in movimento e un fiume di persone sciama da un posto all’altro, tutti col badge al collo, sciarponi di lana e voglia di capire il futuro. Negli ultimi anni, per questa transumanza da una sala all’altra, ho più volte scelto i percorsi più brevi e non quelli consigliati; a 200 metri dalla cittadella della Commissione ho trovato gli avamposti della città “di sotto”. Quartieri dove gli onnipresenti e sterili bistrot biologici con frullati al rabarbaro e mango cedono spazio a self service bisunti con menu completo a 7 euro, le boutique setose a rassegne di poliestere al 100%, i bar sono affollati di uomini nullafacenti e le donne non appartengono al panorama.

Sarà difficile ripartire, dire cosa sarà la città dopo il coprifuoco. Una strada può essere quella della polizia, di muri e divisioni sempre più alte e presidiate da videocamere e filo spinato, l’altra guardare invece alla costruzione di ragioni nuove e condivise del vivere assieme. Di certo occorre una forte guardia perché questo processo superi la fase embrionale, nei convegni della UE la chiamerebberro 'resilienza', una politica legittimata dagli abitanti che lavori per unire e sappia arginare Commissione Europea, costruttori e multinazionali, capace di creare pari opportunità per tutti. 

venerdì 13 novembre 2015

Di cosa parla IL DONATORE, il mio nuovo romanzo.

Mi ha contattato una studentessa che sta facendo una tesi sui nuovi strumenti di finanziamento social. Vuole avere il mio libro Il Donatore nella sua bibliografia poiché ‘ovviamente’ riguarderebbe i temi del crowdfunding e della collaborazione, tutti argomenti che bazzico da anni per lavoro.
Invece no. Proprio per niente.

Il Donatore è un romanzo, il mio ottavo libro di finzione dal 2005. Un testo in cui credo molto e che rispecchia la mia voglia di leggere la realtà in questo momento.

Come gli altri libri, nasce dall’urgenza di rispondere a domande che mi trovano impreparato, le cui possibili risposte mi spaventano anche.
Prima di tutto: il tempo indeterminato è un concetto superato anche nella coppia? Già nel mio precedente People from Ikea affrontavo il tema della flessibilità come strumento per sopravvivere. Stavolta però guardo nella coppia e provo a capire come pormi rispetto alle sfide frequenti che il tempo lancia al retorico “Finché morte non vi separi”? Intorno a me, come immagino a voi, tante coppie si avvitano in contraddizioni e difficoltà, spesso si sfaldano. Credo che nessuno possa tirarsi fuori dall'incertezza di fondo e dalle scelte quotidiane che, se rimandate, portano alla deriva.
In tal senso, racconto una storia al maschile, con un punto di vista diverso dalla maggioranza dei libri e dei film sul tema. Un libro sui sentimenti con con molta azione e distillati di ironia. Può piacere, straniare e forse anche a tratti irritare. Per questo cerco lettori e lettrici complici e aperti al rischio di non amare i protagonisti anche per il timore di immedesimarsi in loro.  

L’altro tema è quello della messa in discussione al nostro vivere cittadino, con priorità e desideri dettati da un ambiente artificiale, dall’alta densità di relazioni in cui si è immersi anche controvoglia. Questo viene messo in relazione con un ideale ritorno alla natura, alla montagna nel caso del mio protagonista. È l’idea del piano alternativo, che può diventare una fuga ma anche una ripartenza  
Tutte questioni che mi pongo immergendole nel presente e proiettandole in un futuro sempre capace di stupirmi.

Sto per iniziare le presentazioni che immagino come la proiezione dei personaggi nelle opinioni dei presenti. Non vedo l'ora. Si comincia con Roma e Genova, il resto d'Italia seguirà. 
In generale accetto proposte sia in luoghi formali come librerie e biblioteche che in spazi e modalità inconsuete come case private, associazioni, fate voi, Per saperne di più, leggete qui  


Il libro è disponibile da pochi giorni su tutte le piattaforme di vendita on line e la distribuzione sta via via rifornendo le librerie in tutta Italia, dove però non vergognatevi di ordinarlo.

lunedì 2 novembre 2015

Halloween a Roma, tra politica, dolcetti e scherzetti.

Sabato sera ero a una festa di bambini dove molti genitori parlavano di politica. Dopo essere stati tutti esperti di motociclismo per una settimana, gli italiani si sono scoperti tutti esegeti della politica capitolina; vivendoci,  vi assicuro che dal di dentro le cose sono assai diverse. Contribuisco con un po’  di opinioni e punti di vista raccolti e sentiti tra dolcetti e scherzetti. Molta rabbia, disullusione, parole in libertà. Parolacce, sfanculi e simili sono epurati:

Sul PD: Massacrato da tutti con precisione e competenza.
Il PD a Roma è finito, le persone schifate, le decisioni prese incomprensibili e faziose, su questo unanimità totale. C'è spaesamento perchè la città guarda da sempre alla sinistra con interesse, ma non è disposta a farsi fregare oltre il tollerabile. Le opinioni in merito spaziavano dai metodi dell'opaco Orfini definiti “fascisti” e “pericolosi”, specie per aver imposto le dimissioni ai suoi senza portarli in aula nell’evidente timore di non riuscire a controllarli; al classico “la pagheranno alle urne, la pagheranno cara.” Un diffuso “Questi vivono sulla luna, non hanno idea di cosa pensino gli elettori, sono loro i marziani.” "Barca ha detto che metà delle sezioni vanno chiuse, l'altra metà vanno trasformate in temporary shop". A un più sottile e caustico: “Il metodo Boffo in mano al PD romano diventa cicuta pura e ognuno di noi deve preoccuparsi.”

Su Marino: utile e inutile assieme.
Chiaro il commento dell'esperto: “Con Veltroni l’opposizione non esisteva, con Alemanno l’opposizione non esisteva, con Marino c’era solo opposizione perché l’Alieno aveva deciso di non atterrare nella merda che vedeva dappertutto e ha provato a spazzarla e a ripulirla.” Parecchi lo rivoterebbero. Molti non lo rivoterebbero ma “Marino è crollato perché invece di chiudere gli occhi ha schiacciato i piedi di tutti, e non è di certo un genio.”


Su Milano capitale morale:
“Questa cagata pazzesca di una città grande come il Tuscolano che vuol darsi delle arie e invece è marcia: con mezzo consiglio regionale inquisito, la mafia a ogni livello e l’Expo con più scheletri nelle fondamenta che la Salerno – Reggio Calabria”. “Cantone l’ha detto e due giorni ci ha rifilato Tronca, uno che mandava suo figlio alle feste con le auto di servizio, che come prima cosa è corso a leccare in Vaticano.” 
Una chiosa sull’Expo condivisa da molti “Ci sono stato e mi hanno fregato con una truffa in scala planetaria: se in un cinema ci stanno 300 persone e vendono 1000 biglietti tu che non vedi nulla non ti incazzeresti?  L’Expo era quel cinema moltiplicato per mille. La quantità è qualità solo per chi salta le code.”  "Una colossale occasione sprecata pagata da tutti noi."

Sul Vaticano:
Colorito il considerarlo “Una banda di scappati di casa per non lavorare, attenti solo al loro portafoglio, a non far adottare i bambini a chi li desidera, fuori dal tempo e dentro solo ai loro giochetti per mantenere aperte quattro scuole private per ricchi e a non pagare le tasse.” Utile a capire il “In Sicilia c’è solo la mafia, qui abbiamo la mafia e il Vaticano e non c’è davvero nessuna speranza.” Sul tema ho detto la mia su  un post precedente

La Repubblica
"Non serve neanche per accendere il caminetto: è stata schifosa e falsa per tutto il tempo sapendolo di esserlo e questo la rende degna del fallimento." "La tessera all'ordine dei giornalisti serve solo a entrare gratis allo stadio" "Vedrai se quel mentitore seriale di Francesco Merlo non ce lo ritroviamo eletto dal PD." In effetti, concordo, il quotidiano è stato indegno dellla sua storia e ha stampato pagine nere del giornalismo.

Sul Sindacato:
Analitico il “Marino è caduto due giorni dopo aver dichiarato nel silenzio generale che i 41 dipendenti comunali per cui è stata provata l’assunzione illegale da parte di Alemanno andavano licenziati”. Più circostanziato il “Stanno tutti a rompe li coglioni con questioni di diritto ma tutti timbrano il cartellino degli altri, si rubano pure le scrivanie e fanno quello che gli pare.” Opportuno “I sindacati hanno lasciato andare a schifo qualsiasi idea sensata sul lavoro in cambio di migliaia di assunzioni illegali.”

Sul M5S
“Se candidano qualcuno meglio dell’Asino di Buridano vincono a occhi chiusi.” Con aggiunte tipo “Se non vincono è perché se la fanno sotto a gestire Roma e non vogliono vincere.” In effetti la sensazione è che se riescono a presentare un candidato credibile e capace, magari già con la sua squadra di qualità e non i soliti scappati di casa col sorriso bianco come la fedina penale, vincono a mani basse.

Sulla Destra

Quando si parla della destra e di Alemanno, la Meloni, di gente così, i toni si abbassano: “Fanno paura, paura paura.” I danni fatti dal precedente sindaco con la complicità di questo stesso PD bruciano ancora sulla pelle di tutti quelli che prima di votare pensano  al bene collettivo e non al figlio da far assumere (e fortunatamente ce ne sono tanti).

Su Roma:
"Hai visto il cielo di questi giorni? Hai mai visto un cielo più bello in vita tua? Non esiste."