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mercoledì 27 marzo 2019

Lettera a Verona: Gay-friendlyness e mercato del lavoro.


Uno dei momenti più divertenti dei miei interventi alle platee di giovani (e meno giovani) in cerca di lavoro o che provano a riflettere sullo sviluppo del loro brand personale è quando si arriva a discutere l’impatto  dell’uso dei social media nei percorsi lavorativi e della trasparenza che questi concedono ai selezionatori sugli orientamenti religiosi, politici, sessuali dei candidati.

“La vostra bacheca Facebook, le foto che postate su Instagram, dicono tutto di voi anche se non volete. I film che vedete, i libri che leggete e la musica che preferite tratteggiano tutto i voi con una minima possibilità di errore.” Normalmente qui ci scappa il brusio e l’attesa per quello che viene. “Non è di per sé positivo  o negativo dare al mondo queste informazioni: lasciar sapere che siete buddisti, o gay, vegetariani, di destra o sinistra. C’è un mercato per tutti, anche nel mondo del lavoro. A volte mettere certe carte in tavola dal principio è anche un modo per evitare poi mobbing e fenomeni simili.”

So che è quella dell’orientamento sessuale la questione che incuriosisce di più e la domanda viene spesso dai ragazzi (la politica e la religione non hanno lo stesso appeal). Io vado dritto, “ L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nell’8% i non etero nel mondo, distribuiti ovunque, concentrati nelle grandi città dove l’apertura alle diversità è maggiore, così come l’anonimato.”
Lì li ho presi, perché cominciano a moltiplicare questo parametro con il numero dei compagni di classe, i condomini, quelli con cui si schiacciano sui bus all’ora di punta, con i presenti nell’aula dove siamo riuniti. “Le aziende capaci di trasformare le diversità in ricchezza misurano la vostra ‘gay friendlyness’ durante i colloqui, che poi significa capire come reagite davanti a due uomini o donne che si tengono per mano entrando in negozio, che provano le molle di un letto, che discutono dell’abbigliamento per il figlio. E vogliono capire se vi girate, arrossite, vi disturba, siete spiritosi. Vogliono capire se sapete arrivare alla sostanza delle persone.”

E i presenti lì si sciolgono.

Se avessero un fumetto dei loro pensieri quello di molti direbbe ‘Sono proprio uno scemo ad avere dei pregiudizi: io sto bene in questa città, sull’autobus, in classe, con i miei vicini di casa.’ Alcuni direbbero, “Allora non sono così solo!”, qualcuno “Chi non mi ama allora non mi merita, neppure sul lavoro.”

I pochi rimasti che scappino pure a Verona, inseguiti da se stessi e dall’8% di umanità che gli è rimasto dentro, perdenti  davanti alla potenza della logica e alla forza del libero arbitrio.

sabato 15 dicembre 2018

La famiglia Italia, in Viale Europa 27.


Nel condominio di Viale Europa, la famiglia Italia abita al primo piano. E' un grande edificio, bellissimo, abitato da tante persone, ricco e povero, con i suoi problemi e le sue grandi forze. 

Gli Italia hanno un ampio appartamento che vale almeno  il 12% dei millesimi dell’intero palazzo: sarebbero in grado di orientare tutte le scelte, di aiutare a risolvere i problemi, peccato che alle riunioni non vadano quasi mai e se sono presenti passino tutto il tempo al telefonino o deleghino a votare per loro comparse prezzolate che non hanno idea di dove siano, e pensino solo a chiedere il numero di telefono alle studentesse dell’Erasmus del terzo piano.

Gli Italia escono poco, quindi capiscono anche meno. Sono però iperattivi. Per distrarre i figli che hanno intuito quanto sarebbe meglio conoscere gli altri abitanti il condominio, e tranquillizzare i nonni che si annoiano e parlano solo a quant’era bello quando avevano trent’anni, i denti, i capelli e la pensione regalata, si sono messi a fare  lavori inutili e di grande effetto, come capita nelle migliori gabbie di criceti e negli imperi egizi.

“Alza quel muro!” è stato il primo imperativo “Dobbiamo impedire l’ingresso dei gatti randagi dal cortile!” e “Così bocchiamo le correnti d’aria fredda!” e “Impediamo l’ingresso di cibi senza carboidrati!” Poi è venuto  “Installiamo un nostro videocitofono!” un bel gadget tecnologico per divertire i bimbi che possano vedere l’esatta posizione dei fattorini prima di lanciare i gavettoni, utile anche a scegliere le badanti in base allo zigomo e i raccoglitori di pomodori in base all’apertura pollice-indice. Ecco poi “Stampiamo i soldi finti come a Monopoli e facciamo finta che siano veri! Siamo ricchi!” cosa che ha divertito un po’ tutti e aumentato per due giorni gli scambi economici nell’appartamento. Ecco allora “Pitturiamo le serrande color cachi!” è stata poi una proposta utile a dare un lavoro inutile ai ragazzi di casa e a lanciare l’hashtag #cachisenzavergogna, per sentirsi trasgressivi e divertire sui social. Infine è arrivato il ferale “Non rispettiamo le regole condominiali! Non ci piegheremo alla dittatura dello zerovirgola!”

Gli Italia sono rumorosi e inaffidabili, si sa, e usano spesso paradossi pensando che grazie alla loro simpatia nessuno li ascolti davvero, però quest’ultima affermazione ha stranito gli altri condomini che hanno cominciato a chiederne ragione, anche perché il cattivo esempio non stigmatizzato è in grado di condizionare anche altre menti semplici nel grande palazzo.
Gli Italia, a cui non manca la fantasia, hanno subito trovato motivazioni fanfaroniche e d’impatto: “Perché in Viale Europa il tempo atmosferico è sempre deciso dagli ultimi piani! Perché non possiamo neppure più russare in casa nostra! Perché siamo belli, furbi e veniamo da lombi nobili e dunque i diritti e i doveri degli Italia sono diversi geneticamente da quelli degli altri! Perché quello che facciamo coi muri in casa nostra, sono solo mattoni nostri, e non ci interessa se siano portanti! Cosa? Dite che c’era un accordo scritto? Di certo a nostra insaputa! Avete ancora da ridire? Noi allora ci infiliamo le dita nelle orecchie e urliamo democraticamente blablabla!  Non vi va bene? Siete fascioidi, antidemocrastici e xanadufobi!”
Ecco una montagna di parole sparate a casaccio, scoregge false, rutti utili solo a sollevare polveroni di saliva portatrice di contagio. Con l’obiettivo di convincere i giovani e gli anziani in famiglia che in Viale Europa non li vuole nessuno, che per loro non c’è posto, non c’è aria, non c’è libertà. Per convincerli che sarebbe meglio trasferirsi altrove, in un posto libero dove gli altri non ci saranno, nessuno gli ruba il diritto di piangersi addosso, e non avranno pressioni per guardare al futuro, risolvere i problemi, combattere le mafie, far amicizia e business col vicino di casa, rispettare le leggi ambientali e fiscali. In un posto dove potranno vivere degli ortaggi dell’orto piantato su bei terreni contaminati, ruminare prodotti bioillogici fatti dagli Italia, da maestri del telecomando, orgogliosi della loro bella lingua, anzi liberi di usare un dialetto in cucina, uno in bagno e uno in salotto.

Itala, la più giovane, che è poco interessata a quelle fregnacce e ha già capito che gli adulti alzano il tono quando devono coprire le loro colpe, e parlano di libertà quando sanno di togliertela, chiede “Com’è ‘sta storia di Zerovirgola? L’avete ritrovato? È diventato dittatore di che?”
Ovviamente lei si riferisce al gattino sparito da qualche settimana, in realtà annegato nello sciacquone dallo zio che non ne sopportava i miagolii notturni e per la cui dipartita ha accusato ad arte lo chat del vicino di pianerottolo.
“Grazie per la domanda, piccola Itala, e non farne mai più. Ciò mi consente di parlare d’altro,” i capifamiglia lo spiegano bene alla famiglia riunita sotto l’albero, “Loro, quelli qui di Viale Europa… Loro i gatti li mangiano. Loro non ci vogliono e neppure capiscono che siamo diversi. Ad esempio, noi volevamo indebitarci verso di Loro spendendo il 2,40% di quello che non abbiamo, ma Loro ci hanno guardato male, allora abbiamo detto subito che sarà solo il 2,04% - che poi è la stessa cosa perché sia sa che qualunque numero moltiplicato per zero dà sempre lo stesso risultato . Ma Loro non sono contenti, mai. Loro sono cattivi e non amano la matematica. E noi siamo buoni e. Semplice, chiaro.” Molti annuiscono.

“E Zerovigola dov’è finito?” la bimba è interdetta dai funambolismi illogici dei capifamiglia.
La doppia sberla biguanciale le arriva da entrambe i capifamiglia mentre il terzo riprende  la scena col telefonino e la posta con #cachisenzavergogna #eallorazerovirgola #unatroiettapresuntuosa #vialeeuropacovodiserpi #primagliitaliaepoiildiluvio #ridebenechihaancoraidenti
Con le mani fumanti in bella vista, i capifamiglia riprendono, “Il regalo che vi chiediamo a Natale è consentirci d’abbattere il condominio in primavera, quando si voterà per il nuovo amministratore.”
“Con noi dentro? Siete scemi?” chiede il cugino Italicchio che gli altri trattano come un animale da cortile perché ha preso addirittura la licenza da geometra.

“I dettagli non sono importanti: noi siamo gli Italia! Noi i dettagli ce li pippiamo come farina taragna!" e lo mettono a quota 100, gradi nel forno. "Autorizzateci a imbottire i pilastri di casa con bombe! A cambiare tutto! A mettere la realtà aumentata nell’ascensore sociale! A chiudere la bacheca degli avvisi che spreca carta! A accorciare le divise delle stagiste e a impedirgli di abortire! A malmenare chi vuole rimanere in Viale Europa! A abolire la logica, l’università, la cucina fusion, i rapporti tra condomini consenzienti! Fateci rendere obbligatorio l’uso dell’esclamativo al termine di ogni frase! Autorizzateci a tutto, visto che non ci capiamo niente! E sarete sempre più felici di appartenere a questa famiglia!”
(continua?)


Dedicato a Antonio Megalizzi.
R.I.P.

sabato 9 giugno 2018

Ero anche io al Gay Pride 2018: ve lo racconto.

Quando posso vado al Gay Pride. Ci sono riuscito tre o quattro volte negli ultimi dieci anni. 
Ci vado perché lo reputo un termometro attendibile di cosa accade nel paese, perché mi ubriaca di bellezza e esagerazione, perché obbliga a pensare, perché è giusto farlo. 
Vado al Gay Pride, e vado pure al Family Day e alle manifestazioni politiche di molte bandiere. Il Pride è l’unico che non è mai contro qualcuno ma è per il diritto ai propri diritti, alla propria esistenza, all’ovvio. La differenza è tanta.

La mia prima volta è stata per il World Pride del 2000, concomitante al Giubileo a Roma. Quella volta ero al ciglio della strada, sorridevo e facevo foto. Era poco tempo prima prima che uno dei miei migliori amici facesse coming out, prima di conoscere le due ragazze innamorate che da poco si sono unite con l’ipocrita formula italica e hanno avuto un figlio, e i due amici che quel matrimonio l’hanno fatto davvero a Barcellona. Tutti loro, le loro storie, la loro vicinanza mi hanno fatto capire perchè dal bordo della strada occorra entrare nella sfilata.

Da queste giornate assorbo sempre un’esplosione di energia senza pari. E l’energia è il tratto distintivo di ogni Pride.

È un’energia diversa, da vivere, che attraverso le maschere di un carnevale arcobaleno, spesso allegorico porta
assieme la bellezza di ciascuno dei partecipanti e la difficoltà che nella vita quotidiana accompagna le vite di molti. 
Dovete vederle, assieme e orgogliose, le famiglie omosessuali; contare i gruppo di impegno; ricordarvi che esistono ancora, e sono molti, i sieropositivi che lottano per combattere i pregiudizi; vanno guardate negli occhi le ragazze che si tengono per mano sorridendo e si amano. Quest'anno c'erano sia l'Associazione Nazionale Partigiani che i gay israeliani, un capolavoro di pace e di forza che a Roma non si riesce a vedere neppure il 25 aprile.

Le donne oggi erano tante, secondo me più del solito. A mio parere, a Roma, grazie anche alla lotta e alla testimonianza di molti, negli anni scorsi si è molto stemperato il pregiudizio verso le coppie di uomini; ora è il momento di
prendere atto con della felicità che provano le coppie di donne e della naturalezza con cui vorrebbero, come ogni altra coppia, condividerla. Era il tempo che accadesse.

Mi ha molto colpito la normalizzazione che su molti piani l’economia sta facendo assai meglio della politica: c’era il carro dell’American Express, nutrite le delegazioni della Gillette e della Dash, della Tim e di tante altre grandi aziende (molte delle quali già consentono, ad esempio, la licenza matrimoniale alle unioni civili). L’acqua Vitasnella ha fin fatto la bottiglia arcobaleno; l’Inghilterra e il Canada avevano i loro carri musicali per convincere i turisti a passar da loro le vacanze.
   
La città poi era al massimo della bellezza, e gli arcobaleni dappertutto andavano verso il tesoro rappresentato da tutte quelle persone che esistono, vivono, amano e lavorano e che si sono sentite offese quando un neoministro ha dichiarato che le famiglie omosessuali non esistono.
“Io esisto!” era infatti lo slogan più ripetuto, quasi parossisticamente, da decine di migliaia di persone in carne e ossa. “Meno male,” aggiungo io. 


domenica 8 febbraio 2015

Di cosa parliamo se parliamo di Lavoro, Sessualità e Sviluppo Sostenibile.

In questi anni di emergenza economica mi sono sentito molte volte messo all’angolo dal realismo e dalla concretezza di molti che sostenevano l’urgenza delle ‘Riforme Economiche’ prima di guardare a vere  politiche, di ‘Decisioni Inevitabili’ prima di riflettere su come evitare la deriva antisociale.
Come dire che con i tempi che corrono un Job Act è molto più urgente o importante del matrimonio omosessuale o che una Legge sulle Start Up ha precedenza su garantire le interruzioni di gravidanza della 194/78, sull’attuazione del divorzio breve o di politiche sensate e inclusive da sviluppare con i rom. 
Magari anche che la Riforma Elettorale sia più importante che fermare i conflitti di interesse e disboscare i privilegi.

Dentro di me qualcosa mi ha sempre detto come fossero facce della stessa medaglia e che se, da una parte, occorre un’economia che funzioni, in cui le impresa possano crescere; dall’altra, le imprese possono crescere, prosperare e innovare solo se la vita dei loro dipendenti  e manager (anche i gay, i divorziati, i musulmani, etc, diciamo almeno del 50% della forza lavoro) è potenzialmente più facile, giusta e felice.

Due o tre cose mi hanno colpito in questi giorni:
  • a Roma, l'Eur vuole individuare alcune strade dove concentrare il mercato del sesso. Subito altri quartieri vogliono imitarlo. In tutti gli stati occidentali la prostituzione è ‘normata’ in qualche modo, anche in paesi molto cattolici o religiosi in genere. La politica tentenna, tace, non ha argomenti, mastica generiche parole che servono a non esprimersi. In Italia 9 milioni di uomini vanno a puttane e 2,5 lo fanno frequentemente (Fonte Dipartimento Pari Opportunità): chi se lo può permettere sceglie centri lussuosi e controllati fuori confine, gli altri rischiano in Italia e alimentano la tratta e la schiavitù. . 
  • Tosi, sindaco leghista di Verona, dice “Normeremo il registro le unioni di fatto (anche omosessuali)”, Salvini lo incenerisce. Mentre i sindaci di Milano e Roma continuano a trascrivere i matrimoni gay fatti all’estero e a registrare eventuali figli di tali coppie. Lobby LGBT? No, rappresentazione di un mondo reale composto da di manager, creativi, operai, imprenditori che per decidere dove vivere e generare ricchezza per tutti hanno bisogno di certezze e serenità.
  • Il Papa e Petrini hanno detto chiaramente come l’Expo sia un luna park senz’anima e le loro opinioni – non nuove peraltro - sono state riassorbite nel rumore di fondo del chiacchiericcio come “Utili Ammonimenti” o “Critiche Costruttive”. Lo sappiamo, manca il coraggio di fare e pensare interventi che utili portino il cambiamento e una visione. Perchè li cito? Qui ci sono le radici del "Made in Italy", di che futuro vogliamo per l'economia, per il territorio, per le persone e spero non vi sfugga.
  • La Regione Lombardia vuole, per legge, rendere nei fatti impossibile l’edificazione dei moschee. In tutta Italia sono solo 13 e i musulmani sono oltre 2 milioni. E poi ci stupiamo se qualcuno si incazza… e qui si parla di onesti cittadini che in larga parte stanno pagando oggi le nostre pensioni.
Mai come oggi lo Sviluppo Locale è legato in toto a come il territorio sappia attrarre conoscenza, sviluppare innovazione, avere una cittadinanza che sappia apprezzare le differenze e non sporcare le strade.

Non vi è interesse e coraggio a affrontare questi argomenti, nessun desiderio di dialogo. Poche voci che per quanto dicano ovvietà, vengono tacciate come pericoli per la società.
Più passa il tempo, più mi accorgo di come nella politica non vi sia neppure un’opinione in merito. 
Nel PD, ad esempio, si sprecano le espressioni da pesce lesso davanti ai temi reali che toccano le vite delle persone o il futuro collettivo; gli MS5 non hanno un singolo tema etico nella loro traballante agenda; Alfano fa le sue ridicole crociate brandendo i prefetti come giannizzeri, per gli altri partiti queste sono solo lacrime nella pioggia acida della modernità che avanza e da cui provano a difendersi con fili spinati e vuoti capolavori mediatici come le Sentinelle in Piedi.
   
Insomma mi sembra di vivere al tempo dei Croods (spettacolare film animato in cui i cavernicoli pensano che fuori dalla loro caverna ci sia solo il Male, e che se il vivere in una caverna fa davvero schifo almeno è sicuro).   

Il nostro Paese non vuole vedere cosa ci sia fuori dalla sua cavernetta in cartongesso sempre da condonare e ha spesso paura della propria ombra proiettata dal fuoco sullo spugnato del fondo.
Però così si vive male, si pensa peggio, si innova zero, si diventa rancorosi, meschini e anche razzisti. Capisco bene chi emigra, cerca aria e libertà altrove. E, ve lo assicuro, si può trovare più di un paese dove le tasse siano eque, i servizi funzionino e – ve lo giuro – il cibo sia pure molto buono.

Faccio il mio lavoro a testa bassa, provando a far passare idee all'insaputa dei miei interlocutori, senza spaventarli, magari convincendoli che siano le loro. Poi, ogni tanto, trovo altri che ci provano allo stesso modo, e allora si tenta a far convegere obiettivi e - magari - strategie. E' poco? Non so, da quelche parte occorre pur cominciare.

giovedì 1 gennaio 2015

Rispetto per le minoranze, considerandole un valore per tutti: secondo desiderio per il 2015

Lo ammetto, non mi sento parte di nessuna minoranza etnica, religiosa, sessuale o linguistica e dunque potrei fregarmene ma sento il mancato rispetto per una ‘categoria’ di persone come un’aggravante alla mancanza all’oltraggio fatto ai singoli. Poi, se le persone sono più felici, le cose funzionano meglio, tutti lavoriamo con maggiore passione, si produce qualità della vita e essere italiano diventa facilmente motivo di orgoglio e non l’anticamera per l’emigrazione.
Metto dunque il rispetto e la valorizzazione delle minoranze nei miei desideri per il 2015.

Nel concreto, alcuni esempi che non esauriscono di certo il tema:
  1. Una moschea in ogni provincia (almeno). Trovo incivile che in tutta Italia esistano solo 8 moschee (di cui 4 aperte nel 2013). È vero, esiste una sostanziale libertà di culto ma il culto senza i suoi luoghi è destinato alle rivendicazioni. I mussulmani sono circa 1,5 milioni e l’ingiustizia mi pare evidente. Per iniziare, credo che andrebbe reso obbligatorio alle Amministrazioni la costruzione di una moschea ogni provincia. I fondi possono venire dall’8 per mille, da oneri di urbanizzazione o anche dal bilancio.
  2. Una politica di buon senso con i rom. Sapete quanti sono i rom in Italia? Circa 150.000, diciamo lo 0,25% della popolazione. Tra questi, vive nei campi circa un quarto. Se sono percepiti come un ‘problema’ vuol dire che in molti desiderano che siano tali, che siano capri espiatori, che diventino fonte di lucro. Mi indigna non vedere una politica di lungo termine, definita con i rom, volta a aumentarne la qualità della vita con percorsi stabili di educazione alla cittadinanza, inclusione socio lavorativa, stabilizzazione dei giovani nei percorsi scolastici, valorizzazione del bilinguismo. E, in parallelo, percorsi di lotta al pregiudizio che coinvolgano anche me.
  3. Legittimazione dei matrimoni gay. Credo che il Paese sia pronto a riconoscere agli omosessuali un diritto che deve essere di tutti. Stiamo parlando di oltre 2 milioni di persone senza colpa né malattia che non possono essere se stesse. La mancanza dei matrimoni gay nel nostro ordinamento, oltre a rendere poco attraente l’Italia per il 5% circa della popolazione mondiale,  è una grande perdita per tutti perché la felicità dei singoli genera valore per la comunità.  
  4. Un futuro ai lavoratori precari. Nella discussione politica e sindacale, quella deiprecari è percepita come una minoranza: e di questo politica e sindacato pagheranno pegno.  È una minoranza mediatica che è maggioranza nel mercato del lavoro. Sono tanti singoli che non hanno tempo per lottare perché devono lavorare. Sono milioni di lavoratori che si arrabattano con una flessibilità circense e - anche quando riescono a pagare l’affitto - hanno la certezza di non poter arrivare a una pensione decorosa. Tengono in piedi il sistema pubblico, il welfare, molti servizi educativi, la produzione di cultura e i servizi alle persone. La prima cosa da fare sarebbe riequilibrare il divario di tutele e di ricchezza che hanno dai lavoratori garantiti, specialmente nel Pubblico Impiego. 
In questo mio desiderio non sono né particolarmente altruista, né troppo sognatore, vedo che c'è spazio per tutti, per le nostre diversità, per la ricchezza che ogni persona porta con sé, e odio l'idea che vada sprecata nella solitudine, nel rimpianto o nel rancore. 


lunedì 28 luglio 2014

Cerco, cambio, vendo, compro, offendo il lavoro.

Sono nato in una grande città operaia regolata dai ritmi dell’altoforno e dagli orari di arrivo delle navi da scaricare. “Ci sono i portuali in sciopero” o “L’Ansaldo è scesa in piazza” erano pronunciate un’ottava sotto, col rispetto dovuto alle celebrazioni in cattedrale. A cui assistere deferenti se non si era gli officianti.
Il lavoro e le sue forme di lotta erano celebrati come necessari e preziosi. Lo sciopero era parte del lavoro come gli attrezzi, la tuta, il sindacato, gli infortuni. Era il mondo di tutti noi e tutti guardavamo a un futuro per le nostre famiglie in cui crescesse la qualità del lavoro, i meritevoli fossero premiati e i deboli sostenuti.
Anche negli anni ’90, quando robotica e informatica hanno rivoluzionato le professioni e i mercati, provocando parecchi licenziamenti e prepensionamenti la reazione è stata composta e dignitosa, come davanti a una catastrofe naturale e un nuovo paesaggio sconosciuto da far colonizzare ai propri figli il cui dovere diventava ancor più studiare per interpretare il mondo.

Da qualche anno le cose sono cambiate. C’è stato un momento in cui il lavoro e il suo controvalore economico hanno perso ogni relazione, troppo per alcuni, briciole per altri; in cui gli imprenditori più bravi hanno maggiori difficoltà a creare ricchezza di una pletora di parassiti assistiti.
Forse c’entra il Crollo del Muro e la liberazione di forze che prima erano contenute dalle ideologie contrapposte di chi credeva di Dio o nella Comunità come fini ultimo del sacrificio di oggi per il bene di domani. Di certo non è facile realizzare di essere rimasti senza Dio ma ancora più difficile è essere senza lavoro. “'Io non credo nell'inferno, credo nella disoccupazione” afferma deciso Dustin Hoffman in ‘Tootsie’ quando per lavorare deve fingere di essere donna e riassume la lacerazione tra talento e opportunità che è propria ormai di un paio di generazioni.

È offensivo essere chiamati a fare sacrifici quando i privilegi di pochi sono sotto gli occhi di tutti. Infatti e sempre più evidente è l’assenza di vergogna, forse conseguenza dell’assenza di un Dio o di una Comunità a cui rendere conto dei peccati commessi così come delle buone azioni.
Li percepisci attorno a te i privilegiati, gli strapagati, i raccomandati, i cassintegrati professionisti, i riciclati, costruire muri, abbonarsi al ricorso al Tar e alla Corte di Strasburgo, sbracciarsi per dire che loro “non ci stiamo!”, che “vogliamo solo il rispetto delle regole e dei patti” anche quando sono arbitrari, iniqui, fonti di mercimonio.  Li immagini in difesa, con l’elmetto sulla testa e sul culo e l’avvocato carico nella fondina, nelle loro trincee scavate in Alitalia, alla Camera dei Deputati, al Teatro dell’Opera, in mille società miste municipalizzate speciali parapubbliche.

Assisto attonito alla fine del sindacato, ucciso per sua stessa mano e cecità; osservo disilluso i politici urlare annunci di riforme afoni di significato; mi irritano i cento dirigenti che danno la colpa dei propri errori e inerzia alla crisi o alla congiuntura strale; seguo col pensiero le avventure di chi se ne va all’estero a coltivare i sogni, di chi torna a quarant’anni a vivere coi genitori senza più sogni, di chi, sopraffatto, chiude sconfitto la propria battaglia terrena.
Se obietti a tanta supponenza, ti si rivoltano contro con frasi da fiction di basso costo come “Chi sei tu per parlare?” “Lo fanno tutti” “E’ sempre stato così”.


Io sono solo uno che paga tutte le tasse, si costruisce ogni giorno un curriculum meritato fatto di sbagli e di successi, pagandosi la propria formazione per stare sul mercato, e che non crede nella vita eterna e dunque preferisce che i peccati altrui che rovinano la vita mia, dei miei figli, dei miei amici, di mille sconosciuti respinti, vengano redenti qui, in contanti e subito.

lunedì 21 luglio 2014

Quando la professoressa è lesbica.

È una storia che non ho mai raccontato, che era finita nel magazzino ordinato dei ricordi assieme a tanti aneddoti, che era lì forse per essere inserita nella vita di un personaggio dei miei romanzi futuri. L'episodio dell’insegnante di Trento inquisita in ragione del proprio orientamento sessuale l’ha fatta tornare a galla e, nell’umidità appiccicosa di questa estate romana, ve la propongo come raccontino della sera.

Stella viveva ad Anversa, la sua città natale. Insegnante di Scienze e Matematica in una scuola superiore, aveva da parecchi anni anche l’incarico di coordinare per l'istituto l'orientamento dei ragazzi nelle scelte di studio e professionali. Come me, aveva vinto una visita di studio per comprendere come la Norvegia si impegnasse per combattere l’abbandono scolastico.
Era lesbica e non ne faceva mistero. Amava l’Italia, parlava un discreto italiano e mi aveva raccontato che ci era stata “con la mia fidanzata”.
In quel periodo stavo scrivendo un racconto per la mia raccolta People from Ikea che aveva come protagonista proprio una donna omosessuale. La simpatica Stella che leggeva in italiano mi parve un’occasione imperdibile per chiedere un’opinione sulla trama e le atmosfere create. Lei ne fu lusingata; trattò l'inedito con delicatezza senza però nessuna remora nello stroncare le mie ingenuità e forse anche pregiudizi in materia. Le due serate passate con lei, con una birra sotto le stelle, a parlare, prima del mio libro e poi delle nostre vite mi sono ancora preziose.
“Insegno in una scuola ebraica di Anversa. È frequentata da figli di famiglie fondamentaliste. Meno male che ho a che fare solo con numeri e formule…  Sai, da noi la musica non religiosa è del tutto proibita, niente Beatles, Madonna né U2. I programmi di storia non sono allineati con quelli ufficiali olandesi. Niente Shakespeare o Jane Austin e altra letteratura moderna”.
Davanti alla mia mandibola incredula e penzolante ha aggiunto “I matrimoni sono ancora combinati e le ragazze dell'ultimo anno non parlano d'altro.”
“Ma, possono comportarsi così?” la interrompevo io.
“Sono venuti gli ispettori del ministero e hanno abbastanza realizzato la situazione, senza però approfondire né intervenire."
"Li hanno pagati per farli tacere?" chiedo io con ottusa mentalità italiota.
"No, la comunità ortodossa ha detto chiaramente che se vogliono che il mercato dei diamanti resti a Anversa e non migri, ad esempio, a New York, su cose come questa devono chiudere due occhi e una bocca.”
“Come fai a stare in un posto così?” le chiesi, sottintendendo anche, ma non solo, al suo orientamento sessuale.
Rise, amaro. “Devo pagare il mutuo…” Poi aggiunse: “Comunque lo sanno che sono lesbica, da pochi mesi, credo tramite una ragazza che si è diplomata alcuni anni fa e che mi ha visto in un locale”. Finì la birra, “Non ne hanno mai parlato direttamente ma mi hanno messo all’angolo: i genitori non vengono più al ricevimento parenti, alcuni ragazzi cambiano marciapiede se mi vedono per strada. Anche i colleghi sono diventati gelidi; molti sono indifferenti alla mia omosessualità ma, diciamo pure, parlare con me non è consigliabile.”
“Una situazione difficile…”
Sorrise, “Mi spiace solo per i miei ragazzi. Per come saranno, per come alcuni soffrianno. Per le gioie della vita che sono destinati a perdere. Io ora voglio solo arrivare alla fine dell’anno scolastico per non dargliela vinta: di scuole ad Anversa ce ne sono tante... poi ho insegnare lì mi impediva di prendere una decisione serena in merito alla proposta di matrimonio che mi ha fatto Marja.”

NdA: il racconto è vero e si riferisce alla situazione specifica di una scuola e una comunità locale non a un popolo o a un paese. In Israele iI diritto garantisce ai gay la maggior parte dei diritti matrimoniali riconosciuti alle coppie eterosessuali, inclusa l’adozione. Anche se la piena ufficialità del matrimonio omosessuale non è ancora stata sanzionata, vengono riconosciuti i matrimoni omosessuali contratti all'estero.
Israele ha anche una delle più alte percentuali di popolazione favorevole all'equiparazione completa delle coppie gay a quelle etero, col 61% che sostiene l'introduzione del matrimonio civile per le coppie dello stesso sesso (dati 2011).

martedì 16 luglio 2013

Ho incontrato una Snowden all'amatriciana.

Aveva delle tette così esplosive che avrebbero da sole meritato un posto al Louvre degno delle 'O' di Giotto ma presto le dimenticai, travolto dall’interesse per il suo lavoro, per me, ai limiti dell’incredibile e della legalità.
La chiamerò Laura. L’ho conosciuta in un pub qualche anno fa. Quella calda sera d’estate la mia attenzione oscillò per un po’ tra le sue tette e quello che diceva, e ero incredulo per entrambe. Per inquadrare simpaticamente il suo lavoro usò dapprima parole vuote ma suggestive tipo “Mi occupo di business intelligence”, “Cose da web semantico”, “Analizzo big data” poi incalzata, e forse lusingata, dalla mia conoscenza del ramo – e da qualche birra di troppo - svelò via via maggiori dettagli.
“Ad esempio”, mi disse. “Lavoriamo molto in periodo elettorale, nelle zone in cui il risultato è incerto, dove magari 1000 o 100 voti fanno la differenza per un seggio.” Si prese una seconda birra bianca, “Noi sappiamo tutto  di ogni elettore.”
“Di chi?” dissi, ingenuo.
“Anche di te”, rise. “Sappiamo che auto hai, se l’hai pagata e come, che ristoranti frequenti, gli hotel. Ogni cosa sulla tua casa, le tue multe, i tuoi debiti. Seguiamo e incrociamo le informazioni dei tuoi conti, del tuo gps, della carta di credito, il bancomat, gli acquisti on line, le donazioni a Emergency, musica scaricata, ebook letti.”
“Ma è legale?” balbettai.
Laura oscillò tutta sullo sgabellino del bancone prima di parlare. “Le singole basi di dati sono acquisite in modo abbastanza legale. Sono in vendita e noi li usiamo. Niente lo vieta, a oggi. La qualità dei risultati dipende solo dalla capacità dell’analista nell’incrociare i numeri. La potenza di calcolo non è più un problema.” Lo sguardo di Laura scintillava: quello era il suo campo.
“Sono un matematico” le dissi per farle capire che potevo apprezzare le sue confidenze per il valore che avevano. Lei sorrise.
“E cosa potete fare con questi dati?”
“Tutto”, era molto sicura di sé. “Prevedere comportamenti di acquisto o di voto, che poi sono la stessa cosa, e simulare gli effetti di azioni di condizionamento. Possiamo sapere se sei interessato a un corso di inglese, un massaggio, un viaggio a Bali con sessioni di yoga.”
“Quindi più uno e poveraccio e più voi siete disinteressati a lui?” provai a sdrammatizzare.
“Non noi. I nostri clienti. Comunque anche i poveracci votano…” e la sua anima sociale, si vedeva, non era legata alla difesa delle garanzie democratiche ma alla forza del mercato. “E poi”, aggiunse Laura illuminando gli occhi color miele, “i poveracci sono quelli che interessano di più alle polizie. Sono quelli che fanno casino e disturbano i mercati. Sono utilissimi anche loro.”

È come del porco: dei dati personali non si butta via niente.