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martedì 5 agosto 2014

La Mia Mafia in una Notte di Mezza Estate.

Lo inseguivo da un po’ e ieri sera ho finalmente visto “La Mafia Uccide Solo d’Estate” in un’arena estiva.
Film carino e molto didascalico, ottimo per chi in quegli anni non c’era o era troppo giovane per ricordare le troppe stragi di mafia a Palermo. Credo possa avvicinare i più giovani a temi che diamo molto per scontati ma non lo sono affatto.
La forza del film sono le storie di sconfitta per lo Stato presentate con filmati di repertorio e miscelate con la vita ordinaria di un ragazzino che a Palermo cresce e diventa uomo. Per me sono state un colpo di vento su una catena di ricordi che hanno segnato la mia educazione etica e, anche un po’, sentimentale.

In generale, i fenomeni incomprensibili mi segnano. Ricordo lo sbarco sulla Luna anche se avevo solo 3 anni, poi i colpi di mitra della strage dei carabinieri Tosa e Battaglin sotto casa mia sentiti andando a scuola,  il rapimento Moro, la morte del procuratore Coco, la strage di Bologna, le morti di Falcone e Borsellino, quelle di D’Antona e Biagi. Quando scrivo ‘ricordo’ intendo che ho ancora la percezione esatta di cosa vedevo, facevo, toccavo, odoravo in quel momento. Il film di ieri sera ha riacceso tutto questo per la Sicilia e quegli anni.

La morte di Falcone a Capaci mi lasciò stordito. In quei mesi insegnavo in una scuola superiore per pagarmi un po’ gli studi e cercare di riempire di senso l’inizio dell’età adulta. Ero un supplente non ancora laureato, con nessuna preparazione specifica all’insegnamento. È stata quella prima volta nella vita (ce ne sono state altre, tutte dolorose) in cui ho deciso di chiamare i presenti a un minuto di silenzio. Con loro ho parlato di chi fosse quel magistrato, ancora oggi non so dove trovai le idee e la forza. Ricordo che mi guardavano, indecisi se quella storia fosse meglio o peggio del tempo perso dalla lezione di informatica. Loro avevano 15 anni e da me si aspettavano una mattina di certo differente. Ricordo bene che quasi nessuno dei ragazzi ne aveva parlato il giorno prima con i genitori a cena.

Una sera d’estate di poche settimane dopo chiamai a casa per avvisare che rimanevo al mare a mangiare una pizza per evitare il traffico del weekend. Mio padre mi informò della strage di Via D’Amelio. Ricordo la cabina telefonica a cui mi appoggiai, mi tornò vivida alla mente la faccia seria di Borsellino, annegai di colpo nel caldo di una serata di inizio estate che altrimenti sarebbe stata bellissima, le discussioni con gli amici diventarono una sfida alla pizza che proprio non andava giù.

Quattro anni dopo frequentai V.. Era di Palermo, aveva gli stessi occhi blu e capelli biondi della ragazza di Pif nel film. Abitava in un appartamento signorile del centro città presidiato da un paracadutista della Folgore col fazzoletto rosso e il mitra più grande che avessi mai visto. Attraverso i suoi occhi ho imparato a amare la Sicilia.
E' ripensando a V. e al suo sorriso mentre, camminando per le strade di una città presidiata dalle autoblindo dell’Operazione Vespri Siciliani, mi diceva “Da quando c’è l’esercito in città, i miei mi fanno finalmente uscire da sola” che faccio scendere i titoli di coda sul mio film personale.

Concedetemelo, anche se non ho un nome d'arte bello come quello di Pif.

mercoledì 30 luglio 2014

L’Unità chiude se la sinistra non si apre al mondo reale.

Gramsci lo fondò come giornale rivolto agli operai e la testata è stata sempre fedele all’idea del suo fondatore.
Forse anche per questo motivo sta chiudendo: gli operai sono sempre di meno, leggono sempre meno e sono sempre meno rappresentati a sinistra, da questa sinistra almeno.

Leggo vari giornali, alterno La Repubblica e Il Corriere soprattutto per i loro articoli di fondo e le inchieste, leggo Il Fatto quando mi  va un po’ di controinformazione istituzionale, sullo smartphone leggo l'impeccabile La Stampa, faccio poi la media di quello che trovo su internet, integro col sito della BBC, del NYT, di Figaro talvolta. 
Nell’Unità non ho mai trovato le ragioni della lettura e dunque dell’acquisto, neppure quando ero impegnato in politica, neppure quando la sinistra era all’opposizione, neppure nelle rassegne stampa gratuite. Forse perché, pur nei miei mille lavori, operaio non lo sono mai stato. Forse perchè non mi ha mai trasmesso la sua rilevanza nel panorama editoriale. 
Ha una storia importante e gloriosa, lo so, ma non basta per avere un senso oggi. La associo a una generazione che aveva dei punti di riferimento comuni, che la contrapponeva alla Bibbia, poi a solo qualche vecchio pensionato abitudinario, ai tavoli in formica delle sezioni del Partico Comunista, ai pannelli di compensato fuori dalle nuove sezioni del PD dove viene ancora affissa e distrattamente letta dai passanti.
Pochi ormai comprano/si permettono più di un giornale al giorno e mi sfuggono le ragioni per cui un lavoratore autonomo, un precario, un’insegnante, debba spendere il suo denaro contato proprio sull’Unità. Il giornale diventa così vittima di una politica che non si interessa ai suoi lettori ideali.

Non funziona, semplicemente, non l’hanno uccisa - come oggi grida in prima pagina - ma è morta di vecchiaia, e per quanto mi spiaccia per chi ci lavora non starei a strillare a chissà quale scandalo. 

Forse troveranno il modo di salvarla, spero però non avvenga con una trasfusione di denaro pubblico. L'Unità non è un ospedale, né una scuola, ma è un giornale e se nessuno lo legge (e dunque non raccoglie neanche la pubblicità per stare sulle sue gambe) la colpa forse non è né di fantomatici killer né dei lettori.

lunedì 28 luglio 2014

Cerco, cambio, vendo, compro, offendo il lavoro.

Sono nato in una grande città operaia regolata dai ritmi dell’altoforno e dagli orari di arrivo delle navi da scaricare. “Ci sono i portuali in sciopero” o “L’Ansaldo è scesa in piazza” erano pronunciate un’ottava sotto, col rispetto dovuto alle celebrazioni in cattedrale. A cui assistere deferenti se non si era gli officianti.
Il lavoro e le sue forme di lotta erano celebrati come necessari e preziosi. Lo sciopero era parte del lavoro come gli attrezzi, la tuta, il sindacato, gli infortuni. Era il mondo di tutti noi e tutti guardavamo a un futuro per le nostre famiglie in cui crescesse la qualità del lavoro, i meritevoli fossero premiati e i deboli sostenuti.
Anche negli anni ’90, quando robotica e informatica hanno rivoluzionato le professioni e i mercati, provocando parecchi licenziamenti e prepensionamenti la reazione è stata composta e dignitosa, come davanti a una catastrofe naturale e un nuovo paesaggio sconosciuto da far colonizzare ai propri figli il cui dovere diventava ancor più studiare per interpretare il mondo.

Da qualche anno le cose sono cambiate. C’è stato un momento in cui il lavoro e il suo controvalore economico hanno perso ogni relazione, troppo per alcuni, briciole per altri; in cui gli imprenditori più bravi hanno maggiori difficoltà a creare ricchezza di una pletora di parassiti assistiti.
Forse c’entra il Crollo del Muro e la liberazione di forze che prima erano contenute dalle ideologie contrapposte di chi credeva di Dio o nella Comunità come fini ultimo del sacrificio di oggi per il bene di domani. Di certo non è facile realizzare di essere rimasti senza Dio ma ancora più difficile è essere senza lavoro. “'Io non credo nell'inferno, credo nella disoccupazione” afferma deciso Dustin Hoffman in ‘Tootsie’ quando per lavorare deve fingere di essere donna e riassume la lacerazione tra talento e opportunità che è propria ormai di un paio di generazioni.

È offensivo essere chiamati a fare sacrifici quando i privilegi di pochi sono sotto gli occhi di tutti. Infatti e sempre più evidente è l’assenza di vergogna, forse conseguenza dell’assenza di un Dio o di una Comunità a cui rendere conto dei peccati commessi così come delle buone azioni.
Li percepisci attorno a te i privilegiati, gli strapagati, i raccomandati, i cassintegrati professionisti, i riciclati, costruire muri, abbonarsi al ricorso al Tar e alla Corte di Strasburgo, sbracciarsi per dire che loro “non ci stiamo!”, che “vogliamo solo il rispetto delle regole e dei patti” anche quando sono arbitrari, iniqui, fonti di mercimonio.  Li immagini in difesa, con l’elmetto sulla testa e sul culo e l’avvocato carico nella fondina, nelle loro trincee scavate in Alitalia, alla Camera dei Deputati, al Teatro dell’Opera, in mille società miste municipalizzate speciali parapubbliche.

Assisto attonito alla fine del sindacato, ucciso per sua stessa mano e cecità; osservo disilluso i politici urlare annunci di riforme afoni di significato; mi irritano i cento dirigenti che danno la colpa dei propri errori e inerzia alla crisi o alla congiuntura strale; seguo col pensiero le avventure di chi se ne va all’estero a coltivare i sogni, di chi torna a quarant’anni a vivere coi genitori senza più sogni, di chi, sopraffatto, chiude sconfitto la propria battaglia terrena.
Se obietti a tanta supponenza, ti si rivoltano contro con frasi da fiction di basso costo come “Chi sei tu per parlare?” “Lo fanno tutti” “E’ sempre stato così”.


Io sono solo uno che paga tutte le tasse, si costruisce ogni giorno un curriculum meritato fatto di sbagli e di successi, pagandosi la propria formazione per stare sul mercato, e che non crede nella vita eterna e dunque preferisce che i peccati altrui che rovinano la vita mia, dei miei figli, dei miei amici, di mille sconosciuti respinti, vengano redenti qui, in contanti e subito.

lunedì 21 luglio 2014

Quando la professoressa è lesbica.

È una storia che non ho mai raccontato, che era finita nel magazzino ordinato dei ricordi assieme a tanti aneddoti, che era lì forse per essere inserita nella vita di un personaggio dei miei romanzi futuri. L'episodio dell’insegnante di Trento inquisita in ragione del proprio orientamento sessuale l’ha fatta tornare a galla e, nell’umidità appiccicosa di questa estate romana, ve la propongo come raccontino della sera.

Stella viveva ad Anversa, la sua città natale. Insegnante di Scienze e Matematica in una scuola superiore, aveva da parecchi anni anche l’incarico di coordinare per l'istituto l'orientamento dei ragazzi nelle scelte di studio e professionali. Come me, aveva vinto una visita di studio per comprendere come la Norvegia si impegnasse per combattere l’abbandono scolastico.
Era lesbica e non ne faceva mistero. Amava l’Italia, parlava un discreto italiano e mi aveva raccontato che ci era stata “con la mia fidanzata”.
In quel periodo stavo scrivendo un racconto per la mia raccolta People from Ikea che aveva come protagonista proprio una donna omosessuale. La simpatica Stella che leggeva in italiano mi parve un’occasione imperdibile per chiedere un’opinione sulla trama e le atmosfere create. Lei ne fu lusingata; trattò l'inedito con delicatezza senza però nessuna remora nello stroncare le mie ingenuità e forse anche pregiudizi in materia. Le due serate passate con lei, con una birra sotto le stelle, a parlare, prima del mio libro e poi delle nostre vite mi sono ancora preziose.
“Insegno in una scuola ebraica di Anversa. È frequentata da figli di famiglie fondamentaliste. Meno male che ho a che fare solo con numeri e formule…  Sai, da noi la musica non religiosa è del tutto proibita, niente Beatles, Madonna né U2. I programmi di storia non sono allineati con quelli ufficiali olandesi. Niente Shakespeare o Jane Austin e altra letteratura moderna”.
Davanti alla mia mandibola incredula e penzolante ha aggiunto “I matrimoni sono ancora combinati e le ragazze dell'ultimo anno non parlano d'altro.”
“Ma, possono comportarsi così?” la interrompevo io.
“Sono venuti gli ispettori del ministero e hanno abbastanza realizzato la situazione, senza però approfondire né intervenire."
"Li hanno pagati per farli tacere?" chiedo io con ottusa mentalità italiota.
"No, la comunità ortodossa ha detto chiaramente che se vogliono che il mercato dei diamanti resti a Anversa e non migri, ad esempio, a New York, su cose come questa devono chiudere due occhi e una bocca.”
“Come fai a stare in un posto così?” le chiesi, sottintendendo anche, ma non solo, al suo orientamento sessuale.
Rise, amaro. “Devo pagare il mutuo…” Poi aggiunse: “Comunque lo sanno che sono lesbica, da pochi mesi, credo tramite una ragazza che si è diplomata alcuni anni fa e che mi ha visto in un locale”. Finì la birra, “Non ne hanno mai parlato direttamente ma mi hanno messo all’angolo: i genitori non vengono più al ricevimento parenti, alcuni ragazzi cambiano marciapiede se mi vedono per strada. Anche i colleghi sono diventati gelidi; molti sono indifferenti alla mia omosessualità ma, diciamo pure, parlare con me non è consigliabile.”
“Una situazione difficile…”
Sorrise, “Mi spiace solo per i miei ragazzi. Per come saranno, per come alcuni soffrianno. Per le gioie della vita che sono destinati a perdere. Io ora voglio solo arrivare alla fine dell’anno scolastico per non dargliela vinta: di scuole ad Anversa ce ne sono tante... poi ho insegnare lì mi impediva di prendere una decisione serena in merito alla proposta di matrimonio che mi ha fatto Marja.”

NdA: il racconto è vero e si riferisce alla situazione specifica di una scuola e una comunità locale non a un popolo o a un paese. In Israele iI diritto garantisce ai gay la maggior parte dei diritti matrimoniali riconosciuti alle coppie eterosessuali, inclusa l’adozione. Anche se la piena ufficialità del matrimonio omosessuale non è ancora stata sanzionata, vengono riconosciuti i matrimoni omosessuali contratti all'estero.
Israele ha anche una delle più alte percentuali di popolazione favorevole all'equiparazione completa delle coppie gay a quelle etero, col 61% che sostiene l'introduzione del matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso (dati 2011).

giovedì 26 giugno 2014

Riempiamo i cocci del ‘900 di nuova sostanza.

Amo del mio lavoro l’essere pagato anche per studiare, collegare i fili, immaginare soluzioni che superino le categorie classiche della divisione per ruoli, settori e competenza e intreccino comportamenti, economia, tecnologia, mercato, talenti, scommesse sul futuro.
Ho già parlato altre volte di Economia Collaborativa e nuovi modelli di sviluppo ma l’accelerazione intorno a me mi porta a di nuovo sull’argomento. In queste ultime settimane mi sono trovato in diversi contesti molto ricchi di propensione all’innovazione e al cambiamento.

Il 14 giugno ero al Primo Festival delle Comunità del Cambiamento organizzato da RENA a Bologna.  Era previsto come un evento per addetti ai lavori per fare il punto sulla capacità e sulle esperienza delle Comunità nel farsi carico di se stesse in un dialogo alla pari con le Pubbliche Amministrazioni, le Parti Sociali, le Aziende. E' diventata una kermesse dove nuove domande a vecchi problemi, nuove risposte, ipotesi di futuro sono arrivate da tutta Italia. Erano previste 200 persone e associazioni: gli organizzatori hanno chiuso le iscrizioni a 450 per motivi logistici rifiutando oltre 200 richieste di partecipazione.
In platea un impressionante assortimento di Comuni, associazioni, social street, cohousing, agricoltori, sviluppatori, esperti di Open Data, Makers, gestori di spazi per il coworking e il codesign, fautori della partecipazione dal basso, dello scambio di competenze , della valorizzazione dei beni comuni, della responsabilità sociale del singolo e delle imprese.
Si percepiva voglia di fare e di cambiare portata da chi sta già facendo e cambiando e comprende che solo nella messa a sistema delle esperienze si possono definire delle politiche diverse di sviluppo per il Paese, nell’ottica della sostenibilità sociale, economica e ambientale auspicata da Europa 2020 e da ogni altro atto di indirizzo successivo.
“Non occorre Riformare, come tutti sbandierano”, è stato detto, ma “Risostanziare”. Mi trova d’accordissimo. È stato detto “Occorre ridare senso ai contenitori costruiti nel ‘900 e ormai vuoti di idee e significato” e ci si riferiva ai Partiti, ai Sindacati, agli Ordini, a riti vetusti. Lì, “Meno fiaccolate e più crowdfunding per i beni comuni” si sposava a “Oggi fare impresa è un gesto politico.”

Una settimana dopo ero a Reggio Emilia invitato da ItaliaCamp per il loro incontro Valore Pese – Economia delle Soluzioni, anch’esso affollatissimo,  in un panel di advocacy sulla Finanza d’Impatto Sociale volto a portare suggerimenti di qualità al Governo e alle molte istituzioni in grave deficit di attenzione e poca propensione alla risolvere i problemi sociali sempre nuovi che necessitano di nuove domande e nuovi strumenti per essere capiti e affrontati. Potrei descrivere la Finanza d’Impatto Sociale come il sistema degli investitori privati che finanziano politiche/progetti/imprese con obiettivi sociali e vengono poi remunerati in base ai risparmi che il sistema pubblico ha quando gliinterventi hanno successo e diminuiscono (ad es.) i disoccupati, i malati, gli ex carcerati recidivi, gli abbandoni scolastici.
Ero lì (credo) perché ho una certa familiarità su come si possano mettere assieme politiche, progetti e fondi  e perché mi trovo a mio agio nel pensiero laterale. L’ambiente era diverso da Bologna, per linguaggio e look, ma tutt’altro che differenti erano gli obiettivi finali.

Ho capito come il significato dato ormai a 'Impresa Sociale' sia post-ideologico per diventare: “L’impresa che ha un impatto positivo sulla società e porta soluzioni a problemi”, punto, nessun accenno alle divisioni storiche tra profit e noprofit, cooperativa e Spa, e simili.
Si è parlato molto anche di finanziamenti alle start up “sociali” e a come far decollare progetti che generino qualità della vita, e dunque ricchezza. Di come ottenere valore, qualità e occupazione dalla gestione dei parchi, del patrimonio archeologico e culturale, delle aziende municipalizzate, del patrimonio abitativo.

In entrambe le occasioni ho sentito parlare di soluzioni che passano attraverso una Economia della Condivisione (di beni, denari, risposte, occasioni); della necessità di Generatività intesa come la forza di estrarre valore dall’impensabile e saper cogliere i ‘segnali deboli’ che sono quelli che indicano la strada per il futuro; di Coraggio Istituzionale che indica come per innovare e risolvere occorre mettere in conto la necessità degli errori e delle correzioni in corsa

Nei due incontri erano diversi i moventi e gli interessi ma era evidente come da una parte si cercasse la via per portare a sistema soluzioni vantaggiose per le comunità per generare inclusione sociale e dall’altra si cercassero soluzioni su cui investire che fossero vantaggiose per la comunità producendo ricchezza (e risparmio).

Mai come in questo flusso di occasioni, idee, proposte, ho sentito la necessità dei ruoli di “cerniera”,  di facilitazione, perché le due parti possano superare le diffidenze culturali e i pregiudizi, e stimolare le contaminazione tra sogni, progetti e investimenti necessari a realizzarli
Ovviamente ci proverò, nel mio piccolo, con tutti gli altri.

domenica 22 giugno 2014

Ho visto il Peggio (e ancora mi mette i brividi)

Il Peggio è un politico navigato, oscurato per pudore, riesumato, impomatato e riciclato nel consiglio di amministrazione di un ente inutile inventato per lui che si presenta a un convegno per pochi intimi in una provincia ex-ricca del nord Italia. Il suo partito? Irrilevante per scelta programmatica.
Lui stesso non credo abbia coscenza dell'essere al governo o all'opposizione, esiste e dunque esige e questo gli basta. Con mestiere sopraffino stringere più mani di quelle poche presenti in sala e con leggerezza concede il suo interesse e chiede a ciascuno di noi qualcosa di irrilevante e personale al tempo stesso: “Come è andato il viaggio?” a me, “Interessante il titolo, vero?” a te, “Come va?” a uno che ha la faccia di chi è appena uscito da un’influenza o è entrato nella cassa integrazione. Ti guarda il Peggio, è interessato a te, cerca di memorizzare il tuo voto e il tuo volto. Gli stringi la mano anche se non ci tieni, per saggiarne la consistenza tridimensionale, gli rispondi perché ti pare capace di usare armi di distruzioni di massa contro te e la tua famiglia se non lo farai.

È il Peggio a dare un senso al prestigioso consesso orfano di dotti, medici e sapienti. E' suo l'intervento di apertura, e di chiusura e dirifinitura. L'opaco discorso è subito impalmato dai riconoscimenti alla “vocazione splendida di questa regione”, e poi all“incredibile” qualcosa tipico dei cittadini di questa città padana sonnolenta e razzista più per noia che per convinzione. Appena nel lessico del Peggio confluiscono le attese “Sinergie”, “Integrazione”, “Responsabilità – futuro –occupazione per i giovani” dette più volte in tutte le combinazioni possibili ci sentiamo a nostro agio per aver supposto la prevedibilità del Peggio.

Il Peggio sono poi, per induzione, tutti i relatori che seguono, reattivi nel citare e sottolineare i passi del discorso inconcludente e vuoto che il politico ha fatto sull’argomento del convegno, un tema di tendenza, obbligatorio per entrare nella modernità, su cui l’Unione Europea ci invita a riflettere ma che nessuno si degna di studiare, di cui il Peggio non ha la minima cognizione e quel che è peggio è che sa che è inutile averla. Sa però che quel tema gemmerà progettazioni ardite e innovative in risposta a domande sbagliate e necessità inesistenti, finanziamenti opportuni, investimenti opportunistici, di cui al Peggio e ai suoi peggiori amici devono tornarne in mano una cifra importante e degna della responsabilità che lui , per il bene della comunità, si è assunto.

Il Peggio include noi, pubblico sonnolento che partecipa al rito, me compreso, controllando la posta, twittando, sognando un coffee break che non arriverà mai perchè la spending review socializza i tagli e evita le socializzazioni. in 140 caratteri ironizziamo con cinismo sperando che tutto passi, sapendo che nulla davvero terminerà.

Parte del Peggio è anche l’assistente del politico, un’ex avvenente, forse laureata, di certo chirurgicamente modificata, abituata a molto peggio degli sguardi anatomopatologici scoccati dai presenti, più stupiti che affascinati dal vedere in tre dimensioni in lei un'icona di ciò che fino a quel momento avevano solo sbirciato nelle cronache dal Palazzo.

Il Peggio conclamato sono i tre giovani in giacca e cravatta, arrivati con lui e che pendono dalle labbra del politico. Lo guardano come fosse un punto di arrivo, molto più pornografici dell’assistente curvilinea, più intimamente modificati di lei perché quello che si sono venduti lo hanno dentro e non ne sono rivestiti.

Il Peggio è il gigantesco fermo immagine che pare aver colpito tutto in quella sala dove le parole della nostra bella lingua suonano vuote, senza opposizione, semplificate ad arte per dimostrare come il Peggio stesso sia l'unica possibilità: e dunque il meno peggio. 
Tutto pare semplice da capire, faticoso da spiegare, inevitabile, e rende inutile pensare a un'alternativa al Peggio.

venerdì 13 giugno 2014

Quando Genova non è un’idea come un’altra.

Mi fa un certo effetto leggere nelle colonne dei principali quotidiani fini opinioni che mettono in bella copia le sensazioni che mi porto dietro da quando ho lasciato Genova, la mia città, ormai 16 anni fa.

Le intercettazioni volgari e meschine del sacco alla CARIGE a cura di Berneschi e i suoi Elderly Boys, la grettezza di Bertone, la doppiezza consumata di Scajola, quel peccare sottovoce, quel timore di fare, l’alibi del “chi va piano va sano e va lontano”, la paura delle idee, l’inutile contegno del condannato all’oblio, l’attesa delle Grandi Opere per mascherare l’incapacità a progettare il futuro, la distanza esibita dalla ragione protetta con la tradizione, una dirigenza spaesata e spesso aliena alla modernità, parti sociali che guardano al passato, una classe politica arroccata, una cittadinanza spesso inerme. Tutto questo paralizza una città, svariate generazioni, energie uniche e irripetibili.
La contrapposizione tra voglia di spazio e libertà e amore per vicoli e tramonti sul mare me la porterò dietro per tutta la vita. In sere così mi sento lì, a Genova, e anche mille miglia lontano, in una proiezione sghemba di “Ma se ghe pensu” che suona ricordandomi il giorno che tutto questo mi fu chiaro e decisi di partire.

Avevo lavorato un anno alla progettazione di una nuova struttura pubblica che per l’epoca era molto innovativa e di eccellenza, un salto di qualità. Ricordo un tavolo con assessore e dirigenti, soddisfatti e sorridenti che mi proposero di esserne il direttore “col ruolo del direttore, le responsabilità e lo stipendio di un direttore. Sarai però inquadrato come impiegato direttivo, non come dirigente: hai solo 30 anni e se ti facciamo dirigente adesso dove sarai a 50?”
In quel momento il soffitto di cristallo mi si spiaccicò sul naso, mi tornarono su dallo stomaco gli anni dell’università quando, più che ventenne, mi veniva ancora chiesto quale fosse il mio quartiere, che lavoro facesse mio padre e amenità simili, prima di decidere se invitarmi a certe feste dove ci si misurava il pedigree a vicenda per clonare le nuove generazioni di vertice.
Da allora comprendo bene la metafora del ‘soffitto di cristallo’ usata per indicare il blocco invisibile ma concreto che hanno molte donne nell'accesso a posizioni apicali nelle organizzazioni. Già, perché a Genova non entri nel salotto buono se non hai caratteristiche genetiche compatibili con quella dell’oligarchia che governa la città.
Quel giorno, rifiutando l’offerta, smisi di giocare nell’orticello di casa, mandai il mio CV a Milano e Roma e lì, emeriti sconosciuti mi proposero subito un contratto da dirigente.

Ora abito a Roma, città animalesca e quasi aggressiva, luogo non facile ma vivo, in cui succedono cose, si accavallano idee, si celebra l’ineluttabilità della morte con superficialità e con  progettualità spesso sprecate ma talvolta risolutive.
Dentro di me, credo che il verminaio genovese che viene e verrà alla luce possa diventare un’opportunità unica. Vedere come quegli uomini spenti e impeccabili nei loro completi british siano nei fatti nudi e inadatti al futuro può aiutare la città a ripensarsi. 
Certo, catturato un caimano molti altri saranno pronti a prenderne il posto ma può essere il momento del colpo di scena, di politiche e modelli nuovi per lo sviluppo, il turismo, l’internazionalità, la mobilità, l’integrazione degli immigrati, i servizi agli anziani e ai bambini, l’uso dei beni comuni.

C’è forse il rischio di una città che esaurisce le forze, che non crede più in se stessa, in cui i frequenti disastri ambientali rappresentino bene un territorio che può franare in ogni sua parte materiale, morale e relazionale.
Esistono persone, forze, progetti, idee, relazioni dentro e fuori la città che possono  contrastare questa deriva. Molte le conosco, alcune si chiamano Marco, Laura, Giovanni, Isabella, Paola, Stefano, Cristiano, Anna, ...
Se solo ai caimani legassimo i denti per un po’, sarebbe bello avessero loro la possibilità di stare al timone, proporre e vedere realizzati progetti utili e – perché no – visionari, almeno quel tanto che serve a ridare fiducia al sistema. Se solo si mettessero assieme, se cambiassero aria a quelle stanze...