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lunedì 2 novembre 2015

Halloween a Roma, tra politica, dolcetti e scherzetti.

Sabato sera ero a una festa di bambini dove molti genitori parlavano di politica. Dopo essere stati tutti esperti di motociclismo per una settimana, gli italiani si sono scoperti tutti esegeti della politica capitolina; vivendoci,  vi assicuro che dal di dentro le cose sono assai diverse. Contribuisco con un po’  di opinioni e punti di vista raccolti e sentiti tra dolcetti e scherzetti. Molta rabbia, disullusione, parole in libertà. Parolacce, sfanculi e simili sono epurati:

Sul PD: Massacrato da tutti con precisione e competenza.
Il PD a Roma è finito, le persone schifate, le decisioni prese incomprensibili e faziose, su questo unanimità totale. C'è spaesamento perchè la città guarda da sempre alla sinistra con interesse, ma non è disposta a farsi fregare oltre il tollerabile. Le opinioni in merito spaziavano dai metodi dell'opaco Orfini definiti “fascisti” e “pericolosi”, specie per aver imposto le dimissioni ai suoi senza portarli in aula nell’evidente timore di non riuscire a controllarli; al classico “la pagheranno alle urne, la pagheranno cara.” Un diffuso “Questi vivono sulla luna, non hanno idea di cosa pensino gli elettori, sono loro i marziani.” "Barca ha detto che metà delle sezioni vanno chiuse, l'altra metà vanno trasformate in temporary shop". A un più sottile e caustico: “Il metodo Boffo in mano al PD romano diventa cicuta pura e ognuno di noi deve preoccuparsi.”

Su Marino: utile e inutile assieme.
Chiaro il commento dell'esperto: “Con Veltroni l’opposizione non esisteva, con Alemanno l’opposizione non esisteva, con Marino c’era solo opposizione perché l’Alieno aveva deciso di non atterrare nella merda che vedeva dappertutto e ha provato a spazzarla e a ripulirla.” Parecchi lo rivoterebbero. Molti non lo rivoterebbero ma “Marino è crollato perché invece di chiudere gli occhi ha schiacciato i piedi di tutti, e non è di certo un genio.”


Su Milano capitale morale:
“Questa cagata pazzesca di una città grande come il Tuscolano che vuol darsi delle arie e invece è marcia: con mezzo consiglio regionale inquisito, la mafia a ogni livello e l’Expo con più scheletri nelle fondamenta che la Salerno – Reggio Calabria”. “Cantone l’ha detto e due giorni ci ha rifilato Tronca, uno che mandava suo figlio alle feste con le auto di servizio, che come prima cosa è corso a leccare in Vaticano.” 
Una chiosa sull’Expo condivisa da molti “Ci sono stato e mi hanno fregato con una truffa in scala planetaria: se in un cinema ci stanno 300 persone e vendono 1000 biglietti tu che non vedi nulla non ti incazzeresti?  L’Expo era quel cinema moltiplicato per mille. La quantità è qualità solo per chi salta le code.”  "Una colossale occasione sprecata pagata da tutti noi."

Sul Vaticano:
Colorito il considerarlo “Una banda di scappati di casa per non lavorare, attenti solo al loro portafoglio, a non far adottare i bambini a chi li desidera, fuori dal tempo e dentro solo ai loro giochetti per mantenere aperte quattro scuole private per ricchi e a non pagare le tasse.” Utile a capire il “In Sicilia c’è solo la mafia, qui abbiamo la mafia e il Vaticano e non c’è davvero nessuna speranza.” Sul tema ho detto la mia su  un post precedente

La Repubblica
"Non serve neanche per accendere il caminetto: è stata schifosa e falsa per tutto il tempo sapendolo di esserlo e questo la rende degna del fallimento." "La tessera all'ordine dei giornalisti serve solo a entrare gratis allo stadio" "Vedrai se quel mentitore seriale di Francesco Merlo non ce lo ritroviamo eletto dal PD." In effetti, concordo, il quotidiano è stato indegno dellla sua storia e ha stampato pagine nere del giornalismo.

Sul Sindacato:
Analitico il “Marino è caduto due giorni dopo aver dichiarato nel silenzio generale che i 41 dipendenti comunali per cui è stata provata l’assunzione illegale da parte di Alemanno andavano licenziati”. Più circostanziato il “Stanno tutti a rompe li coglioni con questioni di diritto ma tutti timbrano il cartellino degli altri, si rubano pure le scrivanie e fanno quello che gli pare.” Opportuno “I sindacati hanno lasciato andare a schifo qualsiasi idea sensata sul lavoro in cambio di migliaia di assunzioni illegali.”

Sul M5S
“Se candidano qualcuno meglio dell’Asino di Buridano vincono a occhi chiusi.” Con aggiunte tipo “Se non vincono è perché se la fanno sotto a gestire Roma e non vogliono vincere.” In effetti la sensazione è che se riescono a presentare un candidato credibile e capace, magari già con la sua squadra di qualità e non i soliti scappati di casa col sorriso bianco come la fedina penale, vincono a mani basse.

Sulla Destra

Quando si parla della destra e di Alemanno, la Meloni, di gente così, i toni si abbassano: “Fanno paura, paura paura.” I danni fatti dal precedente sindaco con la complicità di questo stesso PD bruciano ancora sulla pelle di tutti quelli che prima di votare pensano  al bene collettivo e non al figlio da far assumere (e fortunatamente ce ne sono tanti).

Su Roma:
"Hai visto il cielo di questi giorni? Hai mai visto un cielo più bello in vita tua? Non esiste."

domenica 25 ottobre 2015

Cos’è e come funziona il Social Eating.

Da più di un anno sono iscritto come cuoco a una piattaforma di Social Eating. Nel mio caso si tratta di www.eatwith.com , nata in Francia, ce ne sono comunque diverse.
Ho fatto finora 6 cene. Sempre due commensali, tranne nell’ultima che erano quattro. Per loro era sempre ‘la prima volta’ in un contesto del genere, età tra i 35 e i 50, benestanti, amanti della convivialità. Si tratta di cenare a casa di sconosciuti di cui si sa qualcosa attraverso i meccanismi di creazione di fiducia tipici dei social, con cui la naturale riservatezza viene compensata dalla curiosità e dalla sensazione di poter vivere qualcosa di unico. Qualcosa di totalmente diverso dal ristorante.  
Adoro cucinare, ho spesso amici a tavola, sperimento anche quando ceno da solo, cerco anche da sempre di capire come il cibo e la convivialità generino dinamiche di relazione, accoglienza, affetto, comprensione. Ovviamente in quei casi  miei invitati sono ospiti, al massimo si presentano con una bottiglia di vino o una vaschetta di gelato (oltre che con un paio di amici invitati a sorpresa).
Nel socia eating invece le persone pagano per mangiare a casa tua. Tu fissi il prezzo e la piattaforma che mette in contatto e gestisce le transazioni ci aggiunge un 10% per il proprio servizio.
Il perché lo fanno e perché, le persone cucinano può a grandi linee dividere il modello in due grandi categorie:

I social chef PULL
Il mio caso. Mi sono iscritto al sito con le mie credenziali social, ho descritto l’ambiente della mia cucina, il fatto che a tavola potrebbero ritrovarsi anche i miei pupetti, ho messo le foto di un po’ di piatti possibili a titolo di esempio. Non faccio nulla di attivo, mi limito a segnare le giornate in cui posso ricevere ospiti. Sono anche disponibile a farli cucinare con me o a ipotizzare un giro mattutino al mercato assieme. Ogni tanto mi arriva un amail “Pascale vorrebbe cenare da te il 27, accetti?”
Se tutto questo (unito alle recensione degli ospiti precedenti) convince qualcuno, mi contattano. Se posso, il profilo di Pascale mi convince, le sue eventuali  richieste sono di senso (es. ben accetti celiaci, astenersi vegani), accetto. Allora discutiamo (poco)  di menù e di quello che vogliono e li aspetto nella sera e all’ora concordata. 
Il prezzo è il costo degli ingredienti per tutti i presenti al tavolo. Siccome poi offro assaggi, grappini etc, il costo è spesso solo una parte del rimborso alla spesa.
I miei ospiti (massimo 4) arrivano assieme e tra loro si conoscono sempre, sanno che sarò a tavola con loro con la mia famiglia a parlar di cinema, di Italia, viaggi, a dare consigli su come godersi Roma, sui nuovi percorsi di Street Art a Roma, a rispondere domande sul costo degli affitti nella mia zona, sulla provenienza dei porcini che ho accoppiato al pesce spada, sui quadri che ho alle pareti.  
Il cibo sarà una sorpresa per tutti i presenti.  
Lo faccio non più di una volta ogni due mesi, perché voglio dare il meglio, perché non è un gioco e loro si meritano l’accoglienza di uno non annoiato, perché la mia famiglia deve vivere la novità dell’ospite con entusiasmo. Sanno infine che faccio tutto questo anche per poter parlare un po’ il francese, difficile da praticare a Roma.

I social chef PUSH
Sono cene più organizzate e che vanno molto di più incontro al mercato. 
Ragionano dunque di comunicazione, programmazione di cene, stagionalità.
Sulla piattaforma, una italiana perfetta allo scopo è anche www.gnammo.it , chi apre la propria casa a ospiti presenta la cena, in una data da sé scelta, per un prezzo da fissato, per un menù esplicitato per intero dal principio. Spesso si tratta di eventi aperti a numeri maggiori (anche fino a 15-20 partecipanti).
Anche in questo caso, la reputazione conquistata con precedenti cene favorisce la scelta e rassicura tutti. L’organizzatore rimanda l’evento creato dalla piattaforma attraverso i propri social e con le proprie mailing list. Vi è dunque un importante lavoro di comunicazione non presente nel caso precedente da cui spesso dipende la riuscita della serata.  
In questa tipologia il padrone di casa è straimpegnato e la regia della serata deve essere più accorta e complessa, dedicando il tempo a tutti, includendo i timidi etc. In molti casi questo è favorito dal fatto che le cene sono a tema, o c’è l’ospite di riguardo (architetto, attore, …), magari qualcuno suona.
Sono cene conviviali, dove i commensali tra loro spesso non si conoscono e, anzi, usano l’occasione per allargare la cerchia delle relazioni, sia in ambito professionale che amicale. Per questa ragione è più bassa la presenza di stranieri, al tavolo si parla spesso italiano.

Responsabilità, fiscalità, rapporti con i vicini di casa? E’ tutto poco definito nel dettaglio. Sia chiaro: non si fa ristorazione ma si invitano persone a casa. 
Finché non c’è guadagno in chi ospita, si tratta di un contributo al costo della spesa. Per chi invece guadagna e lo fa spesso esistono i commercialisti, le leggi e la propria coscienza. 
Come per AirBnB, si stanno sviluppando forme assicurative ad hoc.
Come molte pratiche di Sharing Economy, il social eating intercetta bisogni e necessità reali e la realtà è anni avanti alla normativa, agli interessi corporativi, ai vuoti discorsi su certo turismo ‘esperienziale’ fatti dagli esperti di fuffa. Porta turisti nelle periferie e riempie di ricordi i carnet di viaggio. È bello, e mentre lo fai ti rendi conto che è intelligente, utile e mischia le idee generandone di nuove.   

venerdì 16 ottobre 2015

Vi racconto l'imperdibile Maker Faire a Roma.

We are Makers since the Big Bang” dichiarano i due cartelloni scritti a mano posti fuori dalla chiesa de La Sapienza per attrarre all’interno qualcuno dei 100.000 visitatori attesi quest’anno. Credo da sempre che i seminari formino i migliori copywriter sul mercato e anche questi non fanno eccezione. La passione e la voglia di cambiare il futuro, per i visitatori, hanno comunque qualcosa di messianico.
Per la prima volta all’interno della cittadella universitaria, la Maker Faire è colossale.  Era pienissimo di gente e oggi Venerdì 16 ottobre era solo il primo giorno.
Si tratta di circa 600 stand che presentano pavimenti che suonano se li calpesti, bici fatte di bambù o tagliate al laser, droni di ogni dimensione che svolazzano qui e là, orti idroponici da appartamento, stampanti 3D capaci di realizzare gioielli o case, tessuti in fibra di legno, tutori intelligenti, sensori che apprendono, una rock band di robot (stonata ma scenografica), una scatola nera per il trasporto di opere d’arte, robot per fare modellazione 3D degli spazi catacombali, specchi che portano il sole nel buio anche negli scantinati, macchine per scrivere sulle pappardelle. Poi robot che annusano, spostano, aiutano anziani, programmabili da bambini, realizzati con lego, gli scarti, la gomma.

A cosa serve tutto questo?

Non si sa, non è chiaro neppure agli espositori, e proprio per questa ragione è bellissimo. È necessario. È energia e sogno. È magmatico e si ridefinisce continuamente. 
In posti così capisci che il futuro è adesso. Se si trattasse di prodotti per il mercato la fiera sarebbe solo noia e grosse cravatte su giacche blu. Ogni stand è una sorpresa, ti accende neuroni, ti stupisce.
Sì, alcuni sono destinati al fallimento, altri meno, altri sono figate pazzesche: in questi casi è il tutto che acquisisce valore perché valgono tutti lo stesso rispetto e proprio dai fallimenti nasceranno le più grandi fortune.

Percepisci anche la distanza di quell’accozzaglia di cervelli dalle istituzione e dalla politica. Amici politici, andateci, almeno 4 ore, potrebbe cambiarvi la vita e dare ossigeno ai vostri neuroni. Anche l’Università che l’ospita sembra un guscio vuoto, e i palazzi diventano quinte polverose per  un dinamismo dimenticato tra quelle mura che è forse quello che ha fatto, centinaia di anni fa, nascere l’idea stessa degli studi superiori.

La curiosità è la leva che sposta le persone lì, la collaborazione è il pilastro che le cementa, la fiducia un prerequisito naturale all’essere lì. Il talento l’indicatore di reputazione.
Mi ha colpito la forte presenza femminile in tutti gli stand che leggo secondo due direttrici: più donne nelle facoltà scientifiche, nei gruppi di coding e nei fab lab, così come (finalmente!) la presa d’atto che la tecnologia senza l’umanesimo magari sviluppa mercato ma non ha impatto sulla società e lascia l’Italia sempre più in fondo alle classifiche.
In quei vialoni, oggi ho sentito davvero forte il senso della tanto declamata Social Innovation e di cosa voglia dire progettare con e non per.
Grande la presenza di designer. Intendo dire che le cose presentate erano spesso molto belle, molto più di quello che ti aspetteresti da un nerd o da chi pensa che le soluzioni siano responsabilità delle procedure. Grande attenzione quindi alla esperienza d’uso.
Mi ha sorpreso come gli stand delle grandi aziende come Google, Telecom o Microsoft elemosinassero visitatori a suon di gadget. Se li filavano in pochi, così come le loro soluzioni ‘chiavi in mano’ reperti di una preistoria fatta di SMAU e saloni del genere. A generare la ressa erano invece gli stand che abilitavano gli utenti a fare cose nuove, a esplorare strade, non a applicare procedure codificate in California per essere usate da Tivoli a Tahiti.  

Andateci, lasciatevi stordire, guardatevi intorno, fatelo per voi stessi e poi – chissà – darete anche voi vita a qualcosa di buono per tutti.

venerdì 2 ottobre 2015

Il Giubileo della Misericordia nel costato della città ferita.

Decido a sorpresa di invitare a casa tua 35 milioni di pellegrini e te lo dico con soli sei mesi di anticipo. Lo so, scherzi da prete! L’ultima volta, nel 2000, gli imbucati nella tua città per la mia festa erano solo 25 milioni e ti sei preparato per 4 anni. I tempi sono cambiati, bisogna stupire. Un Giubileo a sorpresa fa tutti felici, è come un democratico gratta e vinci dove la Chiesa stampa e benedice i coupon e tutti vincono, e vengono a grattare a casa tua. 

Tranquillo però: stavolta facciamo una cosa semplice, non voglio niente di ché. Dammi giusto qualche fontanella per l’acqua e due porchettari che spaccino merende; un menù a tarallucci e vino è perfetto. Magari, visto che ci siamo, fammi anche qualche via pedonale che porti di qui a lì, cessi a centinaia, e qualche parcheggio per migliaia di pullman. Per gestire la sicurezza io ci metto le guardie svizzere che spaventano i bambini e spazzano le cicche, tu pensa al resto. Se si ammalano, tengo aperta la Farmacia Vaticana; per il resto confido in te.
   
No, non puoi dire di no, questa non è mica una Olimpiade che prima di assegnartela verificano che tu abbia i requisiti, questa è la croce del Giubileo e devi portarla, ringraziare, sorridere ai pellegrini e darmi pure l'8 per mille.
So che hai un grande cuore. Sì, mi rendo conto che sei una città stremata dal maggior sconquasso accaduto da quando Romolo ha ucciso Remo. E con questo? Pensa positivo, keep calm, guarda avanti anche se la mafia è radicata in tutti i partiti di governo e opposizione; anche noi abbiamo parecchia brutta gente nell'organizzazione però siamo qui da duemila anni e anzi, valorizziamo le debolezze e organizziamo questi mega party per peccatori. 
So anche che hai i servizi di trasporto e la nettezza urbana in ginocchio, spolpati dalla politica, zeppi di dirigenti incapaci, sindacalisti conniventi e popolati dagli estremisti neri, però la festa del mio club è troppo importante. Sì, sanno tutti che i tuoi vigili urbani sono allo sbando e senza credibilità, e quelli dell’ufficio parchi e giardini quasi tutti al gabbio. 
Soldi? Fai tu, mi fido e mi riservo di lamentarmi dopo. Te ne darei anche un po’ se li avessi ma a mia insaputa mi impediscono di pagarti l’ICI sui miei hotel con la Madonna nell’ingresso e la piscina nel parco. 
Però sappi che ho parlato con la Provvidenza e mi ha assicurato che ci dà una mano. Non la conosci? È esattamente come la Protezione Civile, scende dall'altro senza elicotteri e se non fa il suo dovere non la puoi inquisire come Bertolaso.   

Sbrigati, su. Io non faccio parte dell’Unione Europea sai, e dunque se faccio le gare d’appalto uso la trattativa privata e in due settimane assegno i contratti a chi mi pare però, dai, per me anche tu potresti fare uno strappo. Lo so, per fare tutte le gare in regola ci vogliono almeno 12 mesi; accelera e dagli una botta. D’altronde l’hai già fatto per l’Expo di Milano. Ci saranno furti e illeciti? E chi se ne frega, tanto quelli del brand l’hanno chiamato Giubileo della Misericordia e basta una passeggiata sotto le 5 porte sante e i peccati di tutti saranno risciacquati via.

Poi, se proprio hai timore, a fare il capro espiatorio lasciamo Marino, l’utile idiota perfetto. 
Stava pure provando a aggiustare un po’ la città e se non arrivavamo noi col Giubileo Straordinario magari riusciva pure a sistemare questa città sbrindellata. Bell’idea, vero il nostro megaparty? Ci stanno ringraziando in molti. Gli abbiamo attizzato un roseto ardente sotto il Campidoglio: o scappa per il fumo o finisce arrosto. A forza di seminar zizzannia, abbiamo convinto il mondo che lui ha colpa ‘a prescindere’, perché tanto è quasi comunista, se la fa con i gay e non si inginocchia alla comunione, 'sto zozzone.  
La verità è che in realtà nessuna città al mondo potrebbe organizzare un party del genere in sei mesi. Se poi il Giubileo funziona, diremo che è stato un miracolo accaduto nonostante Marino. Qualsiasi casino sarà invece colpa sua.
Eh, bella la mia Roma, vedi, come è facile organizzare giubilei a sorpresa con le città degli altri.

Il tuo amato Stato del Vaticano


lunedì 14 settembre 2015

Tutti in Sardegna, la Sardegna non per tutti.

Ho avuto il piacere di essere selezionato nel team di esperti esterni del Primo Festival della Resilienza a Macomer, organizzato dall’infaticabile Associazione Propositivo. Forse mi sono per la prima volta avvicinato a comprendere lo specifico della Sardegna. 
Il Festival era realizzato in modalità “brainsurfing” e dal nome in poi era tutta un’incognita. Mi è parsa subito una sfida da cogliere, un po’ incosciente, un po’ per sognatori. Si è trattato di osservare con occhi nuovi un territorio ricco di potenziale e di criticità, con molta gente in gamba desiderosa di confrontarsi, innamorata di quei posti bellissimi e difficili.
Per una settimana a Luglio ho incontrato lo splendore della Sardegna. Nel sudore dei pomeriggi a 40° e nelle serate ai nuraghi mi sono confrontato, portando quello che sono. Ho goduto di un’ospitalità smisurata e li ho sentiti ammettere di come invece siano restii nell’accoglienza, li ho visti impegnati a creare ponti con la Cina e gli USA ma anche involuti nella complessità di 8 inutili province (nonostante abbiano meno abitanti della sola provincia di Torino), centinaia di micro e antifunzionali comuni seduti in ragioni antistoriche, affezionati una serie di regioni che non esistono amministrativamente ma radicate nel dna (Macomer ad esempio è prima di tutto nel Marghine, che confina con la Palargia, da qualche parte ti aspetti pure la Terra di Mezzo… in confronto pisani e fiorentini sembrano gemelli siamesi.)
Ho verificato di come la Sardegna sia la regione meno ‘italiana’. In confronto, l’Alto Adige pare un quartiere di Roma popolato da biondi con gli occhi chiari. Il tedesco parlato a Bolzano è lingua comunque in grado di aprire a altri mondi; in Sardegna, il sardo è il muro invalicabile alla comunicazione con l’esterno. Non è solo la lingua a segnare il distacco ma ancor di più il riferimento la civiltà nuragica: un mondo impermeabile a fenici, greci e romani, sconosciuto ai sardi stessi e dunque mitizzabile oltre misura, come accade solo per i vichinghi e Atlantide.

Ho diretto per anni un’azienda leader nazionale nei servizi alla pubblica amministrazione e non partecipavo mai a gare sarde perché “In Sardegna lavorano solo i sardi” era l’imperativo condiviso da tutti nel settore. Mi è parso dunque naturale che in Sardegna nascesse una moneta complementare perfetta come il Sardex, che rende una pippa il Bitcoin. (Il Sardex è una efficace moneta a interessi zero usata da migliaia di imprese, ancorata all’economia del territorio, funziona solo in Sardegna). 
Anche in Sardegna, come è evidente in Calabria e Sicilia, il sistema è drogato dalla logica frammentata e a corto respiro dei finanziamenti europei, in difficoltà nel lavorare assieme per ottenere risultati nel lungo periodo (che è poi la base della resilienza che uno sparuto gruppo di coraggiosi si sforza di portare all’attenzione della politica e dei cittadini). La pubblica amministrazione vede troppo spesso se stessa come erogatrice di fondi a pioggia e non come facilitatrice di processi in grado di abilitare comunità a farsi carico di se stesse. Tanti progettini, dunque, per un’esistenza al presente che scorda le generazioni che verranno. E in troppi se ne vanno.

Qualcuno però non si arrende. Con me, a Macomer, c’erano almeno sette o otto sardi che dopo anni all’estero o in giro per l’Italia, si sono convinti nel segnare strade di ritorno e non solo vie per trovare futuri altrove. Sono forse loro i primi a incunearsi con agilità nelle fessure che la modernità riesce ad aprire anche lì. E risvegliano, e si saldano a energie non spente: quelle della coraggiosa libraia di Macomer, dell’associazione che vuole rimettere in funzione il fantastico trenino che taglia l’interno dell’isola, di chi la Sardegna la canta e la suona con orgoglio, chi punta sul vino, chi sull’agricoltura idroponica. 

Ottimista? Realista, con una propensione a vedere più chi interviene di chi si lamenta e nega la realtà. Compiaciuto che alcune delle più belle persone che ho incontrato vogliano occuparsi di politica. Stupefacente e controcorrente forse, ma in linea con una grande tradizione e segno che forse proprio da posti diversi come la Sardegna possano ripartire le idee e i progetti di chi vuole pensare in grande (e diversamente).

domenica 23 agosto 2015

La discussione più surreale della mia estate

Con Piero ho diviso un letto matrimoniale in un piccolo B&B in un bel paesello sulla costa occidentale della Sardegna. (… del perché eravamo nello stesso letto vi racconto magari un’altra volta J)
Del proprietario sapevamo solo che era di origine veneta e che la sera prima era andato a ascoltare la guru ambientalista indiana Vandana Shiva che teneva una conferenza in un paesino poco lontano dal nostro.  Di per sé la cosa era interessante, anti Expo quanto basta, e non vedevamo l’ora di farne argomento di conversazione davanti a un caffè sulla sua splendida terrazza. Per colazione era vestito come il tipico Guru: pantaloni in seta cotta blu e una maglia rosa antico con una scritta verticale in qualche lingua orientale il cui significato era accessibile a pochi. Capello lungo e aria vissuta.
“Come è stato l’incontro di ieri sera con Vandana Shiva?” Fu la nostra prima domanda, buona per rompere il ghiaccio.
“Non male,” sentenziò. “Lei è certo un po’ una star. C’era gente che mentre l’ascoltava piangeva, degli svitati. Quello che dice però è identico a quello che le senti raccontare su Youtube. Secondo me non sapeva neppure di essere in Sardegna.”
“Di certo è una specie di testimone e fa del racconto un modo per rompere l’indifferenza di molti. Comunque è una coraggiosa,” dissi io.
“Tanti dei suoi amici sono morti o spariti per difendere le loro terre dalle speculazioni e dagli OGM,” aggiunge Piero assertivamente.
“Già, quella è l’India,” era l’opinione del Guru.
“Fosse stata in Russia, neanche lei sarebbe più qui a girare la Sardegna,” ammiccò ancora Piero.
“No, questo no!” si inalberò il Guru. “Non credeteci! Non è mica come ci dicono: Putin è un grande e i russi non hanno mai amato tanto un loro capo. Anche sull’Ucraina ci raccontano un sacco di palle. Io mi informo e so per certo che c’è un complotto internazionale nei suoi confronti, tutto quello di buono che fa viene boicottato.”

Ci prese in contropiede. Come poteva un veneto affittacamere trapiantato nell’isola essere così filorusso e avere una passione così spassionata per Putin?
Accanto a me, Piero, mister resilienza in persona, boccheggiava in difficoltà a incassare il colpo. Io deglutivo Lavazza bollente. Il totale silenzio ci sembrò la migliore forma di blando rispetto verso il padrone di casa.
Che sproloquiava ancora la gloria di Putin quando, d’improvviso, apparve La Risposta alle nostre domande.
Dalla stanza accanto, con le unghie laccate e gli occhi blu ghiaccio, si manifestò una figa spaziale degna del ruolo di gnocca cattiva nei migliori film di 007. Curve mozzafiato, lunghi capelli biondi, sorriso perfetto e origine moldava russa.
Avevamo davanti l’altra metà del Guru, colei che ne possedeva pensieri e opinioni e elargiva in cambio di abbastanza sostanza da tirare ben più di un’intera mandria di buoi.
Annuiva a quello che lui affermava; non aveva bisogno di parlare. A favore di Putin avrebbe potuto parlare per ore ma il suo linguaggio non verbale diceva tutto.
Ci trovammo insaccati peggio che un sottomarino americano prigioniero in Crimea. Nessun argomento razionale poteva batterla. Anche dimostrare come i russi mangiassero i bambini, i giornalisti e gli attivisti sarebbe stato fiato perso nel vento della steppa.
Piero tentò un approccio morbido: “Certo che a Sochi per organizzare le Olimpiadi non hanno certo rispettato l’ambiente…” che suonava come l’accusa di evasione fiscale a Al Capone.
“Voi italiani non rispettate certo l’ambiente quando vi fa comodo,” sentenziò lei, “chi lo fa poi?”
“Forse nei paesi nordici, sia i diritti delle persone che dell’ambiente sono più tutelati, rispettati, per esempio,” osai dire io.
“Quelli ammazzano e mangiano le balene!!” urlò il Guru come se quella balena di sua cugina fosse tra gli esemplari minacciati. “Sono popoli incivili! Gente come i norvegesi rovina il mondo,” era livido di rabbia.
Di nuovo la discussione pattinava sul ghiaccio e applicare la logica diventava del tutto inutile.
“Però sono posti fantastici. Io andrò in vacanza con la famiglia alle Lofoten quest’anno. Proprio dove si fa lo stoccafisso, sapete?” dissi a mio rischio e pericolo, ed era pure vero.
Piero lì, aggiunse un carpiato fenomenale e affondò sull’unico altro argomento capace di unire i popoli oltre alla gnocca: “Però il baccalà come lo fate voi in Veneto… una vera goduria.”
Anche La Risposta convenne: “Eccezionale anche sulla polenta!”
Fu come aver fumato assieme il calumet della pace.

Uscendo dalla porticina che dava sul vicolo diretto verso il centro storico avevamo solo il desiderio di allontanarci abbastanza per ridere sguaiatamente e raccontarci infinite volte ogni dettaglio. 

martedì 18 agosto 2015

Quando la televisione è vuota.

La nomina di sette consiglieri over 60 nel CdA della RAI spinge a una riflessione sulla tv pubblica, sul suo senso e utilità.
Non c’è nulla in televisione” lo sento dire sempre più spesso. Dapprima viene da chi ha solo i programmi in chiaro. Ecco allora l’investimento nei canali a pagamento. “Non c’è nulla in televisione” sbuca dopo poco. Ecco allora l’aggiunta di qualche pay per view, la prossima sarà Netflix. Non ci sarà nulla da vedere neanche lì perché è chiaro come la tv da noi conosciuta negli ultimi 40 anni sia finita.
La sterminata ricchezza di contenuti di Internet è a disposizione di tutti e in particolare di una generazione che li sa trovare, selezionare e apprezzare, avesse anche i soldi per comprarsi la tv non sarebbe poi così interessata a farlo. Le vendite sono infatti in picchiata. Le Smart tv sono l’anteprima di quanto il mercato può offrire ma non bastano neppure a togliersi l’appetito. La loro usabilità è nulla. Il fascino del 50 pollici è però inimitabile e dunque non credo che verrà soppiantato dal computer o dallo smartphone. Piuttosto serve una tv che si comandi come un tablet, che faccia le stesse cose comandata a gesti e parole.
I palinsesti saranno di libera composizione da parte dell’utenza. Per godere appieno il mare magnum dei contenuti si affermeranno degli opinion leader che, come accade su Twitter, segnaleranno le cose che vale la pena vedere e perché. In fondo, già oggi questo avviene per decidere che serie scaricarsi o vedersi su qualche sito pirata. Vi saranno poi gli “eventi”, trasmissioni d’eccezione che varrà la pena vedere in modo sincrono, tutti assieme, attorno al focolare al plasma. Si tratta di Sport ma anche di concerti pop, festival, qualche reality, anteprime e rarità.
L’utenza si segmenterà sui filoni che corrispondono ai desideri,  alle necessità e agli istinti, tra loro anche in parte sovrapposti:
  • Chi vuole capire e informarsi, seguirà programmi e contenuti di approfondimento su un palinsesto infinito
  • Chi vuole divertirsi/svagarsi, avrà a disposizione format e servizi allo scopo, film, serie, …
  • Chi vuole imparare, potrà accedere a tutorial e contenuti di autoformazione, formazione collaborativa, elearning
  • Chi vuole scommettere, accederà a programmi e piattaforme interattive r potrà farlo anche sovrapponendosi ai format precedenti (scommettere in tempo reale sul vincitore del Festival, la squadra di calcio, etc…)
  • Chi vuole socializzare/rimorchiare, avrà ogni modo per farlo (inclusa la telecamera in dotazione a ogni apparecchio).
  • Chi vuole seguire un movimento/religione/partito avrà l’ambiente per farlo attivamente senza alzarsi dal divano  

Tutto questo avrà  senso se funziona, se affascina, se batte la concorrenza di altri device (quella con la realtà è battuta in partenza). La principale scommessa sarà quella sull’usabilità di questi servizi. È lì che bisogna sperimentare e investire qualche trilionata.
Piccoli esempi: guardando un programma sulle vie medievali di Dolceacqua in Liguria posso poter prenotare direttamente un hotel o un ristorante in loco senza interrompere la visione. Dall’ennesimo programma della Clerici in cui si cuociono asparagi alla birra potrò comprare vegetali o prenotarmi per un corso da mastro birraio. Con la stessa facilità si potranno immaginare contenuti su cui costruire sondaggi, sistemi di votazione, quiz, vendite, anche decidere le trame delle fiction a maggioranza.

Quanto ci vorrà? Non credo sia questione di tecnologia quanto piuttosto di cultura del pubblico. Se consideriamo nativo digitale chi è nato dal ’90 in poi, diciamo che la massa arriverà al potere di acquisto di una tv nei prossimi 5 anni. E se la tv non sarà così, le stesse cose si faranno sui pc, smartphone o – peggio ancora – le persone riprenderanno a uscire e a vedersi di persona, pratica, si sa, poco smart e scomoda in generale.

Ecco allora come la RAI e i sui ultrasessantenni al potere fanno quasi tenerezza: soprammobili fuori moda nella stanza di comando.
Se poi, addirittura, qualcuno si ricorda che parliamo di un servizio pubblico, ecco come questo agghiacciante post debba trovare nella società degli anticorpi  che ne sciolgano i poteri eversivi, blocchino i rischi di censura e monopolio delle idee, liberino lo spirito critico nella costruzione di opportunità. Forse allora chi volesse occuparsi di televisione e bene comune potrebbe ripartire dall’educazione alla curiosità, al rispetto per il diverso, all’insegnare a usare il mezzo per arrivare a un fine che si basi su contenuti fatti con/per e i parte da l’utenza e non dagli inserzionisti o dal governo.