- A – Alberto Angela, presidente del consiglio dei saggi per acclamazione, atteso da una fila immensa. Evocato già dai perquisitori (quelli che all’ingresso ti tolgono le bottiglie d’acqua perché tu possa comprare l’acqua nei bar interni). Sbrilluccicante negli occhi glitterati delle signore phonate. Santo subito.
- B – Bella Ciao, password popolare che apriva l’accesso alle teste altrimenti rinchiuse nella paura di un forte fascismo percepito. Era scritta sulle spilline indossate dagli editori, appesa agli stand, fischiettata nei bagni e nei corridoi. Mi son svegliato.
- C – Code, una costante nel paesaggio. Migliaia di bipedi disposti a aspettare per ore in coda la presentazione di Salinger Jr., la dichiarazione di Saviano, la battuta di Pannofino. Code per mangiare, pisciare, pagare. Code.
- D – Disegnetto, è il miglior modo di vendere libri se fai l’illustratore. Vati del gesto creativo seriale sono Zerocalcare, per avere il di cui disegno su un di cui libro occorreva prendere il numero e attendere qualche ora peggio che allo sportello Equitalia, e Leo Ortolani che invece amava veder la fila davanti a sé; fila così lunga da favorire la nascita di amicizie e amori.
- E – Ebook, scomparsi dai radar, schifati dal mercato, hackerati come avenger, sopportati da pochi editori, espulsi da altri. Nessuna traccia, nessuna convenienza. Fino ad alcune case editrici serie che, se proprio lo scrittore vuole, gli fanno l’ebook se se lo paga lui.
- F – Fascismo, respinto, rimbalzato, esorcizzato, schiacciato da pile di libri e da suole inarrestabili, soprattutto da idee e buon senso che nel salone esondavano fluenti. Chi aveva pubblicato anche solo la biografia del nonno nato in quel periodo la esponeva come feticcio e parafulmine. La forza delle idee vs. la forza contro le idee.
- G – Giovani. Tanti, ovunque, in parte scarrozzati da professori, in parte impegnati in progetti di alternanza scuola/lavoro centrati sull’intervistare, scrivere, creare, gestire. Tanta curiosità esibita. Alla ricerca di voci sintonizzate sulle loro orecchie, e di orecchie sintonizzate sulle loro voci, che sono poche.
- H – Haiaiai a chi pensava di trovare un posto comodo e democratico dove ricaricare il telefonino…
- I – Ipocrisia. Un mare di editori a pagamento che nel Salone esibiscono verginità e serietà a danno degli allocchi. Stand enormi di sigle neppure distribuite in libreria. Robe così.
- L – Libraccio. Un enorme stand del Libraccio che stravende testi scontati di un po’ tutti, di molti marchi presenti. Code alle casse. Migliaia in cerca dello sconto con gli editori lì accanto che fanno la fame con gli stessi volumi a prezzo pieno. Toglietelo di mezzo! È concorrenza scorretta, non vi pare? E abbassa di molto la percezione del valore dei testi. Un brutto spettacolo.
- M – Mangiare, code infinite e qualità da luna park di provincia. Hot dog, hamburger, pizza molliccia. Al Salone è meglio nutrire l’anima.
- N – Novità, tante e varie.
- O – Ohhh, facevano tutti davanti all’enorme cilindro di libri altro oltre 10 metri
- P – Podcast, diversi gli stand interessanti che cercano di trovare la via italiana al podcast. Da Amazon a Storielibere.fm, in diversi fanno capolino in un mercato che trova molte delle sue ragioni nell’invecchiamento della popolazione, nella pigrizia dei lettori, nella diffusione dell’uso degli auricolari, nella qualità dei nuovi prodotti, nei nuovi home assistant (“Alexa leggimi 50 Sfumature di”). Da tenere sott’occhio.
- Q – Quando non ne potevo più di stare in piedi mi sono infilato in uno stuzzicante confronto sul western italiano da Tex a Red Redemption 2, da trame elementari a narrative non lineari. Per nerd della scrittura.
- R – Regioni, hanno fatto i loro stand, molti grandi e grossi, e costosi. Luoghi senz’anima con l’attrattività di una bancarella bulgara di merce contraffatta nella periferia di Stoccarda. Puglia, Marche, Calabria, Sardegna, con libri dal valore dubbio e la qualità risibile appoggiati su banconi, oscuri funzionari leggenti al massimo gruppi su whatsapp. Da evitare.
- S – Spritz. Lo stand dello spritz molto pop e gettonato a tutte le ore. 5 euro per gradire. Intellettuali alticci, inebriati dall’arancione. Poco ‘Hare Krishna’, molto ‘... e dove ceniamo stasera?’
- T – Torino, splendente ed efficiente, che ci ha stupito con la nuova passerella che collega Stazione Lingotto direttamente col Salone. Così si fa.
- U – Undici i libri che mi sono comprato con la complicità del POS presente in ogni stand, tra cui: “Viviamo in acqua” di J. Walter e “Doppler – la vita con l’alce” di E. Loe di cui non sapevo nulla e contino a non sapere nulla, acquistati solo perché passavo di lì e gli editori sono stati convincenti
- V – Visitatori. Tanti tantissimi, eterogenei, hipster e nonne, sognatori e fan, aspiranti qualsiasicosa, lettori incalliti e perdigiorno. Continuiamo così, facciamoci del bene.
- Y – Youtuber, editori di grandi dimensioni che raddrizzano i bilanci con improbabili biografie di sedicenni spettinati che raccontano l’ombelico a una generazione che non ha occhi per vedere la luna. Giovani creature figlie di un’altra generazione che li ha convinti che mai andranno sulla luna, perché neppure esiste ed è stata messa lassù da Photoshop.
- Z – Zero scuse: leggere fa bene a tutto.
mercoledì 15 maggio 2019
Il Salone del Libro di Torino per chi non c’era: dalla A alla Z
mercoledì 1 maggio 2019
Il Lavoro e il Non Lavoro.
La prendo da lontano… non mi faccio mai consegnare cibo a
casa quindi mi sfilo dal dibattito sulle mance ai fattorini di
pizze-sushi-hamburger e simili. Non lo faccio perché quei ragazzi mi fanno pena
quando li vedo pedalare, e perché in casa amo cucinare. Fanno un lavoro che non
può essere sostenibile, gli toglie energia e svuota di senso il lavoro stesso:
il valore della merce in ogni viaggio è troppo basso per giustificare il valore
aggiunto dal costo della consegna. È una presa in giro, come i tirocini
infiniti, i periodi di prova senza termine, il ricatto del ‘fai un lavoro che
ti piace… vuoi pure essere pagato il giusto?’
Conosco abbastanza quei ragazzi, il labirinto in cui si
trovano, la disillusione e la rabbia di alcuni. Li incontro in molti corsi dove insegno. Tra loro non mancano i talenti, parlano tre o più lingue, sono persone quadrate e motivate a
cui non viene data la fiducia, l’occasione, la possibilità di sbagliare. In tanti, tantissimi, lavoricchiano spesso in nero,
mixano passioni e necessità nel disorientamento complessivo. Molti rischiano di
arrendersi ad un eterna attesa coltivata nel rancore, di macerarsi nell’irrilevanza,
di rassegnarsi a pedalare come criceti nella ruota, a non strutturare le loro
conoscenze in competenze reali e spendibili sul mercato.
Io vivo del mio lavoro – sempre da immaginare,
trovare, svolgere, mese dopo mese, nell’incertezza del presente e nella visione
di futuri utili e probabili – e gran parte del mio è sviluppare lavoro e opportunità per altri.
Nei miei progetti col pubblico e il privato vedo le
potenzialità dei singoli e la disorganizzazione del sistema complessivo che non
crea occasioni, benessere e occupabilità.
Mancano servizi adeguati, banche dati di riferimento, marketing
territoriale, conoscenza dei bisogni e visone generale. Mancano perchè non interessano. Nessuno è pagato e motivato a raggiungere obiettivi reali. I tempi degli interventi rispondono
a tempi anni ’80 in cui il contesto consentiva piani quinquennali, incongrui
con la velocità dell’oggi.
Manca il
coraggio di sperimentare soluzioni, valutare gli impatti delle politiche, misurare
l’efficacia della Pubblica Amministrazione.
Si crede che il lavoro nero sia
inevitabile, che l’illegalità sia congenita e necessaria, che in fondo aiuti gli
ultimi a metterci una pezza, quando invece non fa altro che irrobustire la
gabbia in cui sono rinchiusi e annullare in partenza il percorso degli
imprenditori che vorrebbero operare in regola, creare valore collettivo, assumere e formare.
Credo che l’Europa, come luogo politico e geografico, ci possa aiutare molto nel cammino necessario per
dare forma e efficacia al nostro mercato del lavoro. Non parlo di Fondi, quelli
già presenti abbondanti e spesso spesi male in molte regioni, ma nella forma
mentis, nella creazione di opportunità, nel lavoro per obiettivi, nella dotazione tecnologica, nella riduzione del digital gap e dell'analfabetismo funzionale che sta rallentando ogni reale ipotesi di sviluppo. Anche questa è una ragione profonda per andare a votare a fine mese.
mercoledì 27 marzo 2019
Lettera a Verona: Gay-friendlyness e mercato del lavoro.
Uno dei momenti più divertenti dei miei interventi alle
platee di giovani (e meno giovani) in cerca di lavoro o che provano a riflettere
sullo sviluppo del loro brand personale è quando si arriva a discutere l’impatto
dell’uso dei social media nei percorsi lavorativi e della trasparenza che questi concedono ai selezionatori sugli orientamenti religiosi, politici, sessuali dei
candidati.
“La vostra bacheca Facebook,
le foto che postate su Instagram, dicono tutto di voi anche se non volete. I
film che vedete, i libri che leggete e la musica che preferite tratteggiano
tutto i voi con una minima possibilità di errore.” Normalmente qui ci
scappa il brusio e l’attesa per quello che viene. “Non è di per sé positivo o
negativo dare al mondo queste informazioni: lasciar sapere che siete buddisti,
o gay, vegetariani, di destra o sinistra. C’è un mercato per tutti, anche nel
mondo del lavoro. A volte mettere certe carte in tavola dal principio è anche
un modo per evitare poi mobbing e fenomeni simili.”
So che è quella dell’orientamento sessuale la questione che
incuriosisce di più e la domanda viene spesso dai ragazzi (la politica e la religione
non hanno lo stesso appeal). Io vado dritto, “ L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima nell’8% i non etero nel
mondo, distribuiti ovunque, concentrati nelle grandi città dove l’apertura alle
diversità è maggiore, così come l’anonimato.”
Lì li ho presi, perché cominciano a moltiplicare questo
parametro con il numero dei compagni di classe, i condomini, quelli con cui si
schiacciano sui bus all’ora di punta, con i presenti nell’aula dove siamo
riuniti. “Le aziende capaci di
trasformare le diversità in ricchezza misurano la vostra ‘gay friendlyness’ durante i colloqui, che poi significa capire come
reagite davanti a due uomini o donne che si tengono per mano entrando in
negozio, che provano le molle di un letto, che discutono dell’abbigliamento per
il figlio. E vogliono capire se vi girate, arrossite, vi disturba, siete
spiritosi. Vogliono capire se sapete arrivare alla sostanza delle persone.”
E i presenti lì si sciolgono.
Se avessero un fumetto dei loro pensieri quello di molti direbbe
‘Sono proprio uno scemo ad avere dei
pregiudizi: io sto bene in questa città, sull’autobus, in classe, con i miei
vicini di casa.’ Alcuni direbbero, “Allora
non sono così solo!”, qualcuno “Chi
non mi ama allora non mi merita, neppure sul lavoro.”
I pochi rimasti che scappino pure a Verona, inseguiti da se
stessi e dall’8% di umanità che gli è rimasto dentro, perdenti davanti alla potenza della logica e alla
forza del libero arbitrio.
domenica 3 marzo 2019
L'Italia e i suoi Stati.
Per lavoro ho l’opportunità di viaggiare parecchio per l’Italia. Dove mi chiamano, quasi sempre mi
occupo di lavoro, disoccupazione, sviluppo locale, cultura, e dunque entro per
quanto possibile in temi che caratterizzano la costruzione di una democrazia e
l’affermazione della felicità dei singoli e delle comunità.
Quello che vedo è un Paese che non è per niente un solo Paese.
Ogni volta, scendendo dal treno, mi sembra di essere all’estero.
Esiste una diversità che è ricchezza se sviluppata dentro un
progetto unificante e una diversità che è zavorra individualista se non tiene
conto né della realtà né del proprio vicino: mi trovo molto più spesso nel
secondo caso.
Arrivare a Milano
è recarsi uno Stato a parte. Va ad una velocità tutta sua, con pensieri e
azioni che riguardano solo se stessa, in gran parte luminosi e visionari e in
altra parte profondamente egoistici. In pratica batte moneta, detta la linea,
non si guarda indietro, macina novità in maniera bulimica scommettendo che
nella quantità si produca la qualità. Esprimerà presto la classe dirigente e
politica del resto d’Italia. È nel XXI secolo, da sola. Bologna non riesce invece a fare i conti con se stessa, decidere se
essere una città o un’idea, stenta a capire come e perché è cambiata e dove
vuole/rischia di essere tra dieci o quindici anni. Ha anime che cooperano perché
credono nel valore della condivisione, e interessi che ne minano l’anima; in
una tensione che percepisci lama sottile e dagli effetti imprevedibili. Napoli ti salta addosso e tutto lì ti
pare eccessivo, nel bello e nel brutto, impedendo di pensare. Perde qualsiasi
treno antecedendo a qualsiasi progettualità la frase “Non si può fare perché a
Napoli le cose sono diverse…” e per ‘cose’ intendono leggi, sogni, idee, regole
civili. Bella per le foto con Pulcinella tristi come il paesaggio devastato che
la circonda da ogni lato e le voragini sociali che ne assorbono le energie. Reggio
Calabria annienta ogni speranza, di chi ci vive e di chi ci passa. Lei e la
sua regione paiono il buco nero del resto d’Italia, un luogo che non ha l’attenzione
di nessun altro, inclusi i suoi abitanti. Quando la frequenti la ami come si fa
al capezzale di un’amica sofferente e ti chiedi perché nessun altro sia lì a
immaginare prognosi e cure in grado di cambiarle il destino. Genova invecchia con i suoi abitanti,
avvizzendo idee e slanci in una lotta impari contro le scempiaggini che gli
uomini che la abitano hanno fatto a se stessi martoriandone territorio e ideali.
Non si ama e non ama. Lì essere giovani pare quasi una colpa e la cosa migliore
per espiarla è il non dare fastidio o andarsene. A Cagliari e in Sardegna sei in un altrove da sempre, in un Paese
bellissimo e enigmatico dove la differenza culturale si erige a barriera e non
a valore, che ammette di esistere quando scopre di non poter essere isola fino
in fondo e di dover esportare latte senza importare mercato; in una regione
felice perché la retrocessione economica le farà prendere più fondi europei
destinati ai territori non sviluppati. C’è la sosta a Torino che per un po’ ha creduto di esistere anche fuori dai propri
confini, di poter fare e cambiare, di poter uscire dall’isolamento un po’
vezzoso grazie alla laboriosità innata dei suoi abitanti e anche grazie alle
Olimpiadi e alla TAV. L’asfissia delle idee e la pressapochezza della politica
l’hanno invece molto rallentata.
Anche il posto dove vivo, Roma, è a suo modo all’estero. Lo è rispetto all’Europa che
funziona, che traina pensiero ed economia, che reputo l’unica casa possibile per tutti. Una Capitale di serie B arenata nelle opportunità non colte, senza un’idea di futuro e neppure di presente. Dove la domanda inespressa da tutti è “Che ffamo?” e la responsabilità individuale
segnata dagli “’Sti cazzi.”
Dove ogni
riflessione politica si arena presto in chiacchiere da stadio o in vaffa’ generici
che tengono al sicuro le proprie rendite di posizione. Un posto dove la
risposta non è neppure dentro di sé perché lì non albergano neanche le domande.
Eccolo, il post politicamente scorretto, per dire anche a me
stesso che così non può funzionare, che non si può continuare a procedere con occhi e orecchie chiuse, e che gli
spazi per ricostruire sono infiniti, basta volerli abitare con l’intelligenza
prima che altri li occupino con la brutalità.
lunedì 14 gennaio 2019
Nessuna scusa: andateci!
Mi sono concesso quattro ore per un’infilata di mostre al
Maxxi di Roma culminate con: “Zerocalcare
– Scavare fossati, Nutrire coccodrilli” e “La Strada – Dove si crea il mondo”.
Andateci, è la
parola definitiva.
Perché “Zerocalcare”
vi terrà incollati per ore sul senso, le domande, la rabbia di un autore che è quella
di tutti noi. Erede di Andrea Pazienza, integro e ironico assieme,
modesto e sognatore, di un’intelligenza citazionista riscontrabile solo in
Caparezza. L’allestimento poi è magnifico, luminoso e avvolgente. Ricco di centinaia
di tavole/poster/striscioni e – soprattutto – con una lettura per storie degli
ultimi 20 anni dell’Italia che nessun altro si è permesso di fare. Da tutto si
sente il bisogno che Michele ha di comunicare e la sua fede per la sincerità;
tutto è così personale da risultare universale. Erano anni che non vedevo tanto
interesse del pubblico per le didascalie e le introduzioni, veri pezzi d’arte
letteraria anch’essi.
Poi c’è “La Strada”,
una mostra che ti sembra di essere all’estero. Finalmente una mostra prodotta a
Roma con la dignità di un pubblico internazionale dove Hou Hanru e il team
curatoriale del MAXXI hanno fatto un capolavoro. C’è un’idea forte e
semplice assieme (La strada, appunto, come luogo dove il contemporaneo nasce e
muore) poi opere d’arte, progetti di architettura, fotografie, performance,
interventi site specific e video che ti accolgono in un allestimento sontuoso
esaltato dall’architettura del MAXXI con una successione di gallerie che
formano una strada lunga centinaia di metri. Ridi, pensi, ti turbi, ti
stupisci, ti poni domande: cosa volere di più.
Entrambe le mostre
dovrebbero essere rese obbligatorie alle scuole superiori e agli universitari perchè si abituino alla complessità; ai politici perchè scendano dal seggiolone e si confrontino con analisi concrete e soluzioni possibili; alle elite vere e presunte e agli intellettuali perchè smettano di raccontare l'ombelico e guardino alla luna; ai
curiosi che gongoleranno; ai dubbiosi che ne usciranno ribaltati; ai coraggiosi che ne verranno esaltati; agli innamorati che cementeranno i loro progetti per il futuro di tutti.
Quattro ore sono il minimo per godere più
volte.
Mi è capitato di rado di pensare subito ‘Qui ci devo tornare! E lo devo raccontare a tutti.’
venerdì 21 dicembre 2018
Nel 2018, la Prima Volta che…
Esistono snodi rilevanti nel percorso professionale di un
consulente.
Tra tutti, le ‘Prime Volte’
rappresentano punti di svolta che spesso segnano un nuovo filone di attività,
l’emersione di un bisogno di mercato, l’intuizione di cosa succeda sul
territorio, e che hai una certa età, e che
‘senior’ significa anche che devi essere utile altrimenti quello che fai è
tempo perso.
Più di altri, il 2018
è stato per me un anno ricco di
Prime Volte professionali.
Credo abbia senso raccontarle, sia per confrontare gli input di mercato che colgo, sia per sentirmi magari proporre “Anche io mi muovo
in quella direzione, facciamo qualcosa assieme?”
Nelle molte cose fatte e pensate spiccano per novità:
- Sviluppo e realizzazione di un percorso formativo nuovissimo su “Politiche e strumenti collaborativi per lo sviluppo sostenibile del territorio.” In verità, non credevo che avesse un mercato: quando mi sono trovato l’aula piena di funzionari entusiasti ho pensato a come il mondo sia molto meno peggio di quello che ci immaginiamo. Peace and codesign.
- La scrittura di un’intera campagna di videospot, 12, per raccontare in una storia la filosofia di un marchio, la sua differenza, i vantaggi che crea, la forza dei suoi dipendenti. E pure scrivere un cortometraggio di 12 minuti per una multinazionale che lo userà per formare i propri dipendenti in tutto il mondo ai rischi sul lavoro. Storie che diventano immagini che creano azioni
- È stata la prima volta anche per un webinar in diretta streaming a oltre 600 funzionari pubblici sullo sviluppo di servizi per l’impiego adatti alle necessità di lavoratori e aziende nel XXI° secolo. Parlare ad uno schermo sperando di mantenerli svegli…
- Per la prima volta ho insegnato in un singolo corso per adulti (di storytelling digitale) per oltre 30 giornate. Tantissime per i normali standard. Ho però così la rara fortuna di partecipare all’intero percorso di scoperta, consapevolezza, azione da parte di donne e uomini fantastici in cammino verso la propria autorealizzazione. (… e non è finita ancora…)
- Ho poi progettato e messo in pratica una piccola offerta di Turismo Esperienziale a Roma per capire come funziona, come si inserisce nei flussi, come contribuisce allo sviluppo, cosa vuole il turista, quali competenze include, cosa significa erogare esperienze e conversazioni. Vorrei che a questo seguisse un libro…
- Per la prima volta mi hanno scelto come Valutatore di progetti in diversi posti in Italia. È un’esperienza segnata dall’età, occasione preziosa per contribuire alla crescita del sistema e per capire cosa manca sul piano della visione, della capacità di analisi, di progettazione, di lettura dei bisogni. C’è tanto da fare, credetemi. Il livello medio è ancora troppo basso.
- Ho partecipato assieme a molti pischelli a hackathon dove i cervelli si nutrono uno dell’altro e le cose accadono meglio di come te le saresti mai immaginate (ok, qui non era la prima volta, lo ammetto, ma ogni volta è come se fosse la prima)
- Ho concluso la scrittura due biografie personali. Quella di Nino (78) e quella di Pina (92), eroi a prescindere, ormai zii acquisiti, capace di aprirmi la mente sul futuro concedendomi l’accesso al loro passato. La scrittura portata a un livello di utilità mai provato prima.
- Un giorno di novembre, mi sono ritrovato in una assolata città del sud a fare il fratello maggiore a quindici ragazzi in lotta, che vorrebbero un mondo diverso per avere una vita e una famiglia normale. Sono diventato per un attimo il loro specchio, la loro voce e la loro penna. Da allora li ho con me e ascolto attonito la rappresentazione fiabesca che la politica vuol dare della realtà.
- Sono sbarcato su Instagram. Non un passo memorabile forse, piuttosto un avamposto che diventa una sfida riempire di senso. Portarvi contenuto vitale è come seminare nel deserto.
- Infine è stato l’anno in cui all’improvviso in molti mi chiedono di essere relatore alle tesi dei master dove insegno, anche là dove faccio una sola lezione. Mi hanno detto che porto ossigeno, forse è un complimento. Forse ho più domande che risposte, e questo serve sempre tanto.
Ora è Natale, sono un po’ stanco e bisognoso di letargo, stupore,
cioccolato, coccole e formazione.
Ci leggiamo nel 2019. Auguri a tutti!
sabato 15 dicembre 2018
La famiglia Italia, in Viale Europa 27.
Nel condominio di Viale Europa, la famiglia Italia abita al
primo piano. E' un grande edificio, bellissimo, abitato da tante persone, ricco e povero, con i suoi problemi e le sue grandi forze.
Gli Italia hanno un ampio appartamento che vale almeno il 12% dei millesimi dell’intero palazzo: sarebbero
in grado di orientare tutte le scelte, di aiutare a risolvere i problemi, peccato che alle riunioni non vadano quasi mai
e se sono presenti passino tutto il tempo al telefonino o deleghino a votare per loro comparse prezzolate che non hanno idea di dove siano, e pensino solo a
chiedere il numero di telefono alle studentesse dell’Erasmus del terzo piano.
Gli Italia escono poco, quindi capiscono anche meno. Sono però iperattivi.
Per distrarre i figli che hanno intuito quanto sarebbe meglio conoscere gli
altri abitanti il condominio, e tranquillizzare i nonni che si annoiano e parlano
solo a quant’era bello quando avevano trent’anni, i denti, i capelli e la
pensione regalata, si sono messi a fare lavori inutili e di grande effetto, come
capita nelle migliori gabbie di criceti e negli imperi egizi.
“Alza quel muro!” è stato il primo imperativo “Dobbiamo impedire
l’ingresso dei gatti randagi dal cortile!” e “Così bocchiamo le correnti d’aria
fredda!” e “Impediamo l’ingresso di cibi senza carboidrati!” Poi è venuto “Installiamo un nostro videocitofono!” un bel
gadget tecnologico per divertire i bimbi che possano vedere l’esatta posizione
dei fattorini prima di lanciare i gavettoni, utile anche a scegliere le badanti
in base allo zigomo e i raccoglitori di pomodori in base all’apertura
pollice-indice. Ecco poi “Stampiamo i soldi finti come a Monopoli e facciamo
finta che siano veri! Siamo ricchi!” cosa che ha divertito un po’ tutti e aumentato per due
giorni gli scambi economici nell’appartamento. Ecco allora “Pitturiamo le
serrande color cachi!” è stata poi una proposta utile a dare un lavoro inutile
ai ragazzi di casa e a lanciare l’hashtag #cachisenzavergogna, per sentirsi
trasgressivi e divertire sui social. Infine è arrivato il ferale “Non rispettiamo
le regole condominiali! Non ci piegheremo alla dittatura dello zerovirgola!”
Gli Italia sono rumorosi e inaffidabili, si sa, e usano
spesso paradossi pensando che grazie alla loro simpatia nessuno li ascolti davvero,
però quest’ultima affermazione ha stranito gli altri condomini che hanno
cominciato a chiederne ragione, anche perché il cattivo esempio non
stigmatizzato è in grado di condizionare anche altre menti semplici nel grande palazzo.
Gli Italia, a cui non manca la fantasia, hanno subito
trovato motivazioni fanfaroniche e d’impatto: “Perché in Viale Europa il tempo
atmosferico è sempre deciso dagli ultimi piani! Perché non possiamo neppure più
russare in casa nostra! Perché siamo belli, furbi e veniamo da lombi nobili e
dunque i diritti e i doveri degli Italia sono diversi geneticamente da quelli
degli altri! Perché quello che facciamo coi muri in casa nostra, sono solo mattoni
nostri, e non ci interessa se siano portanti! Cosa? Dite che c’era un accordo
scritto? Di certo a nostra insaputa! Avete ancora da ridire? Noi allora ci
infiliamo le dita nelle orecchie e urliamo democraticamente blablabla! Non vi va bene? Siete fascioidi, antidemocrastici
e xanadufobi!”
Ecco una montagna di parole sparate a casaccio, scoregge false,
rutti utili solo a sollevare polveroni di saliva portatrice di contagio. Con l’obiettivo
di convincere i giovani e gli anziani in famiglia che in Viale Europa non li
vuole nessuno, che per loro non c’è posto, non c’è aria, non c’è libertà. Per
convincerli che sarebbe meglio trasferirsi altrove, in un posto libero dove gli
altri non ci saranno, nessuno gli ruba il diritto di piangersi addosso, e non avranno
pressioni per guardare al futuro, risolvere i problemi, combattere le mafie, far
amicizia e business col vicino di casa, rispettare le leggi ambientali e
fiscali. In un posto dove potranno vivere degli ortaggi dell’orto piantato su
bei terreni contaminati, ruminare prodotti bioillogici fatti dagli Italia, da maestri del telecomando, orgogliosi della loro bella lingua, anzi liberi
di usare un dialetto in cucina, uno in bagno e uno in salotto.
Itala, la più giovane, che è poco interessata a quelle
fregnacce e ha già capito che gli adulti alzano il tono quando devono coprire
le loro colpe, e parlano di libertà quando sanno di togliertela, chiede “Com’è
‘sta storia di Zerovirgola? L’avete ritrovato? È diventato dittatore di che?”
Ovviamente lei si riferisce al gattino sparito da qualche
settimana, in realtà annegato nello sciacquone dallo zio che non ne sopportava
i miagolii notturni e per la cui dipartita ha accusato ad arte lo chat del vicino di pianerottolo.
“Grazie per la domanda, piccola Itala, e non farne mai più.
Ciò mi consente di parlare d’altro,” i capifamiglia lo spiegano bene alla
famiglia riunita sotto l’albero, “Loro, quelli qui di Viale Europa… Loro i
gatti li mangiano. Loro non ci vogliono e neppure capiscono che siamo diversi.
Ad esempio, noi volevamo indebitarci verso di Loro spendendo il 2,40% di quello
che non abbiamo, ma Loro ci hanno guardato male, allora abbiamo detto subito che
sarà solo il 2,04% - che poi è la stessa cosa perché sia sa che qualunque
numero moltiplicato per zero dà sempre lo stesso risultato . Ma Loro non sono
contenti, mai. Loro sono cattivi e non amano la matematica. E noi siamo buoni e.
Semplice, chiaro.” Molti annuiscono.
“E Zerovigola dov’è finito?” la bimba è interdetta dai
funambolismi illogici dei capifamiglia.
La doppia sberla biguanciale le arriva da entrambe i
capifamiglia mentre il terzo riprende la
scena col telefonino e la posta con #cachisenzavergogna #eallorazerovirgola #unatroiettapresuntuosa
#vialeeuropacovodiserpi #primagliitaliaepoiildiluvio #ridebenechihaancoraidenti
Con le mani fumanti in bella vista, i capifamiglia
riprendono, “Il regalo che vi chiediamo a Natale è consentirci d’abbattere il condominio
in primavera, quando si voterà per il nuovo amministratore.”
“Con noi dentro? Siete scemi?” chiede il cugino Italicchio che gli altri
trattano come un animale da cortile perché ha preso addirittura la licenza da geometra.
“I dettagli non sono importanti: noi siamo gli Italia! Noi i
dettagli ce li pippiamo come farina taragna!" e lo mettono a quota 100, gradi nel forno. "Autorizzateci a imbottire i pilastri di casa con bombe! A
cambiare tutto! A mettere la realtà aumentata nell’ascensore sociale! A chiudere
la bacheca degli avvisi che spreca carta! A accorciare le divise delle stagiste
e a impedirgli di abortire! A malmenare chi vuole rimanere in Viale Europa! A
abolire la logica, l’università, la cucina fusion, i rapporti tra condomini
consenzienti! Fateci rendere obbligatorio l’uso dell’esclamativo al termine di
ogni frase! Autorizzateci a tutto, visto che non ci capiamo niente! E sarete sempre più felici di appartenere a questa famiglia!”
(continua?)
Dedicato a Antonio Megalizzi.
R.I.P.
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